sabato 6 dicembre 2008

Il risott de milan, come lo cucina una vera Milanesa!


 

Bello navigare su Feisbuk. Ogni tanto si fanno cordiali ed impensabili incontri. Oggi mi sono imbattuto in un'energica donna milanese, Gianna Battaini, che alla mia richiesta di darmi la ricetta del vero risotto alla milanese ha così risposto:

"Uff ... la vera ricetta la faceva mia nonna, lessando il biancostato e aggiungendo il midollo dell'osso buco ... io lo preferisco con il dado, però (lo so, mi direte le parolacce ora) ma lo trovo meno unto ...
Io lo faccio così: in un pentolotto separato faccio il brodo;
Nell'alto pentolotto metto un po di burro e un filino d'olio, faccio dorare la...  Visualizza altro cipolla, poi aggiungo 2 pugni di riso per ogni persona + altri 2 per la pentola ... giro il riso con il cucchiaio di legno e ci spruzzo sopra o vino rosso, o aceto di vino rosso - continuando a girare con fuoco "alegher" per l'evaporazione (questo per mantenere al dente il riso e per dare un sapore particolare) poi, sai come diciamo noi: il riso nasce nell'acqua e muore nel vino;
Attenzione a non bruciare ... poi aggiungo subito 2 mestoli di brodo caldo prendendolo dall'altro pentolo ... giro giro e assaggio per il sapore - magari aggiungo il dado di carne a tocchellini piccolissimi - vai avanti con la cottura, gira spesso sempre ... sempre in senso orario, aggiungi il brodo non appena comincia a desificare il tutto, poi dopo circa 15 minuti assaggia il riso per sentire la durezza, aggiungi lo zafferano e brodo, mescola bene, non appena non è più duro nel centro è praticamente ora di spegnere, aggiungi una bel pezzetto di burro - UN TUCHELL - gira gira, assaggia e servi, possibilmente in fondina calda (il parmigiano se lo mette chi vuole)"


 

Buon appetito. Alla prossima, Gianna!!!

lunedì 24 novembre 2008

"Perché Credo". Un'altra perla firmata Vittorio Messori


“Dottore venga subito , mio figlio sta male. Che gli succede signora? Credo abbia un esaurimento nervoso. Va a messa di nascosto”. Si presenta così Vittorio Messori al pubblico milanese,sabato pomeriggio, citando un aneddoto di tanto tempo fa, quando la madre lo scoprì intento a “maneggiare cose sacre”, sconosciute alla sua famiglia, per evidenziare il terreno su cui è stata edificata la sua vita di giornalista cattolico, che lo ha portato a essere citato,quale fonte di approfondimento, nientemeno che da papa Benedetto XVI nel suo ultimo libro dedicato alla vita di Nostro Signore Gesù Cristo. L'unico italiano vivente, ci tiene a dire lo scrittore emiliano trapiantato a Torino, citato dal Papa. Un appuntamento importante, quello milanese, che Vittorio Messori, scrittore, editorialista del Corriere della Sera, ma soprattutto cronista della Fede, non ha voluto mancare, per presentare ai suoi lettori “Perché credo, una vita per rendere ragione della Fede”, libro scritto a quattro mani con Andrea Tornielli, esperto di Stanze Vaticane”de il Giornale. Un altro strumento a disposizione dei cattolici per contrastare il continuo diluvio di calunnie contro il cattolicesimo. E' il trionfo dell'apologetica, senza dire a chi non crede e a chi combatte chi crede, che apologetica non è. Obbiettivo dell'insolito binomio giornalistico, manco a dirlo, il matematico Piergiorgio Odifreddi ed i suoi emuli, che sulla base di un passato da ex seminarista, quasi ordinato sacerdote, ha fatto del suo agnosticismo, una vera ragione di vita. In due ore di chiacchierata Messori ha ripercorso i temi ed i tempi della sua vita da scrittore cattolico, ripercorrendo i momenti giovanili in cui Dio non lo interessava, e ricordando quanto casuale è stata la sua caduta “nella botola della Fede”, grazie ad un libricino svenduto dalle bancarelle del mercato di Torino scritto da uno sconosciuto sacerdote Ticinese, don Giocondo Storni, che lo folgorò. Motivo che gli ha permesso di ricordare quanto la Fede sia un vero dono di Dio. E non ha mancato di ricordare che i suoi lettori sono il suo unico “datore di lavoro, perché con lo strepitoso successo di vendite del multiristampato “Ipotesi su Gesù” ha potuto raggiungere quell'autonomia finanziaria che per tantissimi giornalisti rappresenta il sommo desiderio di una vita lavorativa. E la Fede è si dono, e si manifesta con la legge del Chiaroscuro”. Un principio del Dio Cristiano, che da all'uomo abbastanza luce per credere e altrettanto scuro per non credere. Un Dio che non si impone, ma che si fa cercare, e che Messori trovò entrando dalle porte della Chiesa,spalancate dal concilio vaticano II. Mentre moltissimi sacerdoti andavano incontro alle “meraviglie”del mondo moderno, lui che quei pensieri “laici” già conosceva, abbracciava il “Depositum Fidei”, troppo presto abbandonato dal nuovo clero. Insomma, “Perché credo “ è un'altra straordinaria gemma di Vittorio Messori, apologeta per vocazione, che agisce solo e soltanto secondo l'ispirazione del Dio Cristiano. E in questi tempi di burrasca, un po' di luce su Cristo ed il suo volere certamente non manca.

VITTORIO MESSORI con ANDREA TORNIELLI

“PERCHE' CREDO

Una vita per rendere ragione della Fede”.

PIEMME EDITORE EURO 20

sabato 22 novembre 2008

La riforma della scuola? In Svizzera c'è già da tanto tempo!

Il maestro unico? C’è. Ritorno al voto decimale? Mai abbandonato. Il voto in condotta? Un cardine della valutazione dello studente. E la civica? Si studia da sempre. E non è tutto. Ciò che in Italia il Decreto legge 1° settembre 2008, n. 137, meglio noto come il famigerato decreto Gelmini, sta provocando , in Svizzera è quotidianità, è assolutamente la pietra angolare su cui poggia il sistema dell’istruzione. Ce lo ha spiegato il “ministro dell’istruzione” ticinese, Gabriele Gendotti, sceso in governo nove anni fa, al posto del defunto Giuseppe Buffi dalla Val Leventina, terra di mezzo e di raccordo tra il nord ed il sud dell’Europa, uomo concreto pragmatico e gentile, come solo chi viene dalla montagna sa essere. L’abbiamo incontrato mercoledì, a Bellinzona, nel suo ufficio , nel palazzo del Governo, mentre a Roma studenti o pseudo tali se le davano di santa ragione, per dire no, a modo loro alla “restaurazione italiana dell’istruzione”. E l’occasione è stata davvero particolare. Non ci sono tornelli a palazzo del Governo, e nonostante le pessime condizioni meteorologiche, le luci nei corridoi vuoti sono spente. Per risparmiare, ci verrà detto, e conoscendo il rigore della tutela della cosa pubblica da parte degli Svizzeri, ci crediamo senza fiatare.
Mostriamo al consigliere la grande cifra, circa 42 miliardi di euro l’anno messi a disposizione dell’istruzione nel nostro Paese. Gli illustriamo anche la percentuale di quella immensa torta destinata al pagamento degli stipendi di insegnanti, bidelli e dirigenti scolastici, il 97 per cento. Gendotti non fa una piega ma, cordialmente ci dice che, una percentuale simile il proprio dipartimento non se la potrebbe proprio permettere. All’incirca, ci spiega, agli stipendi, in Ticino è indirizzato il 66 per cento del budget pro istruzione. Il resto viene ripartito per il miglioramento delle infrastrutture, le attività scolastiche correlate per mettere nelle condizioni migliori lo studente all’interno del percorso formativo. E la scuola Svizzera , secondo rapporti specializzati, ha davvero raggiunto standard di qualità, riconosciuti da tutti, soprattutto dagli esperti dell’Ocse. Da qui iniziamo il nostro colloquio, sottoponendo all’onorevole Gendotti i punti fondamentali, quelli che infiammano oramai da settimane la vita politica italiana. Partiamo dal voto decimale, prima novità di restaurazione scolastica nel Belpaese, ma vincolo consolidato nella realtà elvetica e ticinese. Il ministro ci spiega che loro sono soliti adottare un sistema misto, in cui un giudizio sull’operato dell’allievo viene formulato dai docenti al termine di ogni semestre, accompagnato però da un voto numerico, che rappresenta il metodo unico ed insindacabile di giudizio, da sempre. E così anche per la condotta, importante nella corretta valutazione del ragazzo, fondamentale e formidabile strumento per l’individuazione dei soggetti più turbolenti. A tale proposito, il consigliere ci illustra un progetto speciale, da poco partito in tre istituti del cantone, in cui ad un educatore particolare, vengono affidati i soggetti più turbolenti, inserendoli in speciali “zone cuscinetto”, per correggere i loro atteggiamenti, nell’attesa di re inserirli con la parte sana degli studenti. Chissà come chiamerebbe l’opposizione di casa nostra simili comportamenti. Stalag? Gulag? Campi di correzione? E non finisce qui.
Veniamo a sapere che per affrontare e risolvere il problema del bullismo - più pulsante il sabato e la domenica, quando le scuole sono chiuse, chiosa amaramente Gendotti- è nato in Ticino un gruppo di lavoro presieduto da un magistrato, anche se, pragmaticamente parlando, qui si preferisce appoggiarsi alla famiglia, primo nucleo educativo per i ragazzi. Perché il compito primo della scuola è istruire, comunicare le nozioni, ma anche educare, formare nuovi cittadini, integrando e preparando le future generazioni ad affrontare le sfide nuove della società.
Gendotti ci affascina con la sua naturalezza, con la sua spontaneità, e con il candore con cui ci spiega che la scuola non può permettersi di perdere troppi ragazzi per strada. Perché cadendo nella rete della tossicodipendenza, nella marginalità, aggiungerebbero ulteriori costi economici in sussidi, spese sanitarie aggiuntive, ammortizzatori sociali straordinari che distrarrebbero ineluttabilmente risorse economiche da altri settori fondamentali come la giustizia, la sanità e la sicurezza. Ci accorgiamo, piano piano, che la ministra Gelmini, forse, è fin troppo morbida, rispetto al collega confederato. Ma non è tutto, perché cadiamo inevitabilmente sull’argomento stranieri, che in Svizzera assumono una dimensione numerica sempre più grande. Ci viene spiegato che qui quelli che sono appena arrivati vengono messi in corsi speciali, in cui possono apprendere nel più breve tempo possibile le lingue nazionali e partecipare, ceteris paribus, alle lezioni con i coetanei indigeni. Cogliamo in Ticino un atteggiamento pragmatico, una volontà particolare di affrontare i problemi e di risolverli, sentendo i pareri dell’opinione pubblica, dei docenti e degli studenti, ma lasciando la decisone finale sul da farsi agli organi competenti, in primis il Dipartimento dell’Educazione, della cultura e dello sport diretto da Gabriele Gendotti. Chiediamo lumi sulla figura “nuova” del maestro unico introdotto alle scuole elementari. La risposta che riceviamo è un freddo “si, ce l’abbiamo da sempre, e come da sempre c’è il tempo pieno”, che smonta ogni nostra velleità. E pure nella gestione gli istituti debbono dimostrarsi capaci: con cifre a disposizione mirate, ogni direzione deve amministrare oculatamente le risorse, perché, in caso di segno negativo, il cantone difficilmente ripianerebbe. Federalismo anche qui. E gli studenti che vogliono intraprendere la carriera di docente? Per loro, prima di cimentarsi con gli studi, è pronto un test attitudinale, perché, con le parole del politico ticinese, non è detto che si sia “tagliati” per la professione di docente. Vogliamo parlarne signora Gelmini?
Non abbiamo trovato altre domande per il ministro ticinese Siamo stupiti. Abbiamo ricevuto risposte colme di ovvietà, da parte di chi ce le ha fornite. E’ come chiedere ad un muratore perché costruisce le case dalle fondamenta. Cosa pensi che ti risponda?

giovedì 20 novembre 2008

Quante stragi di Erba potenziali si celano nei nostri condomini e nelle nostre case?

Ci sono momenti, per un giornalista, in cui svolgere il proprio lavoro diventa difficile. Ci sono momenti in cui, le dita si fanno pesanti, e sembra non vogliano saperne di percuotere i bottoni della tastiera. Un’ auto difesa dell’individuo forse. L’ altra faccia di quell’essere umano che ,a volte è tale, oltre che diffusore di informazioni.
Ho provato orrore e spavento dopo le azioni di Rosa Bazzi e Olindo Romano. Li ho trovati crudeli, mostruosi, bestiali, raccapriccianti. Non trovo giustificazione alcuna alle loro azioni. Non ho nulla da aggiungere alla cronaca quotidiana. Nulla e nessuno li può difendere e giustificare. Nessun dubbio su tutto ciò. I fatti li abbiamo già ampiamente raccontati. Il loro “modus operandi” criminale è già stato esaustivamente illustrato. E da persona normale, chiuso nelle quattro mura di casa tua, sorseggiando un brandy, accarezzando il gatto mentre guardi il lago e la luna specchiarsi in esso, ti domandi com’è possibile che tutto ciò sia accaduto. Com’è possibile che la storia non insegni nulla a nessuno, e come sia concepibile l’ignobile pensiero che “ fatti di questo genere possano accadere solo agli altri?” Si, nella quiete della notte, quando tutto va più piano, c’è spazio per le riflessioni, soprattutto quando poco l’insonnia concede al riposo. Com’è possibile? Com’è possibile? Com’è possibile?Una famiglia sterminata per liti di condominio? Com’è possibile che la mente umana generi simili comportamenti? Il cielo, di notte, manda segnali strani. La luna piena, un tempo, si diceva trasformasse certi uomini in lupi. I cosiddetti “licantropi”. Oggi, qualcos’altro li trasforma in spietati, lucidi e feroci assassini. E non solo gli uomini, anche le donne. Perché? Già, i media di tutta l’Italia ci hanno spiegato il come. Nessuno azzarda un’analisi sul “perché” di tutto ciò. Un litigio, una banalità, un diverbio stradale. Banali episodi di vita quotidiana, si trasformano in tragedie. E’ l’effetto “tartaro” direbbe un dentista. Un male che agisce di nascosto, che scava senza farsi notare. Che non da segni, non avverte in corso d’opera del suo malvagio lavoro. Ma che quando fa male ha creato il danno irreparabile, e tu perdi il dente. In questo caso perdi gli affetti più cari. Quanti Romano e Castagna/Marzuk vivono nei nostri condomìni? Quante situazioni si sono incancrenite col trascorrere inesorabile del tempo? Quanti bambini schiamazzanti, quante automobili male parcheggiate in cortile, quanti odori nauseabondi che giungono dal piano di sotto di sopra e di fianco, quante radio e quanti televisori accesi a tutto volume di notte e non solo, sono causa di liti insanabili? Quanti vicini di casa intasano la vita della giustizia ordinaria per “la siepe della discordia? Quanti altri casi Romano vs Castagna/Marzouk ha in serbo la vita per noi? Come scovarli? Come metterli in condizione di non “avere luogo”? Qualcuno pensa alla parola “perché”? Qualcuno studia le cause di questa mancanza di sopportazione, che affligge le persone del giorno d’oggi? Quello che fa la magistratura è sotto i nostri occhi, soprattutto oggi. La sua azione, magari spinta dall’emotività popolare, o forse da un ragionevole senso umano di giustizia è ben presente. Quello che fanno la politica e la cultura no. Il vuoto più grande forse sta li. Perché dalla politica devono venire analisi, conclusioni e provvedimenti per gestire, dettare la rotta, o, almeno contenere, la società. O , quantomeno, contenerne le derive. Alla cultura invece tocca captare i malumori, studiarli e descriverli, senza etichettarli, magari con il marchio del razzismo, sempre buono per ogni argomento, un “cueerch per tucch i pignatt”, un coperchio per ogni pentola, come si dice dalle nostre parti. Penso all’immigrazione, che mai come in questi ultimi quarant’anni ha stravolto, anche in modo traumatico, la nostra società. Un’ trasbordo umano voluto, dettato dai ritmi della politica, che a sua volta danzava ad un tempo imposto dalla finanza dei grandi industriali. Persone disperate, sradicate dalle loro terre, irretiti dalla possibilità di farsi una vita lontano da casa, ma portando con se abitudini usi e consumi. Un tempo dal meridione d’Italia. Oggi dal meridione del mondo. Città dilatate a dismisura, per accogliere in qualsiasi modo , i nuovi cittadini, le nuove braccia, e creare tensioni con i residenti, non abituati alle consuetudini dei nuovi arrivati. La nuova forza lavoro. Che parlava un’altra lingua, che seminava l’orto nella vasca da bagno, che piantava i pomodori nel bidet. Perché a casa loro si faceva così. Si pensi a Torino, che passò, improvvisamente da 250 mila abitanti a quasi un milione negli anni 60. Si pensi, inevitabilmente alla FIAT. Un’immigrazione, interna, che oggi possiamo, in qualche modo considerare assorbita. Anche in modo duro, traumatico. Senza entrare nel dettaglio. Ma senza uscire dalla stanza dei ricordi. Soprattutto per chi qui è nato e cresciuto. Da sempre. Poi la seconda botta, che continua, ancora oggi, ad immettere nelle nostre città, nei nostri paesi, sempre più persone venute da lontano. Dall’Africa, dal Sud America, dall’est dell’Europa, dalla Cina, dall’India e da chissà dove con tutto il loro bagaglio culturale. Tanta brava gente, venuta qui a cercar fortuna, che non può essere calunniata, insultata, per pochi che sbagliano. Ce li possiamo permettere? Possiamo dar spazio a tutti? Che ne sarà di noi? Penso alla mia casa, alla mia famiglia. Aggiungere, per spirito filantropico, un amico fra le mie mura domestiche, aumenterebbe soltanto spazio occupato e cibo ed acqua consumata. La mia famiglia non sarebbe in pericolo, e lui si adatterebbe, giocoforza, alle regole vigenti. Nel caso gli ospiti fossero in egual numero dei residenti, le regole del gioco, potrebbero cambiare, o, almeno venire ridiscusse. E non è detto che ne uscirei vincitore. Allargate queste considerazioni a livello di città, di regione, e di Paese, e traetene le vostre conclusioni. E’ facile dare giudizi sulla base dei propri desideri. Non comporta sforzo intellettivo alcuno. E’ semplice accusare il prossimo che si lamenta di egoismo, di discriminazione, per sedare ogni tentativo di lamentela. Soprattutto è facile sputar sentenze chiusi nelle proprie regge, circondate da parchi e siepi, e scendere in città per andare a prendere il giornale. Perché il problema diventa tale solo quando ci tocca personalmente. E in quel momento deve attirare l’attenzione di tutti. Un altro malcostume italiano. Al posto dei consueti fiumi d’inchiostro, del profluvio ovvio di parole, del caravanserraglio buono per ogni occasione simile, non sarebbe il caso di pensare a soluzioni più pragmatiche, affinché tragedie mostruose come quella di Erba non possano più capitare? Dalla politica ci attendiamo questo genere di risposte. Tutto il resto è inutile. O forse il problema è più grande degli uomini che compongono quella strana galassia? Bene, le dita si sono alleggerite. Ora sono le spalle che destano dolore. In attesa di esser percosse dal moralista di turno. Mentre il “tartaro” imperterrito, non conosce scioperi sindacalizzati ed ideologizzati, e scava le gengive della nostra società.

martedì 18 novembre 2008

Ricordo personale di Don Sandro Maggiolini

Ho incontrato don Sandro poco più di due mesi fa, prima che le sue già gravi condizioni di salute si complicassero ancor di più. Non dovevi far fatica per incontrarlo. Bastava una breve visita in Duomo. Semplicemente curiosare fra i confessionali. Io l’ho trovato la, alla destra dell’altare maggiore, in attesa di perdonare i peccati in nome di Dio. Ricordo ancora il suo sguardo, dolce e caritatevole. Ricordo anche come è riuscito ad anticiparmi. Prima ancora che gli rivolgessi il saluto, mi chiedeva cosa stesse cercando quell’anima inquieta. E così mi sono avvicinato, e gli ho porto il mio deferente saluto. Mi diceva che ogni giorno, ogni pomeriggio, dalle 15 alle 18 si sedeva nel suo confessionale per incontrare i fedeli, per offrire loro la possibilità di purificare la propria anima, sgravandola dal peso dei peccati. Tutto ciò lo rendeva felice perché, mi ha detto, lo riportava pienamente tra la gente, a svolgere la missione di sacerdote. Don Sandro, non “Sua Eccellenza Reverendissima” Mons. Alessandro Maggiolini già Vescovo della diocesi di Como. Ho sempre provato simpatia per quell’uomo, e anche molta ammirazione, ma certi suoi comportamenti non li ho mai capiti. E non ho perso l’occasione di porgli domande. Tutto in quel pomeriggio. Il discorso cadde sulla crisi della Chiesa, e su quel libro da lui stesso scritto dal titolo “fine della cristianità”. Una crisi di valori, che attanaglia la società, sempre più attenta a stereotipi appariscenti, futili, al materiale, piuttosto che al trascendente. Un contesto sociale più alla ricerca del conseguimento del piacere sensoriale, a scapito della felicità. Ci trovammo concordi anche in questo. Riconobbe anche lui l’azione devastatrice del principe delle tenebre e dei regni della terra. Insomma, l’opera di satana, anche per don Sandro era a buon punto. Provavo una sorta di gioia, di fierezza. Mi rendevo conto di essere in sintonia con un sacerdote attento ai cambiamenti di quella massa di uomini un po’ pazza e spesso ingestibile chiamata società umana. Mi sono sentito un po’ meno basso, a livello intellettivo, di quanto a tutt’oggi sono. Don Sandro non tralasciò il fondamentale aspetto della perdita della Fede, del travisamento del messaggio Divino di Nostro Signore Gesù Cristo, dovuta forse al confino nella sfera privata della pratica quotidiana del cattolicesimo. Da stile di vita per giungere alla salvezza, a consigli psichiatrici per vivere meglio, come lo yoga, il tai chi o il libro del cristiano recuperato Carlo Nesti, che coi suggerimenti di Gesù afferma di vivere meglio questa vita terrena.
E poi il problema della società multiculturale, l’invasione islamica, la difficoltà forte di potere dialogare con questo pensiero, per motivi di ordine quotidiano, che, spesso e volentieri sfociano nella cronaca ordinaria di tutti i giorni. E qui non mi sono potuto voltare, non potevo fare più un passo indietro. Pena : cadere nell’ipocrisia. E non me lo potevo permettere. Chiesi a don Sandro di riflettere sulle colpe del clero, sulle eresie emerse dal concilio vaticano II. Come poteva condannare l’islam sulla base del documento conciliare nostra aetate? O l’uno o l’altro. O con Paolo VI o con il magistero bi millenario della Chiesa. O con Lepanto o con l’ecumenismo montiniano e l’Assisi di wojtiliana memoria. Non se l’aspettava un colpo così don Sandro, e probabilmente non se lo meritava, ma gli era dovuto. Parlammo della liturgia, di quella Santissima ed unica Messa codificata a Trento nel 1570 e dichiarata immutabile, pena l’anatema, che venne forzatamente quasi cancellata dal concilio e dalla successiva riforma del messale richiesta da papa Montini ed eseguita da mons. Bugnini. Una liturgia che si distanzia in modo impressionante dal cattolicesimo, ebbero a dire i cardinali Bacci ed Ottaviani nel loro documento intitolato “Breve esame critico del novus ordo missae”, redatto dal domenicano padre Guerard de Lauriers, che perse il posto di docente alla Pontificia università lateranense anche per questo, una messa che nonostante la parziale riabilitazione di Benedetto XVI ancora oggi viene osteggiata sul territorio da tantissimi vescovi, tra i quali il suo successore, stimato don Sandro. Egli mi rispose laconicamente, mi disse che “molte cose che vengono dalla Chiesa gli facevano schifo”, ma che quando era vescovo, pose sempre vincoli ben precisi a chi gli chiedeva di celebrare l’antico rito di San Pio V, i cardini della dignità e della precisione, per non offendere quella sacra liturgia. Mi fece gioire saperlo non contrario a questo, mi addolorò il fatto di non averglielo potuto chiedere prima. Chissà, oggi a Como avremmo potuto avere anche noi cattolici la vera messa, senza peregrinare macinando chilometri. Un altro rimpianto mi attanaglia: quello di non avergli potuto confessare i miei peccati. Ho conosciuto il teologo, ma mi sono perso il sacerdote. E per un cattolico questo è un brutto colpo. Arrivederci Don Sandro, vi ho affidato alla Madonna dei Miracoli di Morbio e a quella di San Giorgio in Como, ove è sepolto un vostro grande predecessore a lei devoto: Monsignor Alfonso Archi. Anche a Lui ho chiesto di accompagnarvi alla Cattedra di Nostro Signore Gesù Cristo.

Natale 2008: un bagno di sangue?

Ufficialmente manca meno di un mese e mezzo al 25 dicembre, ma lo spettro del Natale incombe già su tutti noi. Almeno in provincia di Como. Gli alberelli di luce sono già stati piazzati all’esterno di alcuni centri commerciali, e nelle via principali di molti paesi fanno capolino le consuete luminarie. Insomma, da almeno 15 giorni, l’armamentario del principe del consumismo è già stato installato, ed è pronto a far fuoco sulle nostre coscienze. Con consueto anticipo, senza farsi notare, a “luci spente”, pronto per azzannare noi poveri consumatori. Già, un mese e mezzo prima, ma già pronto da due settimane almeno. Perché il Natale smania di piombarci addosso? Che si nasconde sotto tanta gioia offerta così presto? Che ci sia una sorpresa sotto tanta gioia in anticipo? Che sia la festa della Nascita di Nostro Signore Gesù Cristo la medicina finale che spazzerà via la cosiddetta crisi di cui tutti parlano?
Lo si dice sottovoce, quasi bisbigliando ma dal Natale dell’anno 2008 molti analisti economici si attendono delle risposte, o forse delle conferme, per confutare previsioni di varia natura sul futuro della nostra società. E sempre bisbigliando, gli esperti si scambiano dati, impressioni e soprattutto preoccupazioni, perché a detta di molti, a dicembre potrebbe aver luogo un “bagno di sangue finanziario”. Potrebbe verificarsi “l’inizio della fine”, con il crollo di un sistema consolidato- quello capitalistico- che rimetterebbe tutto in discussione. Il gigante d’argilla vacilla, e mostra ogni giorno un nuovo cedimento. La partita si giocherà nel campo dei consumi. Se “il popolo” assalterà centri commerciali, negozi, outlet, concessionarie e chi più ne ha più ne metta, spendendo denaro sonante, permettendo quindi alla domanda di ripartire, potremo limitare i malefici della crisi. In caso contrario sarebbero guai seri. Anche in casa nostra. La paura è tanta. Il mostro incombe. Se la crisi finanziaria si trasformerà in economica il rischio di “default” di molte economie sarà reale. Il male sarà entrato nelle nostre tasche. Bucandole. Con buona pace di tutti, anche in provincia di Como. La bolla immobiliare, i fondi subprime, ma soprattutto il denaro preso a prestito per comprare il televisore al plasma, l’ipod o, peggio ancora, per andare in vacanza. Finanziamenti rateizzati per spendere soldi per nulla. Investire nelle vacanze. Che lo fai a fare se non hai un albergo o un’agenzia di viaggi? Spendere soldi che non ci sono. Dilapidare una ricchezza che non c’è. Ecco il leit motiv delle famiglie. Vivere al di sopra delle proprie possibilità. Una condizione che ha regnato e regna in molte case, della quale oggi le persone portano le conseguenze, dovute a scelte dirigenziali sbagliate, che hanno messo in crisi gli istituti bancari di casa nostra, mai come oggi a rischio bancarotta. Soldi rimessi in circolo dalle banche per svuotare i forzieri riempiti col denaro borsistico ricavato dalle operazioni della “new economy” negli anni novanta, quando gli indici telematici Nasdaq e Mibtel –per citarne alcuni- erano maneggiati da tutti. Ricordiamo bene quegli anni: la mattina alle sei, al bar , o dall’edicolante, tutti a discutere di azioni, tutti ad azzardar previsioni . Il sole splendeva ventiquattrore nelle mani di tutti,dal manovale allo spazzino- pardon, operatore ecologico- soppiantando il rosa della gazzetta. Terminati gli effetti della grande sbornia telematica l’imperativo, ieri come oggi, fu “far ripartire i consumi”. Perché dal consumo dipende la vita delle aziende. Via libera quindi ai creativi di finanza artificiale, impegnati a prestare denaro a chiunque ne facesse richiesta, da restituire in comode rate mensili della durata di sette anni. Piccole somme per cambiare l’auto e/o la moto, per andare in vacanza o per comprarsi vestiti. Perché la moda è, oggi più che mai, segno di distinzione sociale. Perché, oggi più che mai, l’imperativo è “apparire”.”L’essere” che cede il passo al “sembrare. Il sistema creditizio americano dell’elargire soldi senza garanzie di pagamento trapiantato anche qui. Un affare rischioso, troppo rischioso, che si è ritorto contro chi l’ha pensato. E che ha messo nei guai le banche, che hanno visto andare in fumo non solo la prospettiva di guadagno degli istituti- mica lavorano per niente- ma anche il rientro delle somme prestate. Perché le persone hanno smesso di pagare la rata. Da qui la reazione. Il passo è breve. Chiusura immediata dei rubinetti, rialzo dei tassi di interesse di prestiti e fidi. Il preambolo del rientro del capitale prestato alle aziende nel più breve tempo possibile. Già, le aziende, in questo modo impossibilitate a far fronte alla RI.BA mensile e alla pressione del fisco. Una crisi annunciata, già dallo scorso mese di giugno, ma nascosta, occultata ovunque per non stravolgere le spese consuete di agosto generando allarmismi, ma che si è sprigionata con tutta la sua virulenza a partire dallo scorso settembre, e mostrandosi in tutta la sua nudità. Crisi nel tessile, nell’artigianato, nel commercio. Ricorso continuo alla cassa integrazione. Perché le persone non consumano più, e se non consumano, le aziende non producono e se le aziende non producono tagliano i costi, soprattutto quelli umani, che nel breve periodo smetteranno di consumare. Scusate il gioco di parole, ma questo è quanto. Che fanno le banche? Quale ruolo giocano in questa crisi? In questo momento stanno alla finestra con le dita incrociate, sperando che i consumi ripartano. Per poter rifiatare ed incassare moneta fresca e sonante e, facciamo un’ipotesi, ricominciare a studiare strumenti finanziari perversi per tornare a fare utili. Ricordano tanto quei giocatori di casinò incalliti che, dopo aver perso un’ingente somma di denaro al tavolo verde, supplicano gli amici di farsi prestare altri soldi. Che pensate ne faranno? Tanti si lanciano a far previsioni, a medio e breve termine. Noi non abbiamo l’ardore di volare così alto. Pensiamo al domani, guardiamo al Natale. All’orizzonte, luminarie anticipate, interruttori pronti ad accenderle, sconti del 30% sull’abbigliamento in alcuni grandi magazzini della città forse trovano una spiegazione in quanto scritto sopra. Incentivarci tutti a spendere subito, per ridare fiato ad un’economia in fortissimo debito d’ossigeno per colpa di banche spericolate ed affamate e cittadini furbi, sempre a pensare che la crisi tocchi al massimo il nostro vicino, di cui è lecito parlar male. Intanto l’ennesimo macigno cade sulla disastrata economia americana. Anche General Motors, fino a qualche anno fa leader indiscusso del mercato mondiale dell’automobile sta morendo. Quasi un milione di posti di lavoro a rischio. Alle nostre latitudini si registra un notevole rallentamento del venduto nelle concessionarie. Nonostante ciò l’amministratore della FIAT Sergio Marchionne ha detto che “La casa del Lingotto sta dimostrando una ''resistenza incredibile'' sul mercato europeo dell'auto, ribadendo inoltre che i risultati sono ''buoni in un mercato non buono. Ma essere riusciti ad aumentare le quote e' un'ottima cosa per la Fiat''. Cosa aspettarci da Torino in un prossimo futuro? Una soluzione per tutti ci sarebbe. Se lo stato riducesse al 30% le proprie pretese fiscali più soldi rimpolperebbero le buste paga dei dipendenti privati ed i bilanci delle aziende. Una strategia rischiosa che affamerebbe di colpo la voracissima macchina pubblica italiana. Con le terribili conseguenze del caso. Che fare, da qui a dicembre? Oremus…

Bossi e il cattolicesimo: trasformazioni nel tempo.

Non sono certo che Dio esista, ma potrei scommettere che non si occupa di politica. Troppa gente, nella storia del mondo ha detto: “Dio è con noi”. Risuona ancora nelle orecchie di molti italiani, io credo, il “Gott mit uns” dei nazisti. La religione, ne sono convinto, deve essere tenuta fuori dalle scelte della politica.
Con queste parole, sedici anni fa ,Umberto Bossi aprì una serie di riflessioni sulla questione cattolica che già incrociava il proprio destino con la giovane Lega Nord, che, battagliando per il federalismo, per la “Repubblica del Nord” di allora- una delle tre macroregioni immaginate dal professor Gianfranco Miglio nel contesto di una vera costituzione federale, concetto che il senatur in seguito sconfessò – scomodamente si poneva, e non poteva essere evitata.
Parole vergate, nero su bianco, in quello che fu un grande tentativo di diffondere il “Lega pensiero”: un libro scritto con la collaborazione del giornalista Daniele Vimercati, dal titolo “Vento dal Nord. La mia Lega, la mia vita”.
E ancora: “Io credo, in Dio. Ma non è il Dio che ci raccontano al catechismo. E’ un Dio che sta ovunque nell’acqua e nel fuoco e nell’aria che respiriamo(..)Io lo sento vivere dentro di me e dentro i mille volti della natura. Posso solo immaginare che il mio modo di pensare a Dio sia legato all’ambiente in cui ho vissuto i primi anni della mia esistenza. Forse mi è rimasto dentro quel senso di comunione con la natura che ha segnato la mia infanzia.” O forse gli anni in cui frequentava il partito comunista, aggiungiamo noi?
“Non c’è bisogno di inginocchiarsi davanti ad un’ altare , anche se capisco che certi gesti possano aiutare. Non sento neppure il desiderio di pregare. Credo che la miglior lode a Dio, per un uomo d’azione come me, sia un lavoro serio ed onesto, sia l’impegno quotidiano per un ideale giusto. Il cattolicesimo è la religione del mio popolo, io la rispetto. Ne condivido in parte il codice morale. Ma la mia deontologia è quella che mi viene dalla mia coscienza. Ad essa, e non ad una gerarchia ecclesiastica, quale che sia, sento il dovere di rispondere. Preferisco tenere la fede fuori dalla mia azione politica. Credo che la fede sia una questione personale.” Ce n’è anche per il partito di allora dei Cattolici, la DC: “ No io trovo ipocrita agitare il turibolo per ottenere il voto delle vecchiette, per poi trafficare nell’ombra, rapinare e spogliare la gente. Dovrebbe essere vietato l’uso dei simboli religiosi in politica.”
Questo il pensiero personale, la visione di Dio di Umberto Bossi. Era il 1992. La Lega sognava di farsi Sistema e sostituirsi ad esso. In una chiara visione federalista.
Lega partito laico? Anche qui l’Umberto mostrò idee chiare, dal suo punto di vista. “A volte mi chiedono se la Lega è un partito laico. Oppure se io sono il leader laico di un partito che rappresenta parecchi cattolici. Da qui la fondazione della consulta cattolica, strumento che sarebbe servito, grazie all’opera di Giuseppe Leoni ed Irene Pivetti –si proprio lei- ad interfacciare i cattolici leghisti, le loro istanze, con i vertici del movimento. “Perché l’Italia è un paese cattolico, ed io rispetto le scelte religiose della gente. E voglio tenerne conto nella mia attività politica.
Ma, si sa, nell’agitato mare dei pensieri, le tentazioni sono sempre in agguato. Come quella lanciata, sempre secondo Bossi, sulle colonne del giornale di allora della Lega, “Lombardia autonomista”, da uno studioso delle religioni, che suggerì alla Lega di farsi riformatrice, oltre che nello stato, anche nello spirito, dando via ad una nuova fase protestante. Un segnale di malumore che serpeggiava all’interno del movimento, quando la Chiesa lanciava ad esso messaggi contrastanti, a volte di apertura, a volte di condanna. Ne citiamo due: un intervento dell’allora Cardinale Ratzinger che disse che non esiste, o non dovrebbe esistere, il partito unico dei cattolici. Messaggio smentito poco dopo dalla CEI. Poi il cardinal Martini, allora vescovo di Milano, che tuonò in favore dell’accoglienza agli immigrati di colore, nuovi fratelli lombardi. Disse ancora Umberto Bossi: “ Signori del Vaticano se restate neutrali tutto va bene. Ma se vi rimettete a giocare la carta democristiana, allora noi potremmo suggerire a tanti cittadini del nord Italia di non guardare più a Roma, nemmeno per la religione. Ma di guardare alla vicina Germania, alla Svizzera, ai civilissimi paesi protestanti, che credono in Dio e in Gesù Cristo, ma non riconoscono l’autorità del Papato. Nessuna voglia di sfidare il Vaticano, ma credo di avere il diritto di chiedere che la laicità dello stato sia rispettata. Da tutti, in primo luogo dal Vaticano. I preti stiano nelle loro Chiese, facciano le loro prediche, escano solo per compiere opere di bene o per evangelizzare i popoli. Ma lascino stare la politica”. Sin qui tutto chiaro, crediamo. Con il popolo cattolico ma non con la gerarchia, distante anche nella religione dai reali bisogni della gente. Correva l’anno del Signore 1992, sedici anni fa. Come proseguirono i rapporti fra cattolici e Bossi? Tanti eventi scandirono la vita politica in quegli anni. Le Lega subì una brusca battuta d’arresto ritrovandosi invischiata nelle secche di Mani Pulite. I 200 milioni di Cusani, il “Pirla” Patelli lo scudo della costituzione federale del professor Miglio, prima usata e poi gettata alle ortiche. Addio all’idea di sostituirsi al sistema tanto cara all’onorevole Bossi. Scende in campo Silvio Berlusconi. Nasce Forza Italia. La Lega vi si allea al nord, il Movimento Sociale al sud. Per una vittoria inaspettata di quello che si chiamò il polo delle Libertà. Un amore durato sei mesi, che Berlusconi suggellò con 180 parlamentari leghisti, 10 sottosegretari, 5 ministri e 1 presidente della Camera, quella dei deputati. E Che Bossi rovesciò dopo 180 giorni, vacanze estive comprese. Della questione cattolica, per molti anni in Lega non se ne parlò praticamente più. Perché non si tornò subito alle urne. Venne il governo transitorio di Lamberto Dini, e per la Lega venne la fase indipendentista e secessionista, il tempo di riorganizzare le file dirà qualcuno maliziosamente, per scordare la caduta del primo governo Berlusconi, per presentarsi alle elezioni politiche del 1996, due anni dopo, con un nuovo vestito ed una nuova identità. Perché, si sa, gli italiani , in certi casi, dimenticano in fretta. L’appuntamento con la “Gabina elettorale” non poteva essere rimandato a lungo. Si votò nella primavera 1996. Nè con Roma polo né con Roma Ulivo. Ma per la Padania Libera. Un successone. Quasi l’undici per cento del consenso elettorale, ma il centro sinistra vinse le elezioni e il polo delle libertà non raggiunse una percentuale tale da rovesciare i sinistri se sommato ai voti leghisti. Si prospettavano così, per la Lega, 5 anni di anonimato. Addio al sogno dell’ago della bilancia. Che fare per ingannare il tempo? I padani si trovarono sul Monviso, sul Po’, a Venezia. Organizzarono le elezioni padane, proclamarono l’indipendenza della Padania, attirando su di se parecchie attenzioni mediatiche. Ma nulla più. Me decisioni politiche si prendevano altrove. In Vaticano, ad esempio, secondo il leit motiv bossiano. Nel 1997 Bossi attaccò direttamente Papa Giovanni Paolo II accusandolo di ingerenza nella politica italiana. Un’affermazione corretta poi, il tiro fu spostato, anche allora, sulla gerarchia e non sul successore di Pietro. E le reazioni non mancarono, ma su tutte,da rimarcare, quella della Liga Veneta. L’allora segretario Comencini, cattolico, disse: ” Giovanni Paolo II "e' un Papa grandissimo, un uomo straordinario" che "non ha mai interferito nelle vicende di politica interna". Tornava d’attualità il cattolicesimo, anche dentro il partito di Bossi. Le spie d’allarme erano accese. Tutte. Si imponevano scelte diverse. Come spiegare al popolo che gerarchia vaticana e Chiesa cattolica non sono la stessa cosa? Svelato il mistero. La soluzione è nascosta nel tradizionalismo cattolico. A salvare capra e cavoli, un approccio discreto ai discepoli di Monsignor Lefevbre e ai discepoli di Padre Guerard De Lauriers dell’Istituto Mater Boni Consilii, che indicano, nelle cattive teorie anticattoliche nate dal concilio vaticano II la crisi della Chiesa. La Lega amica dei tradizionalisti, materialmente ma non formalmente. Sui media del partito- Il quotidiano La Padania, il settimanale Il sole delle alpi e su radio Padania libera- lo spazio concesso ad esponenti del vero cattolicesimo è sempre più ampio, e non sempre contro bilanciato dai “cattolici padani” del senatore Giuseppe Leoni, ossequiosi del clero ufficiale. E fu proprio lui a riannodare i rapporti con Roma, in modo sotterraneo. Sul teatro delle operazioni di “guerra”, calava la figura del vescovo di Como Monsignor Alessandro Maggiolini, che più volte ebbe a dire, in contrasto con i suoi, che il risorgimento non era un dogma, e che l’invasione incontrollata di immigrati dal mondo islamico, avrebbe messo in pericolo la cristianità. Parole magiche all’orecchio di Umberto Bossi. Qualcosa, oltre Tevere, si stava muovendo. E fu probabilmente la questione islamica la porta dalla quale rientrarono poi tutti i temi etici in cui una posizione di Fede diveniva vincolante nello spostamento dei voti tra gli schieramenti. Umberto Bossi aveva visto giusto. Tenere il piede in due scarpe. Frequentare le messe Tridentine, magari farne celebrare qualcuna in qualche festa della Lega, e mostrare all’opinione pubblica che qualcuno del porporato- non certo degli sconosciuti- ammettevano implicitamente le ragioni padane. Ed in parte è andata così. Umberto Bossi ha riscoperto la tradizione. Don Floriano Abramovich, bravissimo sacerdote della fraternità San Pio X –i Lefevbriani- benedisse i lavori del parlamento padano, e ogni tanto, annovera fra i suoi fedeli, lo stesso Senatur. Perché tra i leghisti e i lefebvriani «ci sono affinità», come ha precisato il leader del Carroccio: «C' è la tradizione innanzitutto, e poi questa messa, bella, cantata, uno la sente bene. Secondo me è stato un errore togliere questi canti perché il canto ti libera e ti trasporta in una dimensione più spirituale». Parole , ancora una volta di Umberto Bossi, A.D. 2007. Cattolica. La Lega è il partito dei cattolici. Un partito universale. Amica della tradizione e dei suoi alfieri “ma anche” di quelli che nella gerarchia ufficiale “ non ci stanno”. Monsignor Maggiolini fu allineato e coperto alle costituzioni conciliari. Condivise il concilio vaticano II. Nonostante ciò, nonostante il documento “Nostra Aetate” sulla libertà religiosa non smise mai di denunciare il pericolo dell’inserimento forzato nella nostra società di troppi immigrati islamici. Oggi Don Sandro non c’è più. Ci resta il suo ricordo, come rimane in noi l’immagine di Umberto Bossi commosso in Duomo con l’immagine del vescovo in mano. Fossimo in lui non cercheremmo altri sacerdoti come Don Sandro all’interno del clero ufficiale. Più coerente sarebbe approcciare la vera tradizione Cattolica, che in Lepanto con San Pio V e nell’opera del cardinale comasco Benedetto Odescalchi, poi Papa Innocenzo XI –quello della tangenziale- si erse a difensore del cattolicesimo contro l’invasione turca mussulmana. Perché sacerdoti come Don Sandro, nel clero ufficiale, non ce ne sono più. O se ci sono, si nascondono molto bene.

sabato 5 luglio 2008

Tutti vogliono il Tibet libero. Ma come si gestivano lassù prima di venir occupato?

Da alcuni mesi oramai si sta levando alto il grido di denuncia della tirannia cinese sul Tibet, occupato oramai da troppo tempo dalla repubblica popolare. I soliti noti soprattutto, attori e attrici famosi, maitre a penser, politici-quasi tutti di una parte- calciatori. Ma sanno di cosa stanno parlando? C'è davvero da fidarsi? Il celebre giornalista Vittorio Messori delinea la situazione storica in queste parole qui sotto...

Buona lettura.




TIBET
Ha provocato proteste l'assegnazione a Pechino delle Olimpia¬di 2008. Proteste giustificate, s'intende. Ma (a differenza di quanto gli stessi contestatori credono) non perché la Cina sia un Paese ufficialmente ancora comunista; bensì, al contrario, perché è divenuto il maggiore Paese fascista della storia. Non è una battuta, ma è il risultato concreto della solita «eterogenesi dei fini». In effetti, in quell'immensa nazione, l'economia è stata affidata al più duro dei capitalismi, con implacabile sfruttamento dei lavoratori, in nome del profitto. Ad Hong Kong, operai e impiegati rimpiangono i tempi delle garanzie sindacali dell'epoca inglese. Ed è al lavoro minorile di massa che la Cina affida molte delle chances delle sue esportazioni a basso prezzo. Sul piano politico, invece, il potere è tenuto in mano, con brutalità poliziesca, da un regime basato non sul marxismo, per quanto annacquato, ma su un Partito unico che ha come ideologia portante un nazionalismo e un autarchismo di stampo chiaramente fascisti.
Tra le proteste per il «regalo» delle Olimpiadi c'è anche la questione del Tibet, invaso e annesso dal 1950 alla grande Repubblica sedicente Popolare. Protesta, pure questa, che naturalmente non si può non condividere. Purché, però, si ricordino alcune cose.
In effetti, è ben visto, in Occidente, lo schierarsi dalla parte del Dalai Lama costretto all'esilio, mentre non lo è il dedicare almeno un pensiero al martirio cristiano che continua nella Cina e che ha vi¬sto — e vede — persecuzioni degne di un Diocleziano. È poi singolare constatare come il recente fascino di massa del buddhismo presso europei e americani porti a dimenticare una realtà: il Tibet era una chiusa, dura teocrazia dove il capo religioso — il Dalai Lama, appunto — era anche il capo di Stato. Un capo assoluto, senza neanche una parvenza di democrazia.
Strano davvero: mentre si è sempre pronti ad alzare la voce contro presunti rigurgiti di clericalismo cattolico, mentre si ricorda — tra orrore e ironia — il tempo lontano del « Papa-Re », dello « Stato
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dei preti», nessuno riflette sul fatto che quella tibetana era la più soffocante delle «dittature monastiche». All'arrivo dei cinesi invasori, i monasteri sul grande altipiano himalayano erano oltre quattromila, ciascuno con migliaia di monaci (alcuni ne avevano sino a diecimila).
Se capo assoluto era il Dalai Lama (che significa « Oceano di Saggezza»), i Lama, cioè gli equivalenti dei nostri abati medievali, a capo dei monasteri più importanti erano i feudatari che possedevano tutte le terre e che erano padroni non solo del lavoro, ma pure della vita e della morte dei contadini. Ai Lama faceva capo anche tutto il rudimentale sistema finanziario: le sole «banche» erano i monasteri, perché erano essi a possedere ogni ricchezza. Ricchezza che era ben lungi dall'essere utilizzata, anche solo in parte, per ope¬re di carità.
Per secoli, poi, lo Stato-Chiesa impose che ogni famiglia inviasse almeno un figlio a un monastero al compimento degli otto anni. Del resto, la condizione monastica era la più desiderabile, vi¬sto che i « laici » non solo erano a servizio degli onnipotenti religiosi, ma erano considerati come tibetani inferiori in questa vita e destinati poi, nell'altra, a proseguire nel ciclo disperante delle reincarnazioni.
In effetti, a che « servivano » quelle centinaia di migliaia di monaci? Servivano, in fondo, per uno scopo essenzialmente egoistico. Ciascuno, cioè, attraverso preghiere e tecniche ascetiche, si sforza¬va di raggiungere la pace imperturbabile, quel Nirvana che evitasse la rinascita e facesse del monaco un anagamin, cioè «uno che non ritorna più».
Anche su questo punto occorrerebbe riflettere. Quando si pensa che monachesimo cristiano e buddhista siano, in fondo, confrontabili si ignora (o si evita di dire) che, in realtà, la differenza è radicale. Mentre, in effetti, il monaco buddhista lavora alla sua salvezza, e a quella soltanto, quello cristiano mette se stesso a disposizione della salvezza del mondo intero. È la grande, consolante dottrina della « comunione dei santi »: l'ascesi, il sacrificio, la preghiera di colui che « ha scelto la via migliore », di colui che è stato chiamato allo « stato di perfezione », ricadono a vantaggio di tutti e di ciascuno.
Da qui la «funzione sociale» (sconosciuta all'Estremo Oriente) della vocazione religiosa cristiana: pregare anche per chi non prega,

amare anche per chi non ama, farsi tramiti e intercessori tra la Terra e il Cielo. Oltre — ma come scopo secondario rispetto alla prospettiva spirituale, come sappiamo — all'esercizio della carità «materiale», a servizio dei bisognosi nel corpo.
Protestiamo, dunque, per il Tibet, se così ci par bene. E denunciamo il fascismo «rosso» e l'imperialismo della Cina. Sapendo però, di che cosa si parla."

Vittorio Messori da "Emporio Cattolico, uno sguardo diverso su storia ed attualità" Sugarco edizioni .

mercoledì 7 maggio 2008

L'italia ha di nuovo un governo. Speriamo sia la volta buona.

Anni fa, credo ancora durante la penultima esperienza governativa, Silvio Berlusconi ebbe a dire, a proposito della litigiosità della sua coalizione, litigiosità spesso provocata ed acuita da un partito che non è più-finalmente- in una maggioranza di governo, che se i cittadini italiani avessero dato a lui il 50% più uno dei consensi, il problema sarebbe stato risolto. Delirio di onnipotenza, avrà detto qualcuno. Poco tempo fa il popolo lo ha accontentato. Speriamo non ci deluda.
Da qualche ora c'è un governo, composto da BEN 21 ministri, come narra nella sua versione online il quotidiano di Antonio Gramsci tanto caro ai compagni trasformisti. Il defunto- per fortuna- governo Prodi ne contava solo quattro in più. Berlusconi vien già meno alle sue promesse, da gran contaballe qual'è. Ecco cosa potrebbe celarsi dietro quell'avverbio- BEN-
Effettivamente un dubbio viene: che non sia cambiato nulla ancora prima di iniziare?
Ecco la lista dei ministri del governo Prodi II:

Ministri senza portafoglio

Affari Regionali e Autonomie Locali
Ministro: Linda Lanzillotta

Attuazione del programma di Governo
Ministro: Giulio Santagata

Riforme e Innovazioni nella pubblica amministrazione
Ministro: Luigi Nicolais

Diritti e pari opportunità
Ministro: Barbara Pollastrini

Politiche europee
Ministro: Emma Bonino

Rapporti con il Parlamento e Riforme istituzionali
Ministro: Vannino Chiti

Politiche per la famiglia
Ministro: Rosy Bindi

Politiche Giovanili e Attività sportive
Ministro: Giovanna Melandri

Totale Ministri SENZA PORTAFOGLIO (Che non ha autonomia di spesa): 8-OTTO-

I ministri con portafoglio del governo Prodi II:

Affari Esteri
Ministro: Massimo D'Alema

Interno
Ministro: Giuliano Amato

Giustizia
Ministro: Luigi Scotti (dal 07/02/2008; Romano Prodi ad interim dal 17/01/2008 al 07/02/2008; Clemente Mastella dal 17/05/2006 al 17/01/2008)

Economia e Finanze
Ministro: Tommaso Padoa Schioppa

Sviluppo economico
Ministro: Pierluigi Bersani

Università e Ricerca
Ministro: Fabio Mussi

Istruzione
Ministro: Beppe Fioroni

Commercio internazionale
Ministro: Emma Bonino

Lavoro e Previdenza sociale
Ministro: Cesare Damiano

Solidarietà sociale
Ministro: Paolo Ferrero

Difesa
Ministro: Arturo Parisi

Politiche Agricole, Alimentari e Forestali
Ministro: Paolo De Castro

Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare
Ministro: Alfonso Pecoraro Scanio

Infrastrutture
Ministro: Antonio Di Pietro

Trasporti
Ministro: Alessandro Bianchi

Salute
Ministro: Livia Turco

Beni e Attività Culturali
Ministro: Francesco Rutelli

Comunicazioni
Ministro: Paolo Gentiloni

Totale Ministri con portafoglio(quelli che hanno l'autonomia di bilancio e quindi di spesa): 18- DICIOTTO-


Ecco ora la lista dei Ministri del quarto governo Berlusconi:

Ministri senza portafoglio:

Riforme: Umberto Bossi;

Semplificazione: Roberto Calderoli;

Attuazione Programma: Gianfranco Rotondi;

Politiche Comunitarie: Andrea Ronchi;

Pari Opportunità: Mara Carfagna;

Affari regionali: Raffaele Fitto;

Politiche giovanili: Giorgia Meloni;

Rapporti con parlamento: Elio Vito;

Innovazione: Renato Brunetta.

Totale Ministri senza portafoglio governo Berlusconi IV: 9 -NOVE-

Ministri con portafoglio:

Esteri: Franco Frattini;

Interno: Roberto Maroni;

Giustizia: Angelino Alfano;

Economia: Giulio Tremonti;

Difesa: Ignazio La Russa;

Sviluppo economico: Claudio Scajola;

Pubblica istruzione: Maria Stella Gelmini;

Politiche agricole: Luca Zaia;

Ambiente: Stefania Prestigiacomo;

Infrastrutture: Altero Matteoli;

Welfare: Maurizio Sacconi;

Beni culturali: Sandro Bondi.

Totale Ministri con Portafoglio governo Berlusconi IV: 12 -DODICI-

Dunque, ricapitolando:

il governo Berlusconi vince il duello col precedente per quanto riguarda il numero dei ministri che non possono spendere 9-NOVE-a 8- OTTO.

Lo stesso governo perde il confronto con l'esecutivo Prodi per quanto riguarda i ministeri che possono spendere denaro Pubblico: "Mortadella" ne aveva 18-DICIOTTO- il Cavaliere 12 -DODICI-

Siamo sicuri che l'avverbio BEN

sia stato usato correttamente in questo contesto, cari giornalisti dell'unità? Forza e coraggio, non perdetevi d'animo cari compagni. Magari mi smentirete domani dopo la distribuzione delle poltrone viceministeriali e di sottosegretario. E ci direte che l'avevate previsto, che avevate avvertito il popolo che la democrazia era in pericolo. E che ora lo è più che mai. Per il momento vi siete messi in evidenza, ancora, per aver distorto la realtà dei fatti.
E vi chiedete perché la gente vi ha voltato le spalle???

lunedì 5 maggio 2008

Oggi 5 maggio: una ricorrenza grande.


Seguendo un costume ben diffuso, gli umani ricordano sovente eventi inutili omettendo ricorrenze grandi. Evocando il cinque maggio, alcuni rammentano manzoni e napoleone buonaparte, la massa lo scudetto perso dall'inter nel 2002 a vantaggio della Juve, pochi la morte di un uomo che lo Spirito Santo ha posto sul soglio di Pietro, per difenderci dall'islam.

Oggi ricordiamo la memoria di Antonio Michele Ghislieri, San Pio V, il Papa di Lepanto, il Pontefice che codificò la vera Messa secondo il concilio di Trento.

Che ne è oggi dei suoi insegnamenti?

SAN PIO V, PAPA E CONFESSORE

Lotta contro l'eresia.

Tutta la vita di Pio V è stata una lotta. Nei tempi agitati in cui ebbe a reggere la Chiesa, l'errore aveva invaso una grande porzione della cristianità e ne minacciava il resto. Astuto e accomodante nei luoghi ove non poteva sviluppare la sua audacia, esso agognava all'Italia; la sua ambizione sacrilega era di rovesciare la cattedra apostolica, e di trascinare senza scampo tutto il mondo cristiano nelle tenebre dell'eresia. Pio difese tutta la penisola minacciata con una dedizione inviolabile. Anche prima di essere innalzato agli onori del supremo Pontificato, espose spesso la sua vita per strappare le città alla seduzione. Imitatore fedele di Pietro Martire, non lo si vide mai indietreggiare di fronte al pericolo; e gli emissari dell'eresia ovunque fuggirono al suo avvicinarsi.

Elevato alla cattedra di san Pietro, seppe infondere nei novatori un terrore salutare, risollevò il coraggio dei sovrani dell'Italia e, con moderato rigore, riuscì a rigettare al di là delle Alpi il flagello che avrebbe trascinato l'Europa alla distruzione del cristianesimo, se gli Stati del Mezzogiorno non vi avessero opposto una barriera invincibile. L'eresia si arrestò. Da allora il protestantesimo, ridotto a logorar se stesso, dette spettacolo di quella anarchia di dottrine che avrebbe portato alla desolazione il mondo intero, senza la vigilanza del Pastore che, sostenendo con indomabile zelo i difensori della verità in tutti gli stati ove essa regnava ancora, si oppose, come una parete di bronzo, al dilagarsi dell'errore nelle contrade ove comandava da padrone.

... contro l'Islam.

Un altro nemico, approfittando delle divisioni religiose dell'Occidente, minaccia l'Europa in quei medesimi giorni; e l'Italia era destinata ad essere la prima preda. Uscita dal Bosforo, la flotta ottomana, si dirige contro la cristianità; sarebbe la fine, se l'energico Pontefice non vegliasse sulla salvezza di tutti. Getta l'allarme, chiama alle armi i prìncipi cristiani. L'Impero e la Francia, lacerate dalle fazioni che l'eresia vi ha generato, odono l'appello, ma restano immobili; la Spagna sola, con Venezia e la piccola flotta papale, rispondono alle istanze del Pontefice, e, ben presto la Croce e la mezzaluna si trovano di fronte nel golfo di Lepanto. La preghiera di Pio decide la vittoria in favore dei cristiani, le cui forze sono di molto inferiori a quelle dei Turchi. Noi ritroviamo questa felice memoria in ottobre, per la festa della Madonna del Rosario. Ma oggi bisogna ricordare la rivelazione fatta dal Santo Pontefice, la sera della grande giornata del 7 ottobre 1571. Dalle sei del mattino, fino all'approssimarsi della notte, la battaglia si svolse tra la flotta cristiana e quella musulmana. Improvvisamente, il Pontefice, spinto da un divino impulso, guarda fisso il cielo, resta in silenzio qualche istante, poi, volgendosi verso le persone presenti, dice loro: "Ringraziamo Iddio: la vittoria è dei cristiani". Ben presto la notizia giunse a Roma, ed in tutta la cristianità non si tardò a conoscere che ancora una volta il Papa aveva salvato l'Europa. La disfatta di Lepanto portò alla potenza ottomana un terribile colpo, dal quale non si risollevò mai più: l'era della sua decadenza data da quel giorno famoso.

Il riformatore.

L'opera di san Pio V per la rigenerazione del costume cristiano, per fissare la disciplina del concilio di Trento, per la pubblicazione del Breviario e del Messale sottoposti a riforma, ha fatto del suo pontificato, durato sei anni, una delle epoche maggiormente feconde della storia della Chiesa. Più d'una volta i protestanti si sono inchinati con ammirazione di fronte a questo avversario della loro pretesa riforma. "Mi meraviglio, diceva Bacone, che la Chiesa Romana non abbia ancora canonizzato quest'uomo illustre". Ed effettivamente Pio V non fu annoverato nel numero dei Santi che circa centotrent'anni dopo la sua morte, ciò che dimostra quanto sia grande l'imparzialità della Chiesa Romana nel rendere gli onori dell'apoteosi anche quando si tratta dei suoi capi maggiormente venerati.

I miracoli.

La gloria dei miracoli incoronò fin da questo mondo il santo Pontefice; ricorderemo qui due dei suoi prodigi più popolari. Un giorno, traversando insieme all'ambasciatore di Polonia la piazza del Vaticano, che si estende su quell'area dove una volta fu il circo di Nerone, si sente preso di entusiasmo per la gloria ed il coraggio dei martiri che ebbero a soffrire in quello stesso luogo, durante la prima persecuzione. Egli allora si china e raccoglie un pugno di polvere da quel campo di tormenti, calpestato da tante generazioni di fedeli, dopo la pace di Costantino. Versa quella polvere in una bianca tela che gli presenta l'ambasciatore; ma quando questo, rientrato a casa sua, fa per aprirlo, lo trova impregnato di un sangue vermiglio, che si sarebbe detto essere stato versato in quello stesso istante: la polvere era sparita. La fede del Pontefice aveva evocato il sangue dei martiri, e questo riappariva al suo richiamo per attestare, di fronte all'eresia, che la Chiesa Romana, nel XVI secolo, era sempre la stessa, per la quale quegli eroi, al tempo di Nerone, avevano dato la loro vita.

La perfidia degli eretici tentò più di una volta di metter fine ad una vita che lasciava senza speranza di successo i loro progetti per la conquista dell'Italia. Con uno stratagemma, tanto vile quanto sacrilego, assecondati da un odioso tradimento, essi impregnarono di un sottile veleno i piedi del Crocifisso che il santo Pontefice aveva nel suo oratorio, e sul quale spesso poggiava le sue labbra. Pio V, nel fervore della preghiera, si apprestava a dare questo segno di amore, per mezzo della sua sacra immagine, al Salvatore degli uomini; ma d'un tratto, o prodigio! i piedi del Crocifisso si staccarono dalla croce e sembravano sfuggire ai rispettosi baci del vegliardo. Pio V comprese, allora, che la malvagità dei nemici aveva voluto trasformare per lui in strumento di morte anche quel legno che ci aveva reso la vita.

Un ultimo avvenimento incoraggiò i fedeli, secondo l'esempio del grande Pontefice, a coltivare la santa Liturgia durante il tempo dell'anno in cui siamo. Sul letto di morte, gettando un estremo sguardo verso la Chiesa della terra, che abbandonava per quella del cielo, e volendo implorare ancora, per l'ultima volta, la bontà divina in favore di quel gregge che lasciava esposto a tanti pericoli, recitò con voce quasi spenta, questa strofa degli inni del tempo pasquale: "Creatore degli uomini, degnatevi in questi giorni colmi delle gioie della Pasqua, preservare il vostro popolo dagli assalti della morte". Terminate queste parole, si addormentò placidamente.

VITA. - Michele Ghislieri nacque nel 1504, nella diocesi di Tortona. Entrato a 14 anni nell'Ordine dei Predicatori, fu mandato all'Università di Bologna per studiarvi la Teologia, che dopo insegnò per sedici anni. Poi fu nominato Inquisitore e Commissario generale del Santo Uffizio, nel 1551: mansione che gli valse molte persecuzioni, ma gli permise anche di ricondurre numerosi eretici alla verità cattolica. Le sue virtù lo designarono pure presso Paolo IV, che lo scelse per la sede episcopale di Nepi e di Sutri, poi per il Cardinalato. Tali onori non modificarono in nulla l'austerità della sua vita, ed il 7 gennaio 1566 divenne Papa, prendendo il nome di Pio V. Egli doveva illustrare la cattedra di san Pietro per il suo zelo nella propagazione della fede, il ristabilimento della disciplina ecclesiastica e la bellezza del culto divino, come per la sua devozione alla Madonna e la carità verso i poveri. Contro i Turchi allestì la flotta, che riportò la vittoria di Lepanto; stava preparando una nuova spedizione, quando morì nel 1572. Il suo corpo fu sepolto a S. Maria Maggiore.

Lode.

Pontefice del Dio vivo, tu sei stato sulla terra "il muro di bronzo, la colonna di ferro" (Ger 1,18) di cui parla il Profeta; e la tua indomabile costanza ha preservato dalla violenza e dalle insidie dei suoi numerosi nemici il gregge che ti era stato affidato. Ben lungi dal disperare, alla vista dei pericoli il tuo coraggio s'innalzava come una diga che si costruisce sempre più alta a misura che le acque dell'inondazione arrivano più minacciose. Per mezzo tuo gl'invadenti flutti dell'eresia si sono arrestati, l'invasione musulmana è stata respinta, e abbassato l'orgoglio della Mezzaluna. Il Signore ti fece l'onore di sceglierti per rivendicare la sua gloria ed essere il liberatore del popolo cristiano; ricevi, insieme al nostro atto di riconoscenza, l'omaggio delle nostre umili felicitazioni. Pure per tuo mezzo la Chiesa, che usciva da una terribile crisi, ritrovò la sua bellezza. La vera riforma, quella che si compie attraverso l'autorità, fu applicata senza debolezze dalle tue mani, altrettanto ferme che pure. Il culto divino, rinnovato dalla pubblicazione di libri Liturgici, ti deve il suo progresso, e la sua restaurazione; e nei sei anni del tuo breve ma laborioso pontificato, molte opere assai feconde furono compiute.

Preghiera.

Adesso, Pontefice santo, ascolta i voti della Chiesa militante, i cui destini furono, per qualche tempo, affidati alle tue mani. Anche morendo, implorasti per lei, in nome del Salvatore risuscitato, la protezione contro i pericoli, ai quali era ancora esposta. Vedi come ai nostri giorni in quale stato ha ridotto quasi l'intera cristianità il dilagare dell'errore. Per far fronte a tutti i nemici che l'assediano, la Chiesa non ha più che le promesse del suo divin fondatore; gli appoggi visibili le mancano tutti assieme; non le restano più che i meriti della sofferenza e le risorse della preghiera. Unisci le tue suppliche alle sue, dimostrandoci, così, che sèguiti sempre ad amare il gregge del Maestro. Proteggi a Roma la cattedra del tuo successore, esposta agli attacchi più violenti ed astuti. Prìncipi e popoli cospirano contro il Signore e contro il suo Cristo. Allontana i flagelli che minacciano l'Europa, così ingrata verso la Madre sua, così indifferente agli attentati commessi contro colei a cui tutto deve. Illumina i ciechi, confondi i perversi; ottieni che la fede illumini finalmente tante intelligenze smarrite, che scambiano l'errore per la verità, le tenebre per la luce.

In mezzo a questa notte così buia e così minacciosa, i nostri sguardi, o santo Pontefice, discernono le pecorelle fedeli: benedicile, sostienile e ne accresci il loro numero. Uniscile al tronco dell'albero che non può perire, affinché esse non siano disperse dalla tempesta. Rendile sempre più fedeli verso la fede e le tradizioni della santa Chiesa che è la loro unica forza, in mezzo a questo dilagare dell'errore che minaccia di tutto asportare. Conserva alla Chiesa il sacro Ordine nel quale tu fosti elevato a così alti destini; moltiplica nel suo seno quelle generazioni di uomini potenti in opere e parole, pieni di zelo per la fede e per la santificazione delle anime, quali noi ammiriamo nei suoi Annali, quali noi veneriamo sugli altari. Finalmente ricordati, o Pio, che sei stato il Padre del popolo cristiano, e seguita ad esercitare ancora questa prerogativa sulla terra, per mezzo della tua potente intercessione, fino a che sia completo il numero degli eletti.

venerdì 25 aprile 2008


Oggi, venerdì 25 aprile, la Chiesa festeggia uno dei suoi Santi più importanti: San Marco Evangelista. Io faccio altrettanto, anche se, senza acccorgermene, oggi ho mangiato carne.

Da dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 564-570

25 APRILE

SAN MARCO, EVANGELISTA

Il Leone evangelico, che vigila avanti al trono di Dio, insieme all'Uomo, al Bue, e all'Aquila, viene oggi festeggiato dalla santa Chiesa. È il giorno che vide Marco salire dalla terra al cielo, con la fronte cinta dalla duplice aureola dell'Evangelista e del Martire.

L'evangelista.

Come i quattro profeti maggiori - Isaia, Geramia, Ezechiele e Daniele - riassumono in sé il ministero profetico in Israele, così Dio voleva che la nuova alleanza riposasse su quattro testi degni di venerazione, destinati a rivelare al mondo la vita e la dottrina del suo Figliolo incarnato. Marco è discepolo di Pietro. Il suo Vangelo è stato scritto a Roma, sotto l'ispirazione del Principe degli Apostoli. Quello di Matteo era già in uso nella Chiesa; ma i fedeli di Roma desideravano che vi fosse aggiunta la narrazione personale dell'Apostolo. Pietro non intese scriverlo di proprio pugno, ma ordinò al suo discepolo di prendere la penna; e lo Spirito Santo condusse la mano del nuovo Evangelista. Marco si attiene alla narrazione di Matteo; l'abbrevia e, nello stesso tempo, la completa. Una parola, un cenno che ne sviluppi i fatti, attestano, ad ogni pagina, che Pietro, testimone e uditore di tutto, ispirò il lavoro del discepolo. Ma il nuovo Evangelista passerà sotto silenzio, o cercherà di attenuare la colpa del suo Maestro? Ben lungi da ciò, il Vangelo di Marco sarà più duro di quelle di Matteo nel raccontare il rinnegamento dì Pietro. Vi si sente che le amare lacrime, provocate dallo sguardo di Gesù nella casa di Caifa, non avevano cessato di sgorgare. Quando il lavoro di Marco fu compiuto, Pietro lo riconobbe giusto e l'approvò, le Chiese accolsero con gioia questa seconda narrazione dei misteri svoltisi per la salvezza del mondo ed il nome di Marco divenne celebre per tutta la terra [1].

Matteo, che comincia il suo Vangelo con la genealogia umana del Figlio di Dio, aveva realizzato il tipo celestiale dell'Uomo; Marco compie quello del Leone, poiché inizia con la predicazione di Giovanni Battista, ricordando che la missione del Precursore del Messia era stata annunciata da Isaia, quando aveva parlato della voce di colui che grida nel deserto; voce del leone che scuote le solitudini col suo ruggito.

Il Missionario.

La missione apostolica cominciò per Marco dopo la stesura del suo Vangelo. Il momento era giunto in cui l'Egitto, fonte di tutti gli errori, doveva ricevere la verità; la superba Alessandria avrebbe visto sorgere, tra le sue mura, la seconda Chiesa della cristianità, la seconda cattedra di Pietro. Marco era stato destinato, dal suo maestro a compiere questa grande opera. Per mezzo della sua predicazione, la dottrina salvifica germogliò, fiorì, producendo il buon seme in questa terra infedele; e da allora l'autorità di Pietro si delineò, anche se in gradi diversi, nelle tre grandi città dell'Impero: Roma, Alessandria e Antiochia.

Il Martire.

Ma la gloria di Marco sarebbe restata incompleta se l'aureola del martirio non fosse venuta a incoronarla [2]. I successi della predicazione del santo Evangelista sollevarono contro di lui i furori dell'antica superstizione egiziana. Durante una festa a Serapide, Marco venne maltrattato dagli idolatri e gettato in una prigione. Fu lì che il risorto Signore, di cui aveva raccontato la vita e le opere, gli apparve una notte, e gli disse quelle celebri parole, che sono poi state il motto della città di Venezia "La pace sia con te, Marco, Evangelista mio"! Al che il discepolo, preso dall'emozione, non potè rispondere che: "Signore!" non trovando altre parole per esprimere la gioia e l'amore; come fece la Maddalena nel mattino di Pasqua, quando restò in silenzio, dopo avere esclamato: "Maestro"! L'indomani Marco fu immolato dai Pagani; aveva compiuta la sua missione, il ciclo si apriva a colui che avrebbe occupato ai piedi del trono dell'Antico dei giorni il posto d'onore ove il profeta di Patmos lo contemplò nella sua sublime visione (Ap 4,6-11). Nel IX secolo, la Chiesa Occidentale si arricchì delle spoglie mortali di Marco. I suoi sacri resti, fino ad allora venerati in Alessandria, furono trasportati a Venezia, che, sotto i suoi auspici, cominciò quel glorioso destino che durò mille anni. La fede in un così grande patrono, operò meraviglie in quegli isolotti ed in quelle lagune, che videro innalzarsi presto una città, altrettanto potente che magnifica. L'arte bizantina costruì l'imponente e sontuosa Chiesa che fu il palladio della regina dei mari; e la nuova repubblica incise sulle sue monete l'effige del Leone di san Marco; sarebbe stata fortunata se, più filiale verso Roma e più severa nei suoi costumi, non avesse degenerato nella dignità della condotta e nella fede dei suoi secoli di gloria!

Preghiera.

Tu sei, o Marco, il Leone misterioso attaccato, insieme con l'Uomo, col Bue e con l'Aquila, al carro sul quale il Re dei re avanza alla conquista del mondo. Fin dall'antica Alleanza, Ezechiele ti vide nel cielo, e Giovanni, il profeta della nuova Legge, ti riconobbe presso il trono di Dio. Quale gloria è la tua! Storico del Verbo fatto carne, narrasti a tutte le generazioni ciò che gli da diritto all'amore e all'adorazione degli uomini; la Chiesa s'inchina di fronte ai tuoi scritti e li dichiara ispirati dallo Spirito Santo.

Nello stesso giorno di Pasqua ti abbiamo ascoltato nel racconto che ci fai della Risurrezione del nostro Salvatore; ottienici, o Santo Evangelista, che questo mistero produca in noi tutti i suoi frutti; che il nostro cuore, come il tuo, si stringa a Gesù risorto, affinché lo seguiamo ovunque in questa nuova vita che ci ha aperto, risuscitando per primo.

Domandagli che si degni di concederci la sua pace, come la dette ai suoi Apostoli, quando apparve nel Cenacolo; come la dette anche a te, nella prigione.

Tu fosti il discepolo di Pietro; Roma si onora di averti ospitato tra le sue mura; prega adesso per il successore del tuo Maestro, per la Chiesa Romana, sbattuta dalla tempesta. Leone evangelico, implora il Leone della tribù di Giuda in favore del suo popolo; risveglialo dal suo sonno; pregalo di levarsi con la sua forza: mediante il suo solo aspetto, dissiperà tutti i nemici.

O Apostolo dell'Egitto! cosa è divenuta la tua Chiesa di Alessandria, seconda cattedra di Pietro, arrossata dal tuo sangue? Le stesse rovine sono perite. Il vento infuocato dell'eresia portò la desolazione in Egitto, e Dio, nella sua collera, tredici secoli fa, scatenò su di esso il torrente dell'islamismo. Quelle contrade, dovranno dunque rinunziare per sempre a veder brillare di nuovo la fiamma della fede, fino alla venuta del Giudice dei vivi e dei morti? L'ignoriamo; ma, in mezzo agli avvenimenti che si succedono, osiamo pregarti, o Marco, d'intercedere per quelle regioni che evangelizzasti, e dove le anime sono altrettanto devastate quanto il suolo.

Ricordati anche di Venezia, o Marco! il suo scettro è caduto, forse per sempre; ma essa è ancora abitata da quel popolo, i cui antenati si consacrarono a te. Conserva in esso la fede; accordagli la prosperità, fa' che si risollevi dalle prove avute e renda gloria a Dio.

LA PROCESSIONE DI SAN MARCO

Storia.

La giornata odierna ha un particolare interesse nei fasti della Liturgia per la celebre processione, detta di san Marco. L'appellativo, di per sé, non è esatto, perché la processione era già fissata al 25 Aprile prima dell'istituzione della festa del santo Evangelista, che, nel VI secolo, non ne aveva ancora una memoria fissa nella Chiesa romana. Il vero nome di questa Processione è di Litania Maggiore.

La parola Litania significa supplica, e si riferisce ad una processione religiosa durante la quale si eseguono alcuni canti che hanno per scopo di placare il cielo. Indica pure il grido che vi si ripete: "Signore, abbiate pietà!" che ha il medesimo significato delle due parole greche Kyrie, eleison. Più tardi fu applicato il nome di Litanie a tutto l'insieme d'invocazioni aggiunte al seguito delle due parole greche, in maniera da formare un corpo di preghiera liturgica che la Chiesa impiega in alcune circostanze importanti.

La Litania maggiore è chiamata così per distinguerla dalle Litanie minori, o processioni delle Rogazioni, istituite nella Gallia nel V secolo. Da uno scritto di san Gregorio Magno, vediamo che l'uso della Chiesa Romana era di celebrare, ogni anno, una Litania maggiore alla quale prendevano parte tutto il clero e tutto il popolo; uso già molto antico. Il santo Pontefice non fece dunque che fissare questa processione al 25 Aprile, e indicare per luogo stazionale la Basilica di S. Pietro.

Molti liturgisti hanno confuso, con la detta istituzione, le Processioni che ordinò varie volte san Gregorio durante le pubbliche calamità: sono ben distinte da quella di oggi, che era in uso già antecedentemente, ma senza data fissa. È dunque a questo giorno che è in relazione la sua determinazione fissa, e non alla solennità di san Marco, stabilita più tardi.

Se capita che il 25 Aprile cada nella settimana di Pasqua, la processione ha luogo nel giorno stesso, almeno che non sia proprio il. giorno della Risurrezione: la festa dell'Evangelista è invece rimandata dopo l'Ottava.

Si potrebbe domandare perché si scelse il 25 Aprile per indicare una Processione ed una Stazione, tutta improntata a compunzione e penitenza, in un tempo dell'anno in cui la Chiesa è immersa nelle gioie della Risurrezione del Signore.

Presso gli antichi Romani, il 25 Aprile si celebrava la festa dei Robigalia, festa che consisteva soprattutto in una processione molto popolare, che andava dalla via Flaminia al Tempio del dio Robigo. Qui si offrivano preghiere e sacrifici alla divinità affinché preservasse il grano dalla ruggine nell'epoca in cui si era, ossia quella dei geli tardivi della luna d'aprile. La Chiesa, una volta di più, sostituì l'uso pagano con una cerimonia cristiana.

Non si può fare a meno di costatare il contrasto evidente che esistette fin d'allora tra l'allegrezza dell'attuale periodo e i sentimenti di penitenza che dovevano accompagnare la Processione e la Stazione della Litania maggiore, istituite entrambe con lo scopo d'implorare la misericordia divina. Non ci lamentiamo, dunque, se, pur ricolmati da ogni specie di grazie elargiteci in questo sacro Tempo, inondati dalle gioie Pasquali, la Chiesa senta la necessità d'imporci di rientrare per qualche ora nei sentimenti di compunzione che convengono a peccatori, quali siamo. Si tratta di allontanare i flagelli che le iniquità della terra hanno meritato, di ottenere, umiliandoci e invocando l'aiuto della Madre di Dio e dei Santi, la cessazione delle malattie, la conservazione delle messi; di presentare infine alla divina giustizia un compenso per l'orgoglio, la mollezza e le ribellioni dell'uomo.

Facciamo nostri questi sentimenti, e riconosciamo umilmente la parte che hanno i nostri peccati nei motivi che causarono il divino sdegno. E le nostre deboli suppliche, unite a quelle della Chiesa otterranno grazia per i colpevoli, e per noi che siamo nel numero di essi.

Questo giorno, consacrato alla riparazione della gloria divina, non poteva passare senza la salutare espiazione con la quale il cristiano deve accompagnare l'offerta del suo cuore pentito. Fino alla recente riforma del diritto ecclesiastico, che ne ha data dispensa, l'astinenza dalla carne era obbligatoria a Roma in questo giorno; e quando la Liturgia Romana fu adottata in Francia da Pipino e Carlo Magno, vi fu promulgato lo stesso precetto d'astinenza, mentre era già in uso la grande Litania del 25 Aprile. Il concilio di Aix-la-Chapelle nell'836 vi aggiunse l'obbligo della sospensione delle opere servili, disposizione che troviamo pure nei Capitolari di Carlo il Calvo. In quanto al digiuno propriamente detto, che il tempo pasquale non ammetteva, sembra non essere stato osservato, almeno in modo generale. Amalario, nel IX secolo, attesta che al tempo suo non veniva praticato neppure a Roma.

Durante il corso della Processione si cantano le Litanie dei Santi, seguite dai numerosi versetti ed orazioni che le completano. La Messa della Stazione viene celebrata secondo il rito quaresimale, senza Gloria in excelsis e adoperando il colore viola.

Ci sia qui permesso di protestare contro una gran quantità di cristiani, anche di persone più o meno dedite alla pietà, che non si vedono mai assistere alla Processione di san Marco, né a quelle delle Rogazioni.

Il rilassamento su questo punto è giunto al colmo, soprattutto nelle città. Infatti questi cristiani sono rimasti soddisfatti dell'abolizione dell'astinenza che, prima limitata ad alcune diocesi, ai tempi nostri è stata estesa a tutti i fedeli. Sembrerebbe che questa indulgenza dovesse renderli più zelanti a prender parte all'opera di preghiera, visto che quella della penitenza è stata alleviata dalla dispensa. La presenza del popolo fedele alle Litanie forma una parte essenziale di questo rito riconciliatore; Dio non è tenuto a prendere in considerazione preghiere alle quali non si uniscono quelli che sono chiamati ad offrirle. E questo è uno dei molti punti sui quali una pretesa devozione privata ha gettato nell'illusione molte persone. San Carlo Borromeo, arrivando nella città di Milano, trovò che quel popolo lasciava compiere la Processione del 25 Aprile dal solo clero. Egli s'impose l'obbligo di assistervi in persona; vi andava camminando a piedi nudi; e il popolo, allora, non tardò a seguire le orme del suo pastore.

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NOTE

[1] San Marco riporta nel suo Vangelo i ricordi di san Pietro. Secondo san Papia e sant'Ireneo, l'avrebbe scritto dopo la morte dell'Apostolo. Ai nostri giorni il Padre Lagrange ammette due date possibili per la composizione del Vangelo: o nel 42-43. oppure tra il martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo, nell'anno 70. Dopo avere scritto il Vangelo, Marco si sarebbe recato in Alessandria a predicare la fede.

[2] Nessuno dei Padri ci dice che san Marco fu martirizzato, ma tale è la tradizione della Chiesa e non si può seriamente dubitare che l'Evangelista abbia subito li martirio, anche se gli Atti, che ce ne riportano i dettagli, non sono assolutamente autentici.

martedì 22 aprile 2008

Italia: altra maglia nera: suo il peggiore tunnel d' Europa. Ma questa volta sono triste anche io...


Quarto anno consecutivo, stesso tunnel, stesso stato, stesso risultato. L'italia, specializzata in simili vittorie, anche nella gestione delle gallerie dà il meglio di se. Lo ha scritto l'ANSA
Maglia nera quindi peggior tunnel d'Europa quello di Cernobbio, sul lago di Como, che anche nel 2008 si è distinto per la mancanza di un centro direzionale e della maggior parte dei servizi di sicurezza essenziali.
Un lavoro, un'infrastruttura, per definirla in politichese, che dimostra ampiamente i suoi venticinque anni di vita.
Il tunnel venne concepito per migliorare la viabilità sulla sponda occidentale del lago di Como. Allo stesso tempo, grazie ad esso, Cernobbio sarebbe sta alleggerita dalla grande quantità di traffico da e verso l'alto lago. I cernobbiesi all'inizio ringraziarono: le auto, finalmente non intasavano più le vie del paese. Sarebbero tornati a respirare aria pulita. I lavori ebbero inizio nel 1977, e si conclusero nel 1983. Da Como, in località Tavernola, una breve sopraelevata si fissava alla montagna sopra via Trieste a Cernobbio. A fianco della casa della famiglia Cappelletti e non solo, iniziarono i lavori che portarono alla realizzazione della "galleria di Cernobbio". In paese c'era pure un campeggio,in via Matteotti, che cedette il passo al progresso. Il tunnel avrebbe aperto una nuova era per le grandi opere. Erano i fantastici anni ottanta, soldi a palate e sorrisi per tutti. Vennero in tanti alla cerimonia di inaugurazione-vedi foto- Da Roma venne l'allora Ministro dei lavori pubblici, il socialista Franco Nicolazzi, che tagliò il nastro, affiancato dal sindaco di Cernobbio Enrico Lironi, dal suo omologo comasco Spallino, dal vigile cernobbiese Polacchini, da mio fratello e da uno dei miei migliori amici: Franco Velardita.
E in quell'anno, grazie alla avanzata tecnologia applicata, la galleria risultò premiata alla rassegna "EUROTUNNEL 83" tenutasi a Basilea. Fu un meritato primo premio, sventolato su tutti i giornali. Nel tubo, lungo 2,4 Km, trovavano luogo ben DUE piazzole di sosta per emergenze, segnaletica illuminata, pompe d'acqua ed estintori piazzati a breve distanza fra loro. Pochi mesi dopo, gli estintori, seguendo una consuetudine tipicamente italiana, erano spariti dalle loro sedi naturali. Probabilmente ornarono i garages di molte brave persone. Perché gli incidenti qui succedono sempre agli altri.Stessa sorte per la segnaletica: i cartelli vennero fracassati e le lampade interne distrutte. Ignoti, come sempre gli autori di questi civili gesti. Da allora è cambiato poco. Solo gli autoveicoli si sono differenziati. Sono migliorati tecnologicamente, e sono pure aumentati, creando notevoli difficoltà di circolazione. Ogni tanto succede qualcosa, a volte un incidente. A volte qualcuno si fa male poco. A volte, invece, ci si fa male sul serio. Ricordo di aver percorso, da bambino e assieme a molti miei amici, buona parte di quei quasi due chilometri e mezzo sotto la montagna, prima dell'apertura ufficiale. A piedi, a luci accese, ammirammo stupiti un'opera che allora ci appariva gigantesca. Poi arrivarono i Carabinieri e ci fecero uscire spaventandoci un pochino.
Mi fa male sentir parlar male di Cernobbio, e mi fa male sentir parlare così della "mia" galleria. Perché a Cernobbio sono nato e cresciuto assieme a tantissimi miei amici.

Alitalia: un parere distante, e forse vero.



La radio è sempre un'ottima compagnia. E' più difficile ascoltarla che "farla", ora lo posso dire e scrivere, perché tenendo compagnia alle persone, si presenta come mezzo passivo all'ascolto. Fai le frittelle, leggi il giornale, dai da mangiare al gatto; ed intanto ascolti la radio. E così facendo, qualcosa può anche sfuggirti.
Ascoltandola in auto, quest'oggi, in giro per Como, sono capitato sulle frequenze della rete uno, primo canale della radio Svizzera di lingua italiana. Il programma in onda,dal titolo "dodici dodici", si stava occupando della crisi di Alitalia. Non ho prestato molta attenzione ai contenuti, fino a quando ho sentito evocare dal conduttore il nome di un importante giornalista confederato di nome Sepp Moser, un esperto di aviazione civile, già noto per l'esame delle vicende che quasi dieci anni fa portarono al fallimento di Swissair.Disastro che qualcuno definisce possibilmente simile in divenire a quel che accadrà al vettore italiano. Alle domande sono seguite risposte degne di nota, che meritano di essere qui riportate per l'impressionante quantità di giudizi composti di parole pesanti come macigni. Ecco che cosa ha risposto l'esperto alle domande rivoltegli:

Domanda: Alitalia come Swissair anni fa?

Sepp Moser:
Sì, ci sono alcune analogie. Anche se nel crollo di Swissair hanno avuto un certo ruolo gli attentati dell'11 settembre. Però anche la situazione di Swissair era gravemente compromessa da almeno un anno: era una specie di cadavere ambulante già dall'estate del 2000. E adesso Alitalia si trova in una situazione analoga.

Domanda:
Infatti le casse del vettore italiano sono quasi vuote; 15 giorni fa la liquidità era di 170 milioni di euro….

Sepp Moser:
Ogni compagnia aerea, ogni azienda, ha dei creditori : e se questi creditori cominciano a sentirsi insicuri, temono che le loro fatture non verranno onorate, allora chiederanno di essere pagati. In quel caso i soldi in cassa possono esaurirsi molto rapidamente. Non si può dire abbiamo tot milioni, possiamo continuare ancora per tot giorni: perché è impossibile sapere quando i creditori si spazientiranno e verranno a chiedere la restituzione dei loro soldi. Da lì al crollo è veramente questione di poco tempo.

Domanda:Quanto è probabile il fallimento- grounding- di Alitalia?

Sepp Moser:
Se si applicassero dei criteri prettamente economici, Alitalia sarebbe fallita già tanto tempo fa. L'azienda é profondamente dissestata: non è in grado di reggersi sulle proprie gambe, ha una struttura inefficiente, molto personale in esubero. Il secondo hub a Malpensa non rende, perché l'equipaggio per i voli di lunga distanza deve essere trasportato da Roma. La qualità del servizio è scadente e la flotta aerea é vetusta. Dunque è da anni che la compagnia é in agonia. Se finora non è ancora crollata, è solo perché la politica la sta tenendo a galla. Per questo, è possibile che possa continuare a sopravvivere ancora per un po'. Una sola cosa è certa: non vi possono essere degli aiuti statali, poiché nei paesi dell'unione europea questo è proibito.

Domanda: sarà ancora possibile salvare Alitalia?

Sepp Moser:
Se ci atteniamo ai fatti non ha alcuna chance di essere salvata. Non penso che un'azienda possa avere interesse ad acquistarla perché Alitalia non solo non ha nessun valore ma, se si osservano i suoi bilanci, il suo valore é perfino negativo. Lo stato italiano dovrebbe ancora dare dei soldi a chi rileva la compagnia aerea. E non penso che questo accadrà.

Oggi abbiamo saputo di un potenziale interesse all' acquisto della compagnia italiana da parte di British Airways. Subito però dalla "perfida albione" la secca smentita: "Al momento non c'e' alcuna intenzione di avviare trattative o discussioni con il governo italiano e con Alitalia. Da parte nostra non esiste un focus sulla compagnia italiana". Di Aeroflot non si sa nulla, e AirFrance KLM ha recesso. Come dargli torto? Solo i sindacati e i politici di centro sinistra guardano ad Alitalia come ad un gioiello invidiatoci da tutta la galassia. D'altronde si sa: quelli vivono davvero su un altro pianeta.

martedì 15 aprile 2008

Quando la fantasia supera di gran lunga la realtà



L'incubo è finito. Fatte salve le ultime formalità burocratiche, per le quali un governo resta in carica amministrativamente fino a che il prossimo non si sarà insediato, da oggi, Romano Prodi, Tommaso Padoa Schioppa- quello che ci ha spiegato che le tasse sono bellissime e che quelli della mia età sono bamboccioni- Vincenzo Visco,Pierluigi Bersani, Clemente Mastella,Anna Finocchiaro- quanto vale lo abbiamo visto anche al suo paese- Rosy Bindi, Barbara Pollastrini, Antonio Di Pietro e grigia compagnia cantante, da oggi , saranno soltanto un triste ricordo. Ma, si sa, ognuno di noi tende a rimuovere dalla propria vita, gli eventi negativi. Menzione speciale per Bertinotti, Diliberto, Pecoraro Scanio e Boselli: per la sinistra comunista un risultato storico, nemmeno presenti in parlamento. Falce & martello, da essi agitati, ma poco usati nella vita di tutti i giorni, dopo essere stati condannati dalla storia globale, vanno in soffitta anche qui,con qualche decennio di ritardo. Questo quanto detto da tutti, nelle varie tribune politiche di rito, terminate ieri con parecchio anticipo, a testimonianza della quasi esattezza degli exit poll. Soprattutto quelli di Ipsos. Quelli di consortium un pò meno. Speriamo che non passi inosservato questo fatto. Ne abbiamo sentite di tutti i colori in questa campagna elettorale. Veltroni, esperto noto di cinema, ha spiegato, a più riprese, di rappresentare il nuovo in politica, un nuovo pagato, a cinquantadue anni, circa cinquemila duecento euro al mese, prelevati forzosamente dalle tasche del cittadino contribuente. Una pensione elargita quando l'ex vicepremier, più volte parlamentare ed attuale sindaco di Roma- il nuovo che avanza- di anni ne aveva già quarantacinque. Già, Veltroni. Sembrava provenisse da Marte, e pareva pure paventare un successo conseguito nell'opera di ammodernamento di lassù. E da lassù è venuto fin quaggiù con i suoi volti nuovi- la maggior parte degli attuali esponenti del governo uscente, quelli che ci hanno caricato di tasse -, le sue idee innovative- mille euro al mese ad ogni precario ad esempio- la sua politica avveniristica, che qui, su questo povero pianeta terra, distrutto dai fumi del petrolio, dalla forsennata ricerca del profitto non avevamo visto mai. Era la politica del "si può fare", del "ma anche". Mille euro a tutti? Lavoro per tutti? Si può fare? I cattolici in lista? Si , ma anche gli abortisti e quelli della droga libera. Gli operai? Si ma anche i padroni. La tav? Si ma anche i camion. La Juve? Si ma anche la Roma di Totti e anche L'Inter, che l'amico Moratti tanto bene mi vuole.
Una soluzione per ogni problema, una cuerta par tucc i pignatt, si dice al mio paese. Non poteva funzionare, e non ha funzionato.
Ed il centro destra ha vinto, anzi, ha stra vinto, ha stracciato i suoi avversari. Lo hanno voluto gli italiani, che col voto hanno mandato a casa quelli che in un anno e mezzo hanno aumentato la pressione fiscale di quattro punti, hanno svuotato le carceri, hanno impedito al Papa di Parlare all'università, hanno manifestato contro se stessi contro le basi americane, ci hanno regalato l'euro e l'unione europea ed altre bellezze ancora. I dati sono chiari: centosettantuno senatori al PDL con la Lega Nord, centotrenta all'ex PCI sommato alla sinistra DC. Solo e soltanto Silvio Berlusconi aveva dato numeri simili: da sempre, in campagna elettorale, al Senato, il leadser del popolo delle Libertà aveva assicurato un margine di vantaggio al Senato da parte sua di almeno venti deputati. Si è sbagliato, sono più di trenta. La realtà ha superato di gran lunga la fantasia. Era una priorità cambiare la legge elettorale, perché così avremmo avuto un paese instabile, impossibile da votare. Probabilmente a sinistra, avevano un'idea diversa sul da farsi. Davanti a questi numeri, si può solo pensare, a bocce ferme, che avrebbero voluto una legge in grado di moltiplicare per tre ogni preferenza data a loro. Un'altra menzione a Pier Ferdinando Casini e al suo UDC. Complimenti per il risultato conseguito, il partito dei valori -quali?- che non sono in vendita. Chissà se qualcuno ricorda ancora la sobria soddisfazione espressa da Pierferdy al momento della sua elezione a presidente della camera. Per cinque anni lui e Follini hanno rappresentato un ostacolo a volte invalicabile per la realizzazione del programma dell'allora casa delle libertà. Oggi, anche loro non ci sono più, o meglio, non sono più decisivi per il corso dell'azione di governo. Chissà che faranno per cinque anni fuori dalla stanza dei bottoni. E menzione speciale anche alla Lega e ad Umberto Bossi: la malattia grave lo ha reso più umano, più vicino alla gente. Le sue idee sono ancora fondamentali e fortemente innovative. Stato federale e federalismo fiscale sono carte ottime da calare sul tavolo da gioco. Idee su cui parrebbero d'accordo anche Berlusconi e Fini. Non c'è molto in più da fare nel campo costituzionale: basta ripartire da quanto fatto due legislature fa, bocciato per scelta ideologica, dall'accozzaglia di governo frantumatasi dopo un anno e mezzo di potere. Un occasione storica per Berlusconi Bossi e Fini: finire sui libri di storia per aver cambiato, in meglio questo stato sgangherato, che ancora non è Paese. E senza Casini politici. Per quelli fisici , ahimè, dovremo aspettarci sorprese non piacevoli a venire. Chi non si rassegna alla sconfitta democratica, le tenta tutte per imporsi. Buon lavoro presidente Berlusconi. Non la invidio, come credo non la invidino le persone normali. Governare gli italiani non è impossibile; è inutile. Ma a lei piacciono le imprese impossibili. E questa è la madre di tutte le difficoltà.

lunedì 7 aprile 2008

Basilea è stato bello lo stesso.



Lo ammetto: in fondo, all'impresa, ci ho creduto anche io. La prima della matricole, il mio Bellinzona, contro la regina del campionato svizzero, il Basilea. In palio la coppa Svizzera di calcio, allo stadio St. Jakob, nella città della farmaceutica e di Roger Federer, che si adagia mesta sul fiume Reno e si avvicina alla Germania. Una lunga carovana rosa, perchè rosa è il nuovo colore di battaglia dei granata ahimè,diretta verso il santuario del calcio svizzero, determinata ad incitare i ragazzi come mai accaduto nella storia del club per vincere questo ambitissima coppa, per "portarla a casa" sfatando ogni pronostico sfavorevole, è partita presto dal Ticino, per vivere al meglio una giornata indimenticabile. Eravamo tanto rosa , ma così rosa, che i farmaceutici tifosi avversari - chissà perché i parla mia na parola da taglian quand i vegn chi ma al vaffanculo i la cognosseva ben. Probabilmente il turpiloquio italico è transnazionale- ricordando le loro nobili tradizioni agresti, su uno striscione da loro esposto, ricordavano che i "maialini rosa dovevano rimanere nella stalla e non al St. Jakob park. Vabbè,soprassediamo, prima che gli zelanti steward ci portino via anche da casa. Alla fine abbiamo perso, e lo abbiamo fatto più per ingenuità che per sottomissione. D'altro canto la differenza, in quanto a malizia e forza fisica, fra le due squadre è tanta. Speriamo che questo gap possa esser colmato, che il Basilea vinca il campionato e che il Bellinzona torni in serie A. Che con la vittoria finale dei renani, spalancherebbe loro le porte della coppa UEFA.
E grazie a tutti voi tifosi granata. Una mobilitazione così grande, uno spostamento così titanico dal Ticino in Zukilandia non s'era visto mai. E poi, la neve sul Gottardo, di quà e di là del monte, E poi, la neve sul Gottardo, di quà e di là del monte,
la Zentral Schweiz tutta imbiancata, il bellissimo lago dei quattro cantoni, le cui acque si toccavano con il bassissimo manto nevoso. Insomma ,tutto paradisiaco. E pazienza se non abbiamo vinto. Io vi ringrazio per le forti emozioni vissute ieri pomeriggio insieme.