giovedì 26 febbraio 2009

incentivi auto: quali vantaggi per il cittadino che li paga?

Gli incentivi al settore automobilistico: in italia valgono circa due miliardi di euro, negli Stati Uniti diciassette miliardi di dollari sono già stati erogati a GM e Chrysler che altri ne richiedono, nell’ambito dei 780 miliardi di dollari messi a disposizione dall’amministrazione Obama per fronteggiare la grave crisi economica. Aiuti nazionali ha destinato a PSA Peugeot Citroen e Renault ad tasso di interesse del 6% il presidente francese Nicholas Sarkozy, chiedendo in cambio di minimizzare la politica delle produzioni delocalizzate. Feroci le proteste dall’ UE: dare soldi alle proprie aziende è aiuto di stato, e chiedere loro di de localizzare nella quantità minima ed indispensabile è marchio d’infamia. E’ protezionismo. Sull’altra sponda dell’oceano Atlantico si può invocare il “Buy american”, comprate americano. Obama è il nuovo corso, è il “politically correct”. A Bruxelles queste parole non piacciono. Si distanziano troppo dal sistema globalizzante che sta mandando in rovina le nostre vite e che, non dimentichiamolo, ha provocato questa crisi. Torniamo in Italia: sostegno a chi rottama un auto euro 1 o euro 2, sostegno maggiorato a chi fa lo stesso e passa ad un auto ecologica. Sostegni di vario tipo, per una branca dell’economia che, soprattutto nel nostro Paese, ha sempre pesato considerevolmente sulla politica nazionale. Qui auto è sinonimo di FIAT e, come un tempo disse Vittorio Valletta, “ciò che è bene per la FIAT è bene per l’Italia”. “FIAT volutas tua”, ad essere blasfemi. Contingentamento sulle auto straniere- poi caduto con l’ingresso dell’Italia nella CEE, almeno una cosa buona- acquisizione di Alfa Romeo a condizioni non proprio di mercato nella seconda metà degli anni ottanta, compartecipazione nel godimento della scandalosa distribuzione degli incentivi all’auto del governo Prodi I nel 1996, quando, se cambiavi l’auto, lo stato ti dava quattro milioni di vecchie lire in omaggio. Altri tempi, altre cifre, costo della vita molto più basso, tredici anni fa. Chi non ricorda, prima di Prodi, il presidente del Consiglio Dini mostrato al TG1 delle 20 mentre sale sui nuovi modelli Brava e Bravo della casa torinese? Non è tutto, altro vi sarebbe da ricordare a proposito della “Fabbrica Italiana Automobili Torino”, ma non è l’obbiettivo di queste riflessioni. In Germania, una FIAT Panda nuova costa poco meno di 5mila euro. Una grande Punto circa 6 mila e cinquecento. Perché le nostre auto altrove costano meno? Lungi da noi entrare a mettere in discussione dogmatiche politiche aziendali ma dalla politica una risposta diversa ce l’aspettavamo e crediamo ancora di meritarcela. Visto che le semivuote casse pubbliche saranno private di risorse fondamentali che lo Stato, non dimentichiamolo, amministra per conto del cittadino, era lecito attendersi dai politici, la richiesta di un impegno scritto da parte dei beneficiari di tali aiuti affinché riducessero i prezzi dei loro beni in maniera tangibile e sensibile, visto che vengono aiutati con soldi che i cittadini sono obbligati a versare all’erario. Vero è che incassare il 20 percento d’IVA su un’automezzo è più consistente che incassarlo in seguito alla vendita di una camicia- che se è cinese di produzione ma non di marchio resta anch’essa troppo cara-. Altrettanto veritiero che oggi, un esempio a caso, una Toyota Auris 1400 diesel costa circa 17 mila euro. Quasi 34 milioni del conio che fu. Che si poteva scegliere, dieci anni fa, avendo a disposizione tale somma? E’ vero, i costi sono aumentati rispetto ad allora. Solo le buste paghe sono rimaste uguali. I costruttori ricordano tanto, oggi, i giocatori incalliti da casinò, quelli che dilapidano in preda al demone del tavolo verde ogni loro avere. E quando non ne hanno più ti chiedono a prestito somme disparate giurando che quella sarà l’ultima volta. Che ne faranno del prestito che gli hai appena elargito, in nome di una fraterna amicizia?

Uolter adieu!

Un’analisi lucida e fredda, lontana da commenti di parte sulle dimissioni di Walter Veltroni è doverosa. Certo, allo stato attuale delle cose, è tanto facile discuterne e condannarne l’opera tanto quanto sparare sulla Croce Rossa. Più importante è fare un’analisi politica di quel che è stato il partito democratico, della sua genesi, della sua crescita nel tempo. Perché tutti gli eventi hanno un’origine. Correva l’anno 2008, era il mese di gennaio quando il “complicato ed eterogeneo “ governo PRODI due viveva la fase più acuta del proprio “coma vegetativo”. Sostenuto al Senato da una maggioranza risicata, soccorso il più delle volte dai Senatori a vita, l’esecutivo di “centro-sinistra” aveva le ore contate. Mastella e l’UDEUR preparavano l’esecuzione politica che poi, a Palazzo Madama avrebbero eseguito. Intanto i sondaggi tra la gente mostravano il malumore nel Paese verso una coalizione,quella che sosteneva il professore bolognese, che in meno di 24 mesi aveva compiuto più danni di quanto si osasse pensare. Aumento del carico fiscale su chi produce il reddito sbandierato anche via manifesti – memorabili gli inquietanti cartelloni in cui campeggiava lo slogan “anche i ricchi piangano”- dibattiti incredibili ed interminabili sui “DICO” assunti a vero e proprio nodo centrale del programma di governo , l’omofobia, l’ingerenza della Chiesa, l’impedimento al Papa di parlare all’Università “La sapienza”, la base americana di Vicenza Dal Molin, e tanto altro ancora. Una coalizione che aveva vinto, grazie alla vituperata legge elettorale, sul filo di lana a livello normativo, ma non a livello popolare. Troppo sbilanciati a sinistra, a volte ostaggi. Non poteva durare, e non durò. Occorreva voltare pagina. In pieno uragano, appariva Uolter, con l’idea mutuata dall’ America, di importare il partito democratico. Unire la sinistra DC della Margherita e Democratici di Sinistra che un tempo si chiamavano Partito Democratico della Sinistra e prima ancora Partito Comunista Italiano tagliando i ponti con gli estremi, da Rifondazione in giù. Un progetto ambizioso, da riprendere in futuro, ma fuori luogo, oggi come un anno fa. Era partito male Veltroni ed è finito peggio. Si presentava come un alieno, catapultato sulla terra, come se quel che stava accadendo quaggiù non l’avesse mai riguardato. Predicava ricette nuove per trascinare l’Italia fuori dalle secche, approcci politici nuovi, si presentava come il soggetto nuovo, lindo ed estraneo, dimenticando di esser già stato vice premier nel governo Prodi I , deputato, nonché sindaco di Roma famoso per le notti bianche e nulla più. Una soluzione obbligata. Presentandosi al voto in compagnia della sinistra estrema, la vittoria del popolo delle libertà sarebbe stata ancora più ampia. Nello sfacelo, qualcuno a sinistra aveva visto giusto. E’ andata così. Si sarebbero sfaldati nel 2006. Quella risicata vittoria ha solo rimandato la morte di un progetto “contro” e mai “pro”. Tutto bene finché si tratta di combattere contro l’odiato nemico Berlusconi, tutto un guaio quando si deve governare. In prospettiva futura potrà funzionare un “Partito democratico”. Necessario sarà introdurre nuove generazioni, lontane dall’ideologia comunista, depurate dall’ingombrante passato. Sia tra i dirigenti, sia tra l’elettorato. Oggi ciò non è possibile, per quello che è un partito lontano dalle richieste della gente comune. A Roma, dove fusioni bancarie, atti amministrativi contro la tutela della vita- Eluana Englaro ricorda- hanno destato più interesse, come a Cernobbio, dove nella vicenda che vede il Sindaco Saladini imputato per aver liberato i cittadini dalla vessazione di un consorzio, ancora stanno dalla parte della norma. E contro il cittadino. Coraggio Walter, c’è sempre un’Africa che ti aspetta.

Svizzera: sulle decisioni importanti il popolo dov'è?

La Svizzera mantiene gli impegni presi e conferma gli accordi stipulati con l’Unione Europea. Si a Schengen, si all’allargamento dello stesso agli ultimi arrivati a Bruxelles, Romania e Bulgaria. La libera circolazione su suolo elvetico varrà anche per loro. Una conferma che, come sempre arriva per via popolare, e domenica scorsa i cittadini lo hanno ribadito recandosi alle urne. E’ il bello della democrazia diretta, peculiarità Svizzera. Il referendum che non è solo abrogativo può essere impugnato dal popolo per combattere una legge adottata dal parlamento. E’ il referendum facoltativo. Coloro che decidono di farne uso dispongono di 100 giorni per raccogliere le 50'000 firme necessarie. Dall’altra parte il governo centrale, il Consiglio Federale, che da sempre spiega alla nazione le proprie posizioni, invitando il cittadino a votare in un modo o in un altro. Così è andata anche domenica,, per l’ottava volta nel corso della storia, dal lontano dicembre del 1972, quando agli Svizzeri venne chiesto di approvare o bocciare l’accordo di libero scambio con l’allora Comunità economica euro¬pea (CEE). Vinsero i si, con il 72% dei consensi degli aventi diritto e con legittima soddisfazione del Consiglio Federale che nelle successive votazioni, fino a quattro giorni fa è sempre o quasi stato vincente. Otto votazioni negli ultimi 37 anni. Sette vittorie del governo ed una del popolo. La più clamorosa, forse perché la più esplicita. Era l’anno 1992, in ballo l’adesione della Svizzera allo spazio economico europeo. Sembrò reale Il pericolo avvertito. Per i cittadini, votare si sarebbe significato aderire alla genesi dell’ UE, ed in un serrato testa a testa, vinsero i no con il 50,3% delle preferenze. Altissima fu la partecipazione alla consultazione. Mai un dato simile: alle urne si recò il 78,73% della popolazione votante. Un risultato non più ripetuto fino ad oggi. Nelle votazioni pro Schengen e Dublino del 2005 e 2006, si è espresso, nel migliore dei casi, poco più della metà del corpo elettorale. Decisioni così importanti per il paese, sentite solo dal 44,98% dei cittadini maggiorenni. Se ne discute più al bar, al grottino, o in casa di vacanza che al seggio. Anche domenica è andata così. La scheda è stata consegnata dal 50,85 % dei votanti. Uno su due è rimasto a casa. Un po’ “meno peggio in Ticino” dove la percentuale si è alzata al 56,30. Ticino preoccupato dall’allargamento a Bulgaria e Romania. Ticino che perde posti di lavoro e competitività delle proprie aziende, che vede i propri cittadini perdere l’occupazione perché i frontalieri italiani costano meno, e per un meccanismo perverso vengono pagati più in Svizzera che a casa loro. Ticino che guarda le televisioni italiane e vede allibito, i continui sbarchi di immigrati a Lampedusa e le azioni criminose ed omicide spesso impunite , di rumeni ed altri extracomunitari nel nostro paese, e che teme si ripetano in casa propria. Un no isolato quello del cantone italofono, che avrà ripercussioni sia a Berna, sia sui rapporti transfrontalieri con la Lombardia e le sue province confinanti. Il Ticino, visto da sud, è l’opportunità di guadagnare qualche soldo in più a fine mese, con condizioni di lavoro più sicure. Per le nostre imprese trasferite la il primo confronto inesorabile avviene con l’iva, posta al 7,6% in territorio elvetico. Un risparmio certo del 12,4%, oltre ad una libertà “sindacale” inimmaginabile nella Penisola. Ogni mattina un serpentone di automobili carico di infermieri , muratori, operai, bancari, commessi ed altro ancora comaschi, varesini e valtellinesi varcano il confine e prestano la loro opera in Canton Ticino. Sono circa 40mila, in un territorio abitato da quasi 350 mila persone. Un dato preoccupante, soprattutto a nord della “ramina”. Ecco, forse spiegato il no dei Ticinesi a Schengen ed al suo allargamento a Bulgaria e Romania.