giovedì 26 febbraio 2009
Svizzera: sulle decisioni importanti il popolo dov'è?
La Svizzera mantiene gli impegni presi e conferma gli accordi stipulati con l’Unione Europea. Si a Schengen, si all’allargamento dello stesso agli ultimi arrivati a Bruxelles, Romania e Bulgaria. La libera circolazione su suolo elvetico varrà anche per loro. Una conferma che, come sempre arriva per via popolare, e domenica scorsa i cittadini lo hanno ribadito recandosi alle urne. E’ il bello della democrazia diretta, peculiarità Svizzera. Il referendum che non è solo abrogativo può essere impugnato dal popolo per combattere una legge adottata dal parlamento. E’ il referendum facoltativo. Coloro che decidono di farne uso dispongono di 100 giorni per raccogliere le 50'000 firme necessarie. Dall’altra parte il governo centrale, il Consiglio Federale, che da sempre spiega alla nazione le proprie posizioni, invitando il cittadino a votare in un modo o in un altro. Così è andata anche domenica,, per l’ottava volta nel corso della storia, dal lontano dicembre del 1972, quando agli Svizzeri venne chiesto di approvare o bocciare l’accordo di libero scambio con l’allora Comunità economica euro¬pea (CEE). Vinsero i si, con il 72% dei consensi degli aventi diritto e con legittima soddisfazione del Consiglio Federale che nelle successive votazioni, fino a quattro giorni fa è sempre o quasi stato vincente. Otto votazioni negli ultimi 37 anni. Sette vittorie del governo ed una del popolo. La più clamorosa, forse perché la più esplicita. Era l’anno 1992, in ballo l’adesione della Svizzera allo spazio economico europeo. Sembrò reale Il pericolo avvertito. Per i cittadini, votare si sarebbe significato aderire alla genesi dell’ UE, ed in un serrato testa a testa, vinsero i no con il 50,3% delle preferenze. Altissima fu la partecipazione alla consultazione. Mai un dato simile: alle urne si recò il 78,73% della popolazione votante. Un risultato non più ripetuto fino ad oggi. Nelle votazioni pro Schengen e Dublino del 2005 e 2006, si è espresso, nel migliore dei casi, poco più della metà del corpo elettorale. Decisioni così importanti per il paese, sentite solo dal 44,98% dei cittadini maggiorenni. Se ne discute più al bar, al grottino, o in casa di vacanza che al seggio. Anche domenica è andata così. La scheda è stata consegnata dal 50,85 % dei votanti. Uno su due è rimasto a casa. Un po’ “meno peggio in Ticino” dove la percentuale si è alzata al 56,30. Ticino preoccupato dall’allargamento a Bulgaria e Romania. Ticino che perde posti di lavoro e competitività delle proprie aziende, che vede i propri cittadini perdere l’occupazione perché i frontalieri italiani costano meno, e per un meccanismo perverso vengono pagati più in Svizzera che a casa loro. Ticino che guarda le televisioni italiane e vede allibito, i continui sbarchi di immigrati a Lampedusa e le azioni criminose ed omicide spesso impunite , di rumeni ed altri extracomunitari nel nostro paese, e che teme si ripetano in casa propria. Un no isolato quello del cantone italofono, che avrà ripercussioni sia a Berna, sia sui rapporti transfrontalieri con la Lombardia e le sue province confinanti. Il Ticino, visto da sud, è l’opportunità di guadagnare qualche soldo in più a fine mese, con condizioni di lavoro più sicure. Per le nostre imprese trasferite la il primo confronto inesorabile avviene con l’iva, posta al 7,6% in territorio elvetico. Un risparmio certo del 12,4%, oltre ad una libertà “sindacale” inimmaginabile nella Penisola. Ogni mattina un serpentone di automobili carico di infermieri , muratori, operai, bancari, commessi ed altro ancora comaschi, varesini e valtellinesi varcano il confine e prestano la loro opera in Canton Ticino. Sono circa 40mila, in un territorio abitato da quasi 350 mila persone. Un dato preoccupante, soprattutto a nord della “ramina”. Ecco, forse spiegato il no dei Ticinesi a Schengen ed al suo allargamento a Bulgaria e Romania.
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