lunedì 24 novembre 2008

"Perché Credo". Un'altra perla firmata Vittorio Messori


“Dottore venga subito , mio figlio sta male. Che gli succede signora? Credo abbia un esaurimento nervoso. Va a messa di nascosto”. Si presenta così Vittorio Messori al pubblico milanese,sabato pomeriggio, citando un aneddoto di tanto tempo fa, quando la madre lo scoprì intento a “maneggiare cose sacre”, sconosciute alla sua famiglia, per evidenziare il terreno su cui è stata edificata la sua vita di giornalista cattolico, che lo ha portato a essere citato,quale fonte di approfondimento, nientemeno che da papa Benedetto XVI nel suo ultimo libro dedicato alla vita di Nostro Signore Gesù Cristo. L'unico italiano vivente, ci tiene a dire lo scrittore emiliano trapiantato a Torino, citato dal Papa. Un appuntamento importante, quello milanese, che Vittorio Messori, scrittore, editorialista del Corriere della Sera, ma soprattutto cronista della Fede, non ha voluto mancare, per presentare ai suoi lettori “Perché credo, una vita per rendere ragione della Fede”, libro scritto a quattro mani con Andrea Tornielli, esperto di Stanze Vaticane”de il Giornale. Un altro strumento a disposizione dei cattolici per contrastare il continuo diluvio di calunnie contro il cattolicesimo. E' il trionfo dell'apologetica, senza dire a chi non crede e a chi combatte chi crede, che apologetica non è. Obbiettivo dell'insolito binomio giornalistico, manco a dirlo, il matematico Piergiorgio Odifreddi ed i suoi emuli, che sulla base di un passato da ex seminarista, quasi ordinato sacerdote, ha fatto del suo agnosticismo, una vera ragione di vita. In due ore di chiacchierata Messori ha ripercorso i temi ed i tempi della sua vita da scrittore cattolico, ripercorrendo i momenti giovanili in cui Dio non lo interessava, e ricordando quanto casuale è stata la sua caduta “nella botola della Fede”, grazie ad un libricino svenduto dalle bancarelle del mercato di Torino scritto da uno sconosciuto sacerdote Ticinese, don Giocondo Storni, che lo folgorò. Motivo che gli ha permesso di ricordare quanto la Fede sia un vero dono di Dio. E non ha mancato di ricordare che i suoi lettori sono il suo unico “datore di lavoro, perché con lo strepitoso successo di vendite del multiristampato “Ipotesi su Gesù” ha potuto raggiungere quell'autonomia finanziaria che per tantissimi giornalisti rappresenta il sommo desiderio di una vita lavorativa. E la Fede è si dono, e si manifesta con la legge del Chiaroscuro”. Un principio del Dio Cristiano, che da all'uomo abbastanza luce per credere e altrettanto scuro per non credere. Un Dio che non si impone, ma che si fa cercare, e che Messori trovò entrando dalle porte della Chiesa,spalancate dal concilio vaticano II. Mentre moltissimi sacerdoti andavano incontro alle “meraviglie”del mondo moderno, lui che quei pensieri “laici” già conosceva, abbracciava il “Depositum Fidei”, troppo presto abbandonato dal nuovo clero. Insomma, “Perché credo “ è un'altra straordinaria gemma di Vittorio Messori, apologeta per vocazione, che agisce solo e soltanto secondo l'ispirazione del Dio Cristiano. E in questi tempi di burrasca, un po' di luce su Cristo ed il suo volere certamente non manca.

VITTORIO MESSORI con ANDREA TORNIELLI

“PERCHE' CREDO

Una vita per rendere ragione della Fede”.

PIEMME EDITORE EURO 20

sabato 22 novembre 2008

La riforma della scuola? In Svizzera c'è già da tanto tempo!

Il maestro unico? C’è. Ritorno al voto decimale? Mai abbandonato. Il voto in condotta? Un cardine della valutazione dello studente. E la civica? Si studia da sempre. E non è tutto. Ciò che in Italia il Decreto legge 1° settembre 2008, n. 137, meglio noto come il famigerato decreto Gelmini, sta provocando , in Svizzera è quotidianità, è assolutamente la pietra angolare su cui poggia il sistema dell’istruzione. Ce lo ha spiegato il “ministro dell’istruzione” ticinese, Gabriele Gendotti, sceso in governo nove anni fa, al posto del defunto Giuseppe Buffi dalla Val Leventina, terra di mezzo e di raccordo tra il nord ed il sud dell’Europa, uomo concreto pragmatico e gentile, come solo chi viene dalla montagna sa essere. L’abbiamo incontrato mercoledì, a Bellinzona, nel suo ufficio , nel palazzo del Governo, mentre a Roma studenti o pseudo tali se le davano di santa ragione, per dire no, a modo loro alla “restaurazione italiana dell’istruzione”. E l’occasione è stata davvero particolare. Non ci sono tornelli a palazzo del Governo, e nonostante le pessime condizioni meteorologiche, le luci nei corridoi vuoti sono spente. Per risparmiare, ci verrà detto, e conoscendo il rigore della tutela della cosa pubblica da parte degli Svizzeri, ci crediamo senza fiatare.
Mostriamo al consigliere la grande cifra, circa 42 miliardi di euro l’anno messi a disposizione dell’istruzione nel nostro Paese. Gli illustriamo anche la percentuale di quella immensa torta destinata al pagamento degli stipendi di insegnanti, bidelli e dirigenti scolastici, il 97 per cento. Gendotti non fa una piega ma, cordialmente ci dice che, una percentuale simile il proprio dipartimento non se la potrebbe proprio permettere. All’incirca, ci spiega, agli stipendi, in Ticino è indirizzato il 66 per cento del budget pro istruzione. Il resto viene ripartito per il miglioramento delle infrastrutture, le attività scolastiche correlate per mettere nelle condizioni migliori lo studente all’interno del percorso formativo. E la scuola Svizzera , secondo rapporti specializzati, ha davvero raggiunto standard di qualità, riconosciuti da tutti, soprattutto dagli esperti dell’Ocse. Da qui iniziamo il nostro colloquio, sottoponendo all’onorevole Gendotti i punti fondamentali, quelli che infiammano oramai da settimane la vita politica italiana. Partiamo dal voto decimale, prima novità di restaurazione scolastica nel Belpaese, ma vincolo consolidato nella realtà elvetica e ticinese. Il ministro ci spiega che loro sono soliti adottare un sistema misto, in cui un giudizio sull’operato dell’allievo viene formulato dai docenti al termine di ogni semestre, accompagnato però da un voto numerico, che rappresenta il metodo unico ed insindacabile di giudizio, da sempre. E così anche per la condotta, importante nella corretta valutazione del ragazzo, fondamentale e formidabile strumento per l’individuazione dei soggetti più turbolenti. A tale proposito, il consigliere ci illustra un progetto speciale, da poco partito in tre istituti del cantone, in cui ad un educatore particolare, vengono affidati i soggetti più turbolenti, inserendoli in speciali “zone cuscinetto”, per correggere i loro atteggiamenti, nell’attesa di re inserirli con la parte sana degli studenti. Chissà come chiamerebbe l’opposizione di casa nostra simili comportamenti. Stalag? Gulag? Campi di correzione? E non finisce qui.
Veniamo a sapere che per affrontare e risolvere il problema del bullismo - più pulsante il sabato e la domenica, quando le scuole sono chiuse, chiosa amaramente Gendotti- è nato in Ticino un gruppo di lavoro presieduto da un magistrato, anche se, pragmaticamente parlando, qui si preferisce appoggiarsi alla famiglia, primo nucleo educativo per i ragazzi. Perché il compito primo della scuola è istruire, comunicare le nozioni, ma anche educare, formare nuovi cittadini, integrando e preparando le future generazioni ad affrontare le sfide nuove della società.
Gendotti ci affascina con la sua naturalezza, con la sua spontaneità, e con il candore con cui ci spiega che la scuola non può permettersi di perdere troppi ragazzi per strada. Perché cadendo nella rete della tossicodipendenza, nella marginalità, aggiungerebbero ulteriori costi economici in sussidi, spese sanitarie aggiuntive, ammortizzatori sociali straordinari che distrarrebbero ineluttabilmente risorse economiche da altri settori fondamentali come la giustizia, la sanità e la sicurezza. Ci accorgiamo, piano piano, che la ministra Gelmini, forse, è fin troppo morbida, rispetto al collega confederato. Ma non è tutto, perché cadiamo inevitabilmente sull’argomento stranieri, che in Svizzera assumono una dimensione numerica sempre più grande. Ci viene spiegato che qui quelli che sono appena arrivati vengono messi in corsi speciali, in cui possono apprendere nel più breve tempo possibile le lingue nazionali e partecipare, ceteris paribus, alle lezioni con i coetanei indigeni. Cogliamo in Ticino un atteggiamento pragmatico, una volontà particolare di affrontare i problemi e di risolverli, sentendo i pareri dell’opinione pubblica, dei docenti e degli studenti, ma lasciando la decisone finale sul da farsi agli organi competenti, in primis il Dipartimento dell’Educazione, della cultura e dello sport diretto da Gabriele Gendotti. Chiediamo lumi sulla figura “nuova” del maestro unico introdotto alle scuole elementari. La risposta che riceviamo è un freddo “si, ce l’abbiamo da sempre, e come da sempre c’è il tempo pieno”, che smonta ogni nostra velleità. E pure nella gestione gli istituti debbono dimostrarsi capaci: con cifre a disposizione mirate, ogni direzione deve amministrare oculatamente le risorse, perché, in caso di segno negativo, il cantone difficilmente ripianerebbe. Federalismo anche qui. E gli studenti che vogliono intraprendere la carriera di docente? Per loro, prima di cimentarsi con gli studi, è pronto un test attitudinale, perché, con le parole del politico ticinese, non è detto che si sia “tagliati” per la professione di docente. Vogliamo parlarne signora Gelmini?
Non abbiamo trovato altre domande per il ministro ticinese Siamo stupiti. Abbiamo ricevuto risposte colme di ovvietà, da parte di chi ce le ha fornite. E’ come chiedere ad un muratore perché costruisce le case dalle fondamenta. Cosa pensi che ti risponda?

giovedì 20 novembre 2008

Quante stragi di Erba potenziali si celano nei nostri condomini e nelle nostre case?

Ci sono momenti, per un giornalista, in cui svolgere il proprio lavoro diventa difficile. Ci sono momenti in cui, le dita si fanno pesanti, e sembra non vogliano saperne di percuotere i bottoni della tastiera. Un’ auto difesa dell’individuo forse. L’ altra faccia di quell’essere umano che ,a volte è tale, oltre che diffusore di informazioni.
Ho provato orrore e spavento dopo le azioni di Rosa Bazzi e Olindo Romano. Li ho trovati crudeli, mostruosi, bestiali, raccapriccianti. Non trovo giustificazione alcuna alle loro azioni. Non ho nulla da aggiungere alla cronaca quotidiana. Nulla e nessuno li può difendere e giustificare. Nessun dubbio su tutto ciò. I fatti li abbiamo già ampiamente raccontati. Il loro “modus operandi” criminale è già stato esaustivamente illustrato. E da persona normale, chiuso nelle quattro mura di casa tua, sorseggiando un brandy, accarezzando il gatto mentre guardi il lago e la luna specchiarsi in esso, ti domandi com’è possibile che tutto ciò sia accaduto. Com’è possibile che la storia non insegni nulla a nessuno, e come sia concepibile l’ignobile pensiero che “ fatti di questo genere possano accadere solo agli altri?” Si, nella quiete della notte, quando tutto va più piano, c’è spazio per le riflessioni, soprattutto quando poco l’insonnia concede al riposo. Com’è possibile? Com’è possibile? Com’è possibile?Una famiglia sterminata per liti di condominio? Com’è possibile che la mente umana generi simili comportamenti? Il cielo, di notte, manda segnali strani. La luna piena, un tempo, si diceva trasformasse certi uomini in lupi. I cosiddetti “licantropi”. Oggi, qualcos’altro li trasforma in spietati, lucidi e feroci assassini. E non solo gli uomini, anche le donne. Perché? Già, i media di tutta l’Italia ci hanno spiegato il come. Nessuno azzarda un’analisi sul “perché” di tutto ciò. Un litigio, una banalità, un diverbio stradale. Banali episodi di vita quotidiana, si trasformano in tragedie. E’ l’effetto “tartaro” direbbe un dentista. Un male che agisce di nascosto, che scava senza farsi notare. Che non da segni, non avverte in corso d’opera del suo malvagio lavoro. Ma che quando fa male ha creato il danno irreparabile, e tu perdi il dente. In questo caso perdi gli affetti più cari. Quanti Romano e Castagna/Marzuk vivono nei nostri condomìni? Quante situazioni si sono incancrenite col trascorrere inesorabile del tempo? Quanti bambini schiamazzanti, quante automobili male parcheggiate in cortile, quanti odori nauseabondi che giungono dal piano di sotto di sopra e di fianco, quante radio e quanti televisori accesi a tutto volume di notte e non solo, sono causa di liti insanabili? Quanti vicini di casa intasano la vita della giustizia ordinaria per “la siepe della discordia? Quanti altri casi Romano vs Castagna/Marzouk ha in serbo la vita per noi? Come scovarli? Come metterli in condizione di non “avere luogo”? Qualcuno pensa alla parola “perché”? Qualcuno studia le cause di questa mancanza di sopportazione, che affligge le persone del giorno d’oggi? Quello che fa la magistratura è sotto i nostri occhi, soprattutto oggi. La sua azione, magari spinta dall’emotività popolare, o forse da un ragionevole senso umano di giustizia è ben presente. Quello che fanno la politica e la cultura no. Il vuoto più grande forse sta li. Perché dalla politica devono venire analisi, conclusioni e provvedimenti per gestire, dettare la rotta, o, almeno contenere, la società. O , quantomeno, contenerne le derive. Alla cultura invece tocca captare i malumori, studiarli e descriverli, senza etichettarli, magari con il marchio del razzismo, sempre buono per ogni argomento, un “cueerch per tucch i pignatt”, un coperchio per ogni pentola, come si dice dalle nostre parti. Penso all’immigrazione, che mai come in questi ultimi quarant’anni ha stravolto, anche in modo traumatico, la nostra società. Un’ trasbordo umano voluto, dettato dai ritmi della politica, che a sua volta danzava ad un tempo imposto dalla finanza dei grandi industriali. Persone disperate, sradicate dalle loro terre, irretiti dalla possibilità di farsi una vita lontano da casa, ma portando con se abitudini usi e consumi. Un tempo dal meridione d’Italia. Oggi dal meridione del mondo. Città dilatate a dismisura, per accogliere in qualsiasi modo , i nuovi cittadini, le nuove braccia, e creare tensioni con i residenti, non abituati alle consuetudini dei nuovi arrivati. La nuova forza lavoro. Che parlava un’altra lingua, che seminava l’orto nella vasca da bagno, che piantava i pomodori nel bidet. Perché a casa loro si faceva così. Si pensi a Torino, che passò, improvvisamente da 250 mila abitanti a quasi un milione negli anni 60. Si pensi, inevitabilmente alla FIAT. Un’immigrazione, interna, che oggi possiamo, in qualche modo considerare assorbita. Anche in modo duro, traumatico. Senza entrare nel dettaglio. Ma senza uscire dalla stanza dei ricordi. Soprattutto per chi qui è nato e cresciuto. Da sempre. Poi la seconda botta, che continua, ancora oggi, ad immettere nelle nostre città, nei nostri paesi, sempre più persone venute da lontano. Dall’Africa, dal Sud America, dall’est dell’Europa, dalla Cina, dall’India e da chissà dove con tutto il loro bagaglio culturale. Tanta brava gente, venuta qui a cercar fortuna, che non può essere calunniata, insultata, per pochi che sbagliano. Ce li possiamo permettere? Possiamo dar spazio a tutti? Che ne sarà di noi? Penso alla mia casa, alla mia famiglia. Aggiungere, per spirito filantropico, un amico fra le mie mura domestiche, aumenterebbe soltanto spazio occupato e cibo ed acqua consumata. La mia famiglia non sarebbe in pericolo, e lui si adatterebbe, giocoforza, alle regole vigenti. Nel caso gli ospiti fossero in egual numero dei residenti, le regole del gioco, potrebbero cambiare, o, almeno venire ridiscusse. E non è detto che ne uscirei vincitore. Allargate queste considerazioni a livello di città, di regione, e di Paese, e traetene le vostre conclusioni. E’ facile dare giudizi sulla base dei propri desideri. Non comporta sforzo intellettivo alcuno. E’ semplice accusare il prossimo che si lamenta di egoismo, di discriminazione, per sedare ogni tentativo di lamentela. Soprattutto è facile sputar sentenze chiusi nelle proprie regge, circondate da parchi e siepi, e scendere in città per andare a prendere il giornale. Perché il problema diventa tale solo quando ci tocca personalmente. E in quel momento deve attirare l’attenzione di tutti. Un altro malcostume italiano. Al posto dei consueti fiumi d’inchiostro, del profluvio ovvio di parole, del caravanserraglio buono per ogni occasione simile, non sarebbe il caso di pensare a soluzioni più pragmatiche, affinché tragedie mostruose come quella di Erba non possano più capitare? Dalla politica ci attendiamo questo genere di risposte. Tutto il resto è inutile. O forse il problema è più grande degli uomini che compongono quella strana galassia? Bene, le dita si sono alleggerite. Ora sono le spalle che destano dolore. In attesa di esser percosse dal moralista di turno. Mentre il “tartaro” imperterrito, non conosce scioperi sindacalizzati ed ideologizzati, e scava le gengive della nostra società.

martedì 18 novembre 2008

Ricordo personale di Don Sandro Maggiolini

Ho incontrato don Sandro poco più di due mesi fa, prima che le sue già gravi condizioni di salute si complicassero ancor di più. Non dovevi far fatica per incontrarlo. Bastava una breve visita in Duomo. Semplicemente curiosare fra i confessionali. Io l’ho trovato la, alla destra dell’altare maggiore, in attesa di perdonare i peccati in nome di Dio. Ricordo ancora il suo sguardo, dolce e caritatevole. Ricordo anche come è riuscito ad anticiparmi. Prima ancora che gli rivolgessi il saluto, mi chiedeva cosa stesse cercando quell’anima inquieta. E così mi sono avvicinato, e gli ho porto il mio deferente saluto. Mi diceva che ogni giorno, ogni pomeriggio, dalle 15 alle 18 si sedeva nel suo confessionale per incontrare i fedeli, per offrire loro la possibilità di purificare la propria anima, sgravandola dal peso dei peccati. Tutto ciò lo rendeva felice perché, mi ha detto, lo riportava pienamente tra la gente, a svolgere la missione di sacerdote. Don Sandro, non “Sua Eccellenza Reverendissima” Mons. Alessandro Maggiolini già Vescovo della diocesi di Como. Ho sempre provato simpatia per quell’uomo, e anche molta ammirazione, ma certi suoi comportamenti non li ho mai capiti. E non ho perso l’occasione di porgli domande. Tutto in quel pomeriggio. Il discorso cadde sulla crisi della Chiesa, e su quel libro da lui stesso scritto dal titolo “fine della cristianità”. Una crisi di valori, che attanaglia la società, sempre più attenta a stereotipi appariscenti, futili, al materiale, piuttosto che al trascendente. Un contesto sociale più alla ricerca del conseguimento del piacere sensoriale, a scapito della felicità. Ci trovammo concordi anche in questo. Riconobbe anche lui l’azione devastatrice del principe delle tenebre e dei regni della terra. Insomma, l’opera di satana, anche per don Sandro era a buon punto. Provavo una sorta di gioia, di fierezza. Mi rendevo conto di essere in sintonia con un sacerdote attento ai cambiamenti di quella massa di uomini un po’ pazza e spesso ingestibile chiamata società umana. Mi sono sentito un po’ meno basso, a livello intellettivo, di quanto a tutt’oggi sono. Don Sandro non tralasciò il fondamentale aspetto della perdita della Fede, del travisamento del messaggio Divino di Nostro Signore Gesù Cristo, dovuta forse al confino nella sfera privata della pratica quotidiana del cattolicesimo. Da stile di vita per giungere alla salvezza, a consigli psichiatrici per vivere meglio, come lo yoga, il tai chi o il libro del cristiano recuperato Carlo Nesti, che coi suggerimenti di Gesù afferma di vivere meglio questa vita terrena.
E poi il problema della società multiculturale, l’invasione islamica, la difficoltà forte di potere dialogare con questo pensiero, per motivi di ordine quotidiano, che, spesso e volentieri sfociano nella cronaca ordinaria di tutti i giorni. E qui non mi sono potuto voltare, non potevo fare più un passo indietro. Pena : cadere nell’ipocrisia. E non me lo potevo permettere. Chiesi a don Sandro di riflettere sulle colpe del clero, sulle eresie emerse dal concilio vaticano II. Come poteva condannare l’islam sulla base del documento conciliare nostra aetate? O l’uno o l’altro. O con Paolo VI o con il magistero bi millenario della Chiesa. O con Lepanto o con l’ecumenismo montiniano e l’Assisi di wojtiliana memoria. Non se l’aspettava un colpo così don Sandro, e probabilmente non se lo meritava, ma gli era dovuto. Parlammo della liturgia, di quella Santissima ed unica Messa codificata a Trento nel 1570 e dichiarata immutabile, pena l’anatema, che venne forzatamente quasi cancellata dal concilio e dalla successiva riforma del messale richiesta da papa Montini ed eseguita da mons. Bugnini. Una liturgia che si distanzia in modo impressionante dal cattolicesimo, ebbero a dire i cardinali Bacci ed Ottaviani nel loro documento intitolato “Breve esame critico del novus ordo missae”, redatto dal domenicano padre Guerard de Lauriers, che perse il posto di docente alla Pontificia università lateranense anche per questo, una messa che nonostante la parziale riabilitazione di Benedetto XVI ancora oggi viene osteggiata sul territorio da tantissimi vescovi, tra i quali il suo successore, stimato don Sandro. Egli mi rispose laconicamente, mi disse che “molte cose che vengono dalla Chiesa gli facevano schifo”, ma che quando era vescovo, pose sempre vincoli ben precisi a chi gli chiedeva di celebrare l’antico rito di San Pio V, i cardini della dignità e della precisione, per non offendere quella sacra liturgia. Mi fece gioire saperlo non contrario a questo, mi addolorò il fatto di non averglielo potuto chiedere prima. Chissà, oggi a Como avremmo potuto avere anche noi cattolici la vera messa, senza peregrinare macinando chilometri. Un altro rimpianto mi attanaglia: quello di non avergli potuto confessare i miei peccati. Ho conosciuto il teologo, ma mi sono perso il sacerdote. E per un cattolico questo è un brutto colpo. Arrivederci Don Sandro, vi ho affidato alla Madonna dei Miracoli di Morbio e a quella di San Giorgio in Como, ove è sepolto un vostro grande predecessore a lei devoto: Monsignor Alfonso Archi. Anche a Lui ho chiesto di accompagnarvi alla Cattedra di Nostro Signore Gesù Cristo.

Natale 2008: un bagno di sangue?

Ufficialmente manca meno di un mese e mezzo al 25 dicembre, ma lo spettro del Natale incombe già su tutti noi. Almeno in provincia di Como. Gli alberelli di luce sono già stati piazzati all’esterno di alcuni centri commerciali, e nelle via principali di molti paesi fanno capolino le consuete luminarie. Insomma, da almeno 15 giorni, l’armamentario del principe del consumismo è già stato installato, ed è pronto a far fuoco sulle nostre coscienze. Con consueto anticipo, senza farsi notare, a “luci spente”, pronto per azzannare noi poveri consumatori. Già, un mese e mezzo prima, ma già pronto da due settimane almeno. Perché il Natale smania di piombarci addosso? Che si nasconde sotto tanta gioia offerta così presto? Che ci sia una sorpresa sotto tanta gioia in anticipo? Che sia la festa della Nascita di Nostro Signore Gesù Cristo la medicina finale che spazzerà via la cosiddetta crisi di cui tutti parlano?
Lo si dice sottovoce, quasi bisbigliando ma dal Natale dell’anno 2008 molti analisti economici si attendono delle risposte, o forse delle conferme, per confutare previsioni di varia natura sul futuro della nostra società. E sempre bisbigliando, gli esperti si scambiano dati, impressioni e soprattutto preoccupazioni, perché a detta di molti, a dicembre potrebbe aver luogo un “bagno di sangue finanziario”. Potrebbe verificarsi “l’inizio della fine”, con il crollo di un sistema consolidato- quello capitalistico- che rimetterebbe tutto in discussione. Il gigante d’argilla vacilla, e mostra ogni giorno un nuovo cedimento. La partita si giocherà nel campo dei consumi. Se “il popolo” assalterà centri commerciali, negozi, outlet, concessionarie e chi più ne ha più ne metta, spendendo denaro sonante, permettendo quindi alla domanda di ripartire, potremo limitare i malefici della crisi. In caso contrario sarebbero guai seri. Anche in casa nostra. La paura è tanta. Il mostro incombe. Se la crisi finanziaria si trasformerà in economica il rischio di “default” di molte economie sarà reale. Il male sarà entrato nelle nostre tasche. Bucandole. Con buona pace di tutti, anche in provincia di Como. La bolla immobiliare, i fondi subprime, ma soprattutto il denaro preso a prestito per comprare il televisore al plasma, l’ipod o, peggio ancora, per andare in vacanza. Finanziamenti rateizzati per spendere soldi per nulla. Investire nelle vacanze. Che lo fai a fare se non hai un albergo o un’agenzia di viaggi? Spendere soldi che non ci sono. Dilapidare una ricchezza che non c’è. Ecco il leit motiv delle famiglie. Vivere al di sopra delle proprie possibilità. Una condizione che ha regnato e regna in molte case, della quale oggi le persone portano le conseguenze, dovute a scelte dirigenziali sbagliate, che hanno messo in crisi gli istituti bancari di casa nostra, mai come oggi a rischio bancarotta. Soldi rimessi in circolo dalle banche per svuotare i forzieri riempiti col denaro borsistico ricavato dalle operazioni della “new economy” negli anni novanta, quando gli indici telematici Nasdaq e Mibtel –per citarne alcuni- erano maneggiati da tutti. Ricordiamo bene quegli anni: la mattina alle sei, al bar , o dall’edicolante, tutti a discutere di azioni, tutti ad azzardar previsioni . Il sole splendeva ventiquattrore nelle mani di tutti,dal manovale allo spazzino- pardon, operatore ecologico- soppiantando il rosa della gazzetta. Terminati gli effetti della grande sbornia telematica l’imperativo, ieri come oggi, fu “far ripartire i consumi”. Perché dal consumo dipende la vita delle aziende. Via libera quindi ai creativi di finanza artificiale, impegnati a prestare denaro a chiunque ne facesse richiesta, da restituire in comode rate mensili della durata di sette anni. Piccole somme per cambiare l’auto e/o la moto, per andare in vacanza o per comprarsi vestiti. Perché la moda è, oggi più che mai, segno di distinzione sociale. Perché, oggi più che mai, l’imperativo è “apparire”.”L’essere” che cede il passo al “sembrare. Il sistema creditizio americano dell’elargire soldi senza garanzie di pagamento trapiantato anche qui. Un affare rischioso, troppo rischioso, che si è ritorto contro chi l’ha pensato. E che ha messo nei guai le banche, che hanno visto andare in fumo non solo la prospettiva di guadagno degli istituti- mica lavorano per niente- ma anche il rientro delle somme prestate. Perché le persone hanno smesso di pagare la rata. Da qui la reazione. Il passo è breve. Chiusura immediata dei rubinetti, rialzo dei tassi di interesse di prestiti e fidi. Il preambolo del rientro del capitale prestato alle aziende nel più breve tempo possibile. Già, le aziende, in questo modo impossibilitate a far fronte alla RI.BA mensile e alla pressione del fisco. Una crisi annunciata, già dallo scorso mese di giugno, ma nascosta, occultata ovunque per non stravolgere le spese consuete di agosto generando allarmismi, ma che si è sprigionata con tutta la sua virulenza a partire dallo scorso settembre, e mostrandosi in tutta la sua nudità. Crisi nel tessile, nell’artigianato, nel commercio. Ricorso continuo alla cassa integrazione. Perché le persone non consumano più, e se non consumano, le aziende non producono e se le aziende non producono tagliano i costi, soprattutto quelli umani, che nel breve periodo smetteranno di consumare. Scusate il gioco di parole, ma questo è quanto. Che fanno le banche? Quale ruolo giocano in questa crisi? In questo momento stanno alla finestra con le dita incrociate, sperando che i consumi ripartano. Per poter rifiatare ed incassare moneta fresca e sonante e, facciamo un’ipotesi, ricominciare a studiare strumenti finanziari perversi per tornare a fare utili. Ricordano tanto quei giocatori di casinò incalliti che, dopo aver perso un’ingente somma di denaro al tavolo verde, supplicano gli amici di farsi prestare altri soldi. Che pensate ne faranno? Tanti si lanciano a far previsioni, a medio e breve termine. Noi non abbiamo l’ardore di volare così alto. Pensiamo al domani, guardiamo al Natale. All’orizzonte, luminarie anticipate, interruttori pronti ad accenderle, sconti del 30% sull’abbigliamento in alcuni grandi magazzini della città forse trovano una spiegazione in quanto scritto sopra. Incentivarci tutti a spendere subito, per ridare fiato ad un’economia in fortissimo debito d’ossigeno per colpa di banche spericolate ed affamate e cittadini furbi, sempre a pensare che la crisi tocchi al massimo il nostro vicino, di cui è lecito parlar male. Intanto l’ennesimo macigno cade sulla disastrata economia americana. Anche General Motors, fino a qualche anno fa leader indiscusso del mercato mondiale dell’automobile sta morendo. Quasi un milione di posti di lavoro a rischio. Alle nostre latitudini si registra un notevole rallentamento del venduto nelle concessionarie. Nonostante ciò l’amministratore della FIAT Sergio Marchionne ha detto che “La casa del Lingotto sta dimostrando una ''resistenza incredibile'' sul mercato europeo dell'auto, ribadendo inoltre che i risultati sono ''buoni in un mercato non buono. Ma essere riusciti ad aumentare le quote e' un'ottima cosa per la Fiat''. Cosa aspettarci da Torino in un prossimo futuro? Una soluzione per tutti ci sarebbe. Se lo stato riducesse al 30% le proprie pretese fiscali più soldi rimpolperebbero le buste paga dei dipendenti privati ed i bilanci delle aziende. Una strategia rischiosa che affamerebbe di colpo la voracissima macchina pubblica italiana. Con le terribili conseguenze del caso. Che fare, da qui a dicembre? Oremus…

Bossi e il cattolicesimo: trasformazioni nel tempo.

Non sono certo che Dio esista, ma potrei scommettere che non si occupa di politica. Troppa gente, nella storia del mondo ha detto: “Dio è con noi”. Risuona ancora nelle orecchie di molti italiani, io credo, il “Gott mit uns” dei nazisti. La religione, ne sono convinto, deve essere tenuta fuori dalle scelte della politica.
Con queste parole, sedici anni fa ,Umberto Bossi aprì una serie di riflessioni sulla questione cattolica che già incrociava il proprio destino con la giovane Lega Nord, che, battagliando per il federalismo, per la “Repubblica del Nord” di allora- una delle tre macroregioni immaginate dal professor Gianfranco Miglio nel contesto di una vera costituzione federale, concetto che il senatur in seguito sconfessò – scomodamente si poneva, e non poteva essere evitata.
Parole vergate, nero su bianco, in quello che fu un grande tentativo di diffondere il “Lega pensiero”: un libro scritto con la collaborazione del giornalista Daniele Vimercati, dal titolo “Vento dal Nord. La mia Lega, la mia vita”.
E ancora: “Io credo, in Dio. Ma non è il Dio che ci raccontano al catechismo. E’ un Dio che sta ovunque nell’acqua e nel fuoco e nell’aria che respiriamo(..)Io lo sento vivere dentro di me e dentro i mille volti della natura. Posso solo immaginare che il mio modo di pensare a Dio sia legato all’ambiente in cui ho vissuto i primi anni della mia esistenza. Forse mi è rimasto dentro quel senso di comunione con la natura che ha segnato la mia infanzia.” O forse gli anni in cui frequentava il partito comunista, aggiungiamo noi?
“Non c’è bisogno di inginocchiarsi davanti ad un’ altare , anche se capisco che certi gesti possano aiutare. Non sento neppure il desiderio di pregare. Credo che la miglior lode a Dio, per un uomo d’azione come me, sia un lavoro serio ed onesto, sia l’impegno quotidiano per un ideale giusto. Il cattolicesimo è la religione del mio popolo, io la rispetto. Ne condivido in parte il codice morale. Ma la mia deontologia è quella che mi viene dalla mia coscienza. Ad essa, e non ad una gerarchia ecclesiastica, quale che sia, sento il dovere di rispondere. Preferisco tenere la fede fuori dalla mia azione politica. Credo che la fede sia una questione personale.” Ce n’è anche per il partito di allora dei Cattolici, la DC: “ No io trovo ipocrita agitare il turibolo per ottenere il voto delle vecchiette, per poi trafficare nell’ombra, rapinare e spogliare la gente. Dovrebbe essere vietato l’uso dei simboli religiosi in politica.”
Questo il pensiero personale, la visione di Dio di Umberto Bossi. Era il 1992. La Lega sognava di farsi Sistema e sostituirsi ad esso. In una chiara visione federalista.
Lega partito laico? Anche qui l’Umberto mostrò idee chiare, dal suo punto di vista. “A volte mi chiedono se la Lega è un partito laico. Oppure se io sono il leader laico di un partito che rappresenta parecchi cattolici. Da qui la fondazione della consulta cattolica, strumento che sarebbe servito, grazie all’opera di Giuseppe Leoni ed Irene Pivetti –si proprio lei- ad interfacciare i cattolici leghisti, le loro istanze, con i vertici del movimento. “Perché l’Italia è un paese cattolico, ed io rispetto le scelte religiose della gente. E voglio tenerne conto nella mia attività politica.
Ma, si sa, nell’agitato mare dei pensieri, le tentazioni sono sempre in agguato. Come quella lanciata, sempre secondo Bossi, sulle colonne del giornale di allora della Lega, “Lombardia autonomista”, da uno studioso delle religioni, che suggerì alla Lega di farsi riformatrice, oltre che nello stato, anche nello spirito, dando via ad una nuova fase protestante. Un segnale di malumore che serpeggiava all’interno del movimento, quando la Chiesa lanciava ad esso messaggi contrastanti, a volte di apertura, a volte di condanna. Ne citiamo due: un intervento dell’allora Cardinale Ratzinger che disse che non esiste, o non dovrebbe esistere, il partito unico dei cattolici. Messaggio smentito poco dopo dalla CEI. Poi il cardinal Martini, allora vescovo di Milano, che tuonò in favore dell’accoglienza agli immigrati di colore, nuovi fratelli lombardi. Disse ancora Umberto Bossi: “ Signori del Vaticano se restate neutrali tutto va bene. Ma se vi rimettete a giocare la carta democristiana, allora noi potremmo suggerire a tanti cittadini del nord Italia di non guardare più a Roma, nemmeno per la religione. Ma di guardare alla vicina Germania, alla Svizzera, ai civilissimi paesi protestanti, che credono in Dio e in Gesù Cristo, ma non riconoscono l’autorità del Papato. Nessuna voglia di sfidare il Vaticano, ma credo di avere il diritto di chiedere che la laicità dello stato sia rispettata. Da tutti, in primo luogo dal Vaticano. I preti stiano nelle loro Chiese, facciano le loro prediche, escano solo per compiere opere di bene o per evangelizzare i popoli. Ma lascino stare la politica”. Sin qui tutto chiaro, crediamo. Con il popolo cattolico ma non con la gerarchia, distante anche nella religione dai reali bisogni della gente. Correva l’anno del Signore 1992, sedici anni fa. Come proseguirono i rapporti fra cattolici e Bossi? Tanti eventi scandirono la vita politica in quegli anni. Le Lega subì una brusca battuta d’arresto ritrovandosi invischiata nelle secche di Mani Pulite. I 200 milioni di Cusani, il “Pirla” Patelli lo scudo della costituzione federale del professor Miglio, prima usata e poi gettata alle ortiche. Addio all’idea di sostituirsi al sistema tanto cara all’onorevole Bossi. Scende in campo Silvio Berlusconi. Nasce Forza Italia. La Lega vi si allea al nord, il Movimento Sociale al sud. Per una vittoria inaspettata di quello che si chiamò il polo delle Libertà. Un amore durato sei mesi, che Berlusconi suggellò con 180 parlamentari leghisti, 10 sottosegretari, 5 ministri e 1 presidente della Camera, quella dei deputati. E Che Bossi rovesciò dopo 180 giorni, vacanze estive comprese. Della questione cattolica, per molti anni in Lega non se ne parlò praticamente più. Perché non si tornò subito alle urne. Venne il governo transitorio di Lamberto Dini, e per la Lega venne la fase indipendentista e secessionista, il tempo di riorganizzare le file dirà qualcuno maliziosamente, per scordare la caduta del primo governo Berlusconi, per presentarsi alle elezioni politiche del 1996, due anni dopo, con un nuovo vestito ed una nuova identità. Perché, si sa, gli italiani , in certi casi, dimenticano in fretta. L’appuntamento con la “Gabina elettorale” non poteva essere rimandato a lungo. Si votò nella primavera 1996. Nè con Roma polo né con Roma Ulivo. Ma per la Padania Libera. Un successone. Quasi l’undici per cento del consenso elettorale, ma il centro sinistra vinse le elezioni e il polo delle libertà non raggiunse una percentuale tale da rovesciare i sinistri se sommato ai voti leghisti. Si prospettavano così, per la Lega, 5 anni di anonimato. Addio al sogno dell’ago della bilancia. Che fare per ingannare il tempo? I padani si trovarono sul Monviso, sul Po’, a Venezia. Organizzarono le elezioni padane, proclamarono l’indipendenza della Padania, attirando su di se parecchie attenzioni mediatiche. Ma nulla più. Me decisioni politiche si prendevano altrove. In Vaticano, ad esempio, secondo il leit motiv bossiano. Nel 1997 Bossi attaccò direttamente Papa Giovanni Paolo II accusandolo di ingerenza nella politica italiana. Un’affermazione corretta poi, il tiro fu spostato, anche allora, sulla gerarchia e non sul successore di Pietro. E le reazioni non mancarono, ma su tutte,da rimarcare, quella della Liga Veneta. L’allora segretario Comencini, cattolico, disse: ” Giovanni Paolo II "e' un Papa grandissimo, un uomo straordinario" che "non ha mai interferito nelle vicende di politica interna". Tornava d’attualità il cattolicesimo, anche dentro il partito di Bossi. Le spie d’allarme erano accese. Tutte. Si imponevano scelte diverse. Come spiegare al popolo che gerarchia vaticana e Chiesa cattolica non sono la stessa cosa? Svelato il mistero. La soluzione è nascosta nel tradizionalismo cattolico. A salvare capra e cavoli, un approccio discreto ai discepoli di Monsignor Lefevbre e ai discepoli di Padre Guerard De Lauriers dell’Istituto Mater Boni Consilii, che indicano, nelle cattive teorie anticattoliche nate dal concilio vaticano II la crisi della Chiesa. La Lega amica dei tradizionalisti, materialmente ma non formalmente. Sui media del partito- Il quotidiano La Padania, il settimanale Il sole delle alpi e su radio Padania libera- lo spazio concesso ad esponenti del vero cattolicesimo è sempre più ampio, e non sempre contro bilanciato dai “cattolici padani” del senatore Giuseppe Leoni, ossequiosi del clero ufficiale. E fu proprio lui a riannodare i rapporti con Roma, in modo sotterraneo. Sul teatro delle operazioni di “guerra”, calava la figura del vescovo di Como Monsignor Alessandro Maggiolini, che più volte ebbe a dire, in contrasto con i suoi, che il risorgimento non era un dogma, e che l’invasione incontrollata di immigrati dal mondo islamico, avrebbe messo in pericolo la cristianità. Parole magiche all’orecchio di Umberto Bossi. Qualcosa, oltre Tevere, si stava muovendo. E fu probabilmente la questione islamica la porta dalla quale rientrarono poi tutti i temi etici in cui una posizione di Fede diveniva vincolante nello spostamento dei voti tra gli schieramenti. Umberto Bossi aveva visto giusto. Tenere il piede in due scarpe. Frequentare le messe Tridentine, magari farne celebrare qualcuna in qualche festa della Lega, e mostrare all’opinione pubblica che qualcuno del porporato- non certo degli sconosciuti- ammettevano implicitamente le ragioni padane. Ed in parte è andata così. Umberto Bossi ha riscoperto la tradizione. Don Floriano Abramovich, bravissimo sacerdote della fraternità San Pio X –i Lefevbriani- benedisse i lavori del parlamento padano, e ogni tanto, annovera fra i suoi fedeli, lo stesso Senatur. Perché tra i leghisti e i lefebvriani «ci sono affinità», come ha precisato il leader del Carroccio: «C' è la tradizione innanzitutto, e poi questa messa, bella, cantata, uno la sente bene. Secondo me è stato un errore togliere questi canti perché il canto ti libera e ti trasporta in una dimensione più spirituale». Parole , ancora una volta di Umberto Bossi, A.D. 2007. Cattolica. La Lega è il partito dei cattolici. Un partito universale. Amica della tradizione e dei suoi alfieri “ma anche” di quelli che nella gerarchia ufficiale “ non ci stanno”. Monsignor Maggiolini fu allineato e coperto alle costituzioni conciliari. Condivise il concilio vaticano II. Nonostante ciò, nonostante il documento “Nostra Aetate” sulla libertà religiosa non smise mai di denunciare il pericolo dell’inserimento forzato nella nostra società di troppi immigrati islamici. Oggi Don Sandro non c’è più. Ci resta il suo ricordo, come rimane in noi l’immagine di Umberto Bossi commosso in Duomo con l’immagine del vescovo in mano. Fossimo in lui non cercheremmo altri sacerdoti come Don Sandro all’interno del clero ufficiale. Più coerente sarebbe approcciare la vera tradizione Cattolica, che in Lepanto con San Pio V e nell’opera del cardinale comasco Benedetto Odescalchi, poi Papa Innocenzo XI –quello della tangenziale- si erse a difensore del cattolicesimo contro l’invasione turca mussulmana. Perché sacerdoti come Don Sandro, nel clero ufficiale, non ce ne sono più. O se ci sono, si nascondono molto bene.