Ci sono momenti, per un giornalista, in cui svolgere il proprio lavoro diventa difficile. Ci sono momenti in cui, le dita si fanno pesanti, e sembra non vogliano saperne di percuotere i bottoni della tastiera. Un’ auto difesa dell’individuo forse. L’ altra faccia di quell’essere umano che ,a volte è tale, oltre che diffusore di informazioni.
Ho provato orrore e spavento dopo le azioni di Rosa Bazzi e Olindo Romano. Li ho trovati crudeli, mostruosi, bestiali, raccapriccianti. Non trovo giustificazione alcuna alle loro azioni. Non ho nulla da aggiungere alla cronaca quotidiana. Nulla e nessuno li può difendere e giustificare. Nessun dubbio su tutto ciò. I fatti li abbiamo già ampiamente raccontati. Il loro “modus operandi” criminale è già stato esaustivamente illustrato. E da persona normale, chiuso nelle quattro mura di casa tua, sorseggiando un brandy, accarezzando il gatto mentre guardi il lago e la luna specchiarsi in esso, ti domandi com’è possibile che tutto ciò sia accaduto. Com’è possibile che la storia non insegni nulla a nessuno, e come sia concepibile l’ignobile pensiero che “ fatti di questo genere possano accadere solo agli altri?” Si, nella quiete della notte, quando tutto va più piano, c’è spazio per le riflessioni, soprattutto quando poco l’insonnia concede al riposo. Com’è possibile? Com’è possibile? Com’è possibile?Una famiglia sterminata per liti di condominio? Com’è possibile che la mente umana generi simili comportamenti? Il cielo, di notte, manda segnali strani. La luna piena, un tempo, si diceva trasformasse certi uomini in lupi. I cosiddetti “licantropi”. Oggi, qualcos’altro li trasforma in spietati, lucidi e feroci assassini. E non solo gli uomini, anche le donne. Perché? Già, i media di tutta l’Italia ci hanno spiegato il come. Nessuno azzarda un’analisi sul “perché” di tutto ciò. Un litigio, una banalità, un diverbio stradale. Banali episodi di vita quotidiana, si trasformano in tragedie. E’ l’effetto “tartaro” direbbe un dentista. Un male che agisce di nascosto, che scava senza farsi notare. Che non da segni, non avverte in corso d’opera del suo malvagio lavoro. Ma che quando fa male ha creato il danno irreparabile, e tu perdi il dente. In questo caso perdi gli affetti più cari. Quanti Romano e Castagna/Marzuk vivono nei nostri condomìni? Quante situazioni si sono incancrenite col trascorrere inesorabile del tempo? Quanti bambini schiamazzanti, quante automobili male parcheggiate in cortile, quanti odori nauseabondi che giungono dal piano di sotto di sopra e di fianco, quante radio e quanti televisori accesi a tutto volume di notte e non solo, sono causa di liti insanabili? Quanti vicini di casa intasano la vita della giustizia ordinaria per “la siepe della discordia? Quanti altri casi Romano vs Castagna/Marzouk ha in serbo la vita per noi? Come scovarli? Come metterli in condizione di non “avere luogo”? Qualcuno pensa alla parola “perché”? Qualcuno studia le cause di questa mancanza di sopportazione, che affligge le persone del giorno d’oggi? Quello che fa la magistratura è sotto i nostri occhi, soprattutto oggi. La sua azione, magari spinta dall’emotività popolare, o forse da un ragionevole senso umano di giustizia è ben presente. Quello che fanno la politica e la cultura no. Il vuoto più grande forse sta li. Perché dalla politica devono venire analisi, conclusioni e provvedimenti per gestire, dettare la rotta, o, almeno contenere, la società. O , quantomeno, contenerne le derive. Alla cultura invece tocca captare i malumori, studiarli e descriverli, senza etichettarli, magari con il marchio del razzismo, sempre buono per ogni argomento, un “cueerch per tucch i pignatt”, un coperchio per ogni pentola, come si dice dalle nostre parti. Penso all’immigrazione, che mai come in questi ultimi quarant’anni ha stravolto, anche in modo traumatico, la nostra società. Un’ trasbordo umano voluto, dettato dai ritmi della politica, che a sua volta danzava ad un tempo imposto dalla finanza dei grandi industriali. Persone disperate, sradicate dalle loro terre, irretiti dalla possibilità di farsi una vita lontano da casa, ma portando con se abitudini usi e consumi. Un tempo dal meridione d’Italia. Oggi dal meridione del mondo. Città dilatate a dismisura, per accogliere in qualsiasi modo , i nuovi cittadini, le nuove braccia, e creare tensioni con i residenti, non abituati alle consuetudini dei nuovi arrivati. La nuova forza lavoro. Che parlava un’altra lingua, che seminava l’orto nella vasca da bagno, che piantava i pomodori nel bidet. Perché a casa loro si faceva così. Si pensi a Torino, che passò, improvvisamente da 250 mila abitanti a quasi un milione negli anni 60. Si pensi, inevitabilmente alla FIAT. Un’immigrazione, interna, che oggi possiamo, in qualche modo considerare assorbita. Anche in modo duro, traumatico. Senza entrare nel dettaglio. Ma senza uscire dalla stanza dei ricordi. Soprattutto per chi qui è nato e cresciuto. Da sempre. Poi la seconda botta, che continua, ancora oggi, ad immettere nelle nostre città, nei nostri paesi, sempre più persone venute da lontano. Dall’Africa, dal Sud America, dall’est dell’Europa, dalla Cina, dall’India e da chissà dove con tutto il loro bagaglio culturale. Tanta brava gente, venuta qui a cercar fortuna, che non può essere calunniata, insultata, per pochi che sbagliano. Ce li possiamo permettere? Possiamo dar spazio a tutti? Che ne sarà di noi? Penso alla mia casa, alla mia famiglia. Aggiungere, per spirito filantropico, un amico fra le mie mura domestiche, aumenterebbe soltanto spazio occupato e cibo ed acqua consumata. La mia famiglia non sarebbe in pericolo, e lui si adatterebbe, giocoforza, alle regole vigenti. Nel caso gli ospiti fossero in egual numero dei residenti, le regole del gioco, potrebbero cambiare, o, almeno venire ridiscusse. E non è detto che ne uscirei vincitore. Allargate queste considerazioni a livello di città, di regione, e di Paese, e traetene le vostre conclusioni. E’ facile dare giudizi sulla base dei propri desideri. Non comporta sforzo intellettivo alcuno. E’ semplice accusare il prossimo che si lamenta di egoismo, di discriminazione, per sedare ogni tentativo di lamentela. Soprattutto è facile sputar sentenze chiusi nelle proprie regge, circondate da parchi e siepi, e scendere in città per andare a prendere il giornale. Perché il problema diventa tale solo quando ci tocca personalmente. E in quel momento deve attirare l’attenzione di tutti. Un altro malcostume italiano. Al posto dei consueti fiumi d’inchiostro, del profluvio ovvio di parole, del caravanserraglio buono per ogni occasione simile, non sarebbe il caso di pensare a soluzioni più pragmatiche, affinché tragedie mostruose come quella di Erba non possano più capitare? Dalla politica ci attendiamo questo genere di risposte. Tutto il resto è inutile. O forse il problema è più grande degli uomini che compongono quella strana galassia? Bene, le dita si sono alleggerite. Ora sono le spalle che destano dolore. In attesa di esser percosse dal moralista di turno. Mentre il “tartaro” imperterrito, non conosce scioperi sindacalizzati ed ideologizzati, e scava le gengive della nostra società.
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