martedì 18 novembre 2008

Bossi e il cattolicesimo: trasformazioni nel tempo.

Non sono certo che Dio esista, ma potrei scommettere che non si occupa di politica. Troppa gente, nella storia del mondo ha detto: “Dio è con noi”. Risuona ancora nelle orecchie di molti italiani, io credo, il “Gott mit uns” dei nazisti. La religione, ne sono convinto, deve essere tenuta fuori dalle scelte della politica.
Con queste parole, sedici anni fa ,Umberto Bossi aprì una serie di riflessioni sulla questione cattolica che già incrociava il proprio destino con la giovane Lega Nord, che, battagliando per il federalismo, per la “Repubblica del Nord” di allora- una delle tre macroregioni immaginate dal professor Gianfranco Miglio nel contesto di una vera costituzione federale, concetto che il senatur in seguito sconfessò – scomodamente si poneva, e non poteva essere evitata.
Parole vergate, nero su bianco, in quello che fu un grande tentativo di diffondere il “Lega pensiero”: un libro scritto con la collaborazione del giornalista Daniele Vimercati, dal titolo “Vento dal Nord. La mia Lega, la mia vita”.
E ancora: “Io credo, in Dio. Ma non è il Dio che ci raccontano al catechismo. E’ un Dio che sta ovunque nell’acqua e nel fuoco e nell’aria che respiriamo(..)Io lo sento vivere dentro di me e dentro i mille volti della natura. Posso solo immaginare che il mio modo di pensare a Dio sia legato all’ambiente in cui ho vissuto i primi anni della mia esistenza. Forse mi è rimasto dentro quel senso di comunione con la natura che ha segnato la mia infanzia.” O forse gli anni in cui frequentava il partito comunista, aggiungiamo noi?
“Non c’è bisogno di inginocchiarsi davanti ad un’ altare , anche se capisco che certi gesti possano aiutare. Non sento neppure il desiderio di pregare. Credo che la miglior lode a Dio, per un uomo d’azione come me, sia un lavoro serio ed onesto, sia l’impegno quotidiano per un ideale giusto. Il cattolicesimo è la religione del mio popolo, io la rispetto. Ne condivido in parte il codice morale. Ma la mia deontologia è quella che mi viene dalla mia coscienza. Ad essa, e non ad una gerarchia ecclesiastica, quale che sia, sento il dovere di rispondere. Preferisco tenere la fede fuori dalla mia azione politica. Credo che la fede sia una questione personale.” Ce n’è anche per il partito di allora dei Cattolici, la DC: “ No io trovo ipocrita agitare il turibolo per ottenere il voto delle vecchiette, per poi trafficare nell’ombra, rapinare e spogliare la gente. Dovrebbe essere vietato l’uso dei simboli religiosi in politica.”
Questo il pensiero personale, la visione di Dio di Umberto Bossi. Era il 1992. La Lega sognava di farsi Sistema e sostituirsi ad esso. In una chiara visione federalista.
Lega partito laico? Anche qui l’Umberto mostrò idee chiare, dal suo punto di vista. “A volte mi chiedono se la Lega è un partito laico. Oppure se io sono il leader laico di un partito che rappresenta parecchi cattolici. Da qui la fondazione della consulta cattolica, strumento che sarebbe servito, grazie all’opera di Giuseppe Leoni ed Irene Pivetti –si proprio lei- ad interfacciare i cattolici leghisti, le loro istanze, con i vertici del movimento. “Perché l’Italia è un paese cattolico, ed io rispetto le scelte religiose della gente. E voglio tenerne conto nella mia attività politica.
Ma, si sa, nell’agitato mare dei pensieri, le tentazioni sono sempre in agguato. Come quella lanciata, sempre secondo Bossi, sulle colonne del giornale di allora della Lega, “Lombardia autonomista”, da uno studioso delle religioni, che suggerì alla Lega di farsi riformatrice, oltre che nello stato, anche nello spirito, dando via ad una nuova fase protestante. Un segnale di malumore che serpeggiava all’interno del movimento, quando la Chiesa lanciava ad esso messaggi contrastanti, a volte di apertura, a volte di condanna. Ne citiamo due: un intervento dell’allora Cardinale Ratzinger che disse che non esiste, o non dovrebbe esistere, il partito unico dei cattolici. Messaggio smentito poco dopo dalla CEI. Poi il cardinal Martini, allora vescovo di Milano, che tuonò in favore dell’accoglienza agli immigrati di colore, nuovi fratelli lombardi. Disse ancora Umberto Bossi: “ Signori del Vaticano se restate neutrali tutto va bene. Ma se vi rimettete a giocare la carta democristiana, allora noi potremmo suggerire a tanti cittadini del nord Italia di non guardare più a Roma, nemmeno per la religione. Ma di guardare alla vicina Germania, alla Svizzera, ai civilissimi paesi protestanti, che credono in Dio e in Gesù Cristo, ma non riconoscono l’autorità del Papato. Nessuna voglia di sfidare il Vaticano, ma credo di avere il diritto di chiedere che la laicità dello stato sia rispettata. Da tutti, in primo luogo dal Vaticano. I preti stiano nelle loro Chiese, facciano le loro prediche, escano solo per compiere opere di bene o per evangelizzare i popoli. Ma lascino stare la politica”. Sin qui tutto chiaro, crediamo. Con il popolo cattolico ma non con la gerarchia, distante anche nella religione dai reali bisogni della gente. Correva l’anno del Signore 1992, sedici anni fa. Come proseguirono i rapporti fra cattolici e Bossi? Tanti eventi scandirono la vita politica in quegli anni. Le Lega subì una brusca battuta d’arresto ritrovandosi invischiata nelle secche di Mani Pulite. I 200 milioni di Cusani, il “Pirla” Patelli lo scudo della costituzione federale del professor Miglio, prima usata e poi gettata alle ortiche. Addio all’idea di sostituirsi al sistema tanto cara all’onorevole Bossi. Scende in campo Silvio Berlusconi. Nasce Forza Italia. La Lega vi si allea al nord, il Movimento Sociale al sud. Per una vittoria inaspettata di quello che si chiamò il polo delle Libertà. Un amore durato sei mesi, che Berlusconi suggellò con 180 parlamentari leghisti, 10 sottosegretari, 5 ministri e 1 presidente della Camera, quella dei deputati. E Che Bossi rovesciò dopo 180 giorni, vacanze estive comprese. Della questione cattolica, per molti anni in Lega non se ne parlò praticamente più. Perché non si tornò subito alle urne. Venne il governo transitorio di Lamberto Dini, e per la Lega venne la fase indipendentista e secessionista, il tempo di riorganizzare le file dirà qualcuno maliziosamente, per scordare la caduta del primo governo Berlusconi, per presentarsi alle elezioni politiche del 1996, due anni dopo, con un nuovo vestito ed una nuova identità. Perché, si sa, gli italiani , in certi casi, dimenticano in fretta. L’appuntamento con la “Gabina elettorale” non poteva essere rimandato a lungo. Si votò nella primavera 1996. Nè con Roma polo né con Roma Ulivo. Ma per la Padania Libera. Un successone. Quasi l’undici per cento del consenso elettorale, ma il centro sinistra vinse le elezioni e il polo delle libertà non raggiunse una percentuale tale da rovesciare i sinistri se sommato ai voti leghisti. Si prospettavano così, per la Lega, 5 anni di anonimato. Addio al sogno dell’ago della bilancia. Che fare per ingannare il tempo? I padani si trovarono sul Monviso, sul Po’, a Venezia. Organizzarono le elezioni padane, proclamarono l’indipendenza della Padania, attirando su di se parecchie attenzioni mediatiche. Ma nulla più. Me decisioni politiche si prendevano altrove. In Vaticano, ad esempio, secondo il leit motiv bossiano. Nel 1997 Bossi attaccò direttamente Papa Giovanni Paolo II accusandolo di ingerenza nella politica italiana. Un’affermazione corretta poi, il tiro fu spostato, anche allora, sulla gerarchia e non sul successore di Pietro. E le reazioni non mancarono, ma su tutte,da rimarcare, quella della Liga Veneta. L’allora segretario Comencini, cattolico, disse: ” Giovanni Paolo II "e' un Papa grandissimo, un uomo straordinario" che "non ha mai interferito nelle vicende di politica interna". Tornava d’attualità il cattolicesimo, anche dentro il partito di Bossi. Le spie d’allarme erano accese. Tutte. Si imponevano scelte diverse. Come spiegare al popolo che gerarchia vaticana e Chiesa cattolica non sono la stessa cosa? Svelato il mistero. La soluzione è nascosta nel tradizionalismo cattolico. A salvare capra e cavoli, un approccio discreto ai discepoli di Monsignor Lefevbre e ai discepoli di Padre Guerard De Lauriers dell’Istituto Mater Boni Consilii, che indicano, nelle cattive teorie anticattoliche nate dal concilio vaticano II la crisi della Chiesa. La Lega amica dei tradizionalisti, materialmente ma non formalmente. Sui media del partito- Il quotidiano La Padania, il settimanale Il sole delle alpi e su radio Padania libera- lo spazio concesso ad esponenti del vero cattolicesimo è sempre più ampio, e non sempre contro bilanciato dai “cattolici padani” del senatore Giuseppe Leoni, ossequiosi del clero ufficiale. E fu proprio lui a riannodare i rapporti con Roma, in modo sotterraneo. Sul teatro delle operazioni di “guerra”, calava la figura del vescovo di Como Monsignor Alessandro Maggiolini, che più volte ebbe a dire, in contrasto con i suoi, che il risorgimento non era un dogma, e che l’invasione incontrollata di immigrati dal mondo islamico, avrebbe messo in pericolo la cristianità. Parole magiche all’orecchio di Umberto Bossi. Qualcosa, oltre Tevere, si stava muovendo. E fu probabilmente la questione islamica la porta dalla quale rientrarono poi tutti i temi etici in cui una posizione di Fede diveniva vincolante nello spostamento dei voti tra gli schieramenti. Umberto Bossi aveva visto giusto. Tenere il piede in due scarpe. Frequentare le messe Tridentine, magari farne celebrare qualcuna in qualche festa della Lega, e mostrare all’opinione pubblica che qualcuno del porporato- non certo degli sconosciuti- ammettevano implicitamente le ragioni padane. Ed in parte è andata così. Umberto Bossi ha riscoperto la tradizione. Don Floriano Abramovich, bravissimo sacerdote della fraternità San Pio X –i Lefevbriani- benedisse i lavori del parlamento padano, e ogni tanto, annovera fra i suoi fedeli, lo stesso Senatur. Perché tra i leghisti e i lefebvriani «ci sono affinità», come ha precisato il leader del Carroccio: «C' è la tradizione innanzitutto, e poi questa messa, bella, cantata, uno la sente bene. Secondo me è stato un errore togliere questi canti perché il canto ti libera e ti trasporta in una dimensione più spirituale». Parole , ancora una volta di Umberto Bossi, A.D. 2007. Cattolica. La Lega è il partito dei cattolici. Un partito universale. Amica della tradizione e dei suoi alfieri “ma anche” di quelli che nella gerarchia ufficiale “ non ci stanno”. Monsignor Maggiolini fu allineato e coperto alle costituzioni conciliari. Condivise il concilio vaticano II. Nonostante ciò, nonostante il documento “Nostra Aetate” sulla libertà religiosa non smise mai di denunciare il pericolo dell’inserimento forzato nella nostra società di troppi immigrati islamici. Oggi Don Sandro non c’è più. Ci resta il suo ricordo, come rimane in noi l’immagine di Umberto Bossi commosso in Duomo con l’immagine del vescovo in mano. Fossimo in lui non cercheremmo altri sacerdoti come Don Sandro all’interno del clero ufficiale. Più coerente sarebbe approcciare la vera tradizione Cattolica, che in Lepanto con San Pio V e nell’opera del cardinale comasco Benedetto Odescalchi, poi Papa Innocenzo XI –quello della tangenziale- si erse a difensore del cattolicesimo contro l’invasione turca mussulmana. Perché sacerdoti come Don Sandro, nel clero ufficiale, non ce ne sono più. O se ci sono, si nascondono molto bene.

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