Da alcuni mesi oramai si sta levando alto il grido di denuncia della tirannia cinese sul Tibet, occupato oramai da troppo tempo dalla repubblica popolare. I soliti noti soprattutto, attori e attrici famosi, maitre a penser, politici-quasi tutti di una parte- calciatori. Ma sanno di cosa stanno parlando? C'è davvero da fidarsi? Il celebre giornalista Vittorio Messori delinea la situazione storica in queste parole qui sotto...
Buona lettura.
TIBET
Ha provocato proteste l'assegnazione a Pechino delle Olimpia¬di 2008. Proteste giustificate, s'intende. Ma (a differenza di quanto gli stessi contestatori credono) non perché la Cina sia un Paese ufficialmente ancora comunista; bensì, al contrario, perché è divenuto il maggiore Paese fascista della storia. Non è una battuta, ma è il risultato concreto della solita «eterogenesi dei fini». In effetti, in quell'immensa nazione, l'economia è stata affidata al più duro dei capitalismi, con implacabile sfruttamento dei lavoratori, in nome del profitto. Ad Hong Kong, operai e impiegati rimpiangono i tempi delle garanzie sindacali dell'epoca inglese. Ed è al lavoro minorile di massa che la Cina affida molte delle chances delle sue esportazioni a basso prezzo. Sul piano politico, invece, il potere è tenuto in mano, con brutalità poliziesca, da un regime basato non sul marxismo, per quanto annacquato, ma su un Partito unico che ha come ideologia portante un nazionalismo e un autarchismo di stampo chiaramente fascisti.
Tra le proteste per il «regalo» delle Olimpiadi c'è anche la questione del Tibet, invaso e annesso dal 1950 alla grande Repubblica sedicente Popolare. Protesta, pure questa, che naturalmente non si può non condividere. Purché, però, si ricordino alcune cose.
In effetti, è ben visto, in Occidente, lo schierarsi dalla parte del Dalai Lama costretto all'esilio, mentre non lo è il dedicare almeno un pensiero al martirio cristiano che continua nella Cina e che ha vi¬sto — e vede — persecuzioni degne di un Diocleziano. È poi singolare constatare come il recente fascino di massa del buddhismo presso europei e americani porti a dimenticare una realtà: il Tibet era una chiusa, dura teocrazia dove il capo religioso — il Dalai Lama, appunto — era anche il capo di Stato. Un capo assoluto, senza neanche una parvenza di democrazia.
Strano davvero: mentre si è sempre pronti ad alzare la voce contro presunti rigurgiti di clericalismo cattolico, mentre si ricorda — tra orrore e ironia — il tempo lontano del « Papa-Re », dello « Stato
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dei preti», nessuno riflette sul fatto che quella tibetana era la più soffocante delle «dittature monastiche». All'arrivo dei cinesi invasori, i monasteri sul grande altipiano himalayano erano oltre quattromila, ciascuno con migliaia di monaci (alcuni ne avevano sino a diecimila).
Se capo assoluto era il Dalai Lama (che significa « Oceano di Saggezza»), i Lama, cioè gli equivalenti dei nostri abati medievali, a capo dei monasteri più importanti erano i feudatari che possedevano tutte le terre e che erano padroni non solo del lavoro, ma pure della vita e della morte dei contadini. Ai Lama faceva capo anche tutto il rudimentale sistema finanziario: le sole «banche» erano i monasteri, perché erano essi a possedere ogni ricchezza. Ricchezza che era ben lungi dall'essere utilizzata, anche solo in parte, per ope¬re di carità.
Per secoli, poi, lo Stato-Chiesa impose che ogni famiglia inviasse almeno un figlio a un monastero al compimento degli otto anni. Del resto, la condizione monastica era la più desiderabile, vi¬sto che i « laici » non solo erano a servizio degli onnipotenti religiosi, ma erano considerati come tibetani inferiori in questa vita e destinati poi, nell'altra, a proseguire nel ciclo disperante delle reincarnazioni.
In effetti, a che « servivano » quelle centinaia di migliaia di monaci? Servivano, in fondo, per uno scopo essenzialmente egoistico. Ciascuno, cioè, attraverso preghiere e tecniche ascetiche, si sforza¬va di raggiungere la pace imperturbabile, quel Nirvana che evitasse la rinascita e facesse del monaco un anagamin, cioè «uno che non ritorna più».
Anche su questo punto occorrerebbe riflettere. Quando si pensa che monachesimo cristiano e buddhista siano, in fondo, confrontabili si ignora (o si evita di dire) che, in realtà, la differenza è radicale. Mentre, in effetti, il monaco buddhista lavora alla sua salvezza, e a quella soltanto, quello cristiano mette se stesso a disposizione della salvezza del mondo intero. È la grande, consolante dottrina della « comunione dei santi »: l'ascesi, il sacrificio, la preghiera di colui che « ha scelto la via migliore », di colui che è stato chiamato allo « stato di perfezione », ricadono a vantaggio di tutti e di ciascuno.
Da qui la «funzione sociale» (sconosciuta all'Estremo Oriente) della vocazione religiosa cristiana: pregare anche per chi non prega,
amare anche per chi non ama, farsi tramiti e intercessori tra la Terra e il Cielo. Oltre — ma come scopo secondario rispetto alla prospettiva spirituale, come sappiamo — all'esercizio della carità «materiale», a servizio dei bisognosi nel corpo.
Protestiamo, dunque, per il Tibet, se così ci par bene. E denunciamo il fascismo «rosso» e l'imperialismo della Cina. Sapendo però, di che cosa si parla."
Vittorio Messori da "Emporio Cattolico, uno sguardo diverso su storia ed attualità" Sugarco edizioni .
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