sabato 5 luglio 2008

Tutti vogliono il Tibet libero. Ma come si gestivano lassù prima di venir occupato?

Da alcuni mesi oramai si sta levando alto il grido di denuncia della tirannia cinese sul Tibet, occupato oramai da troppo tempo dalla repubblica popolare. I soliti noti soprattutto, attori e attrici famosi, maitre a penser, politici-quasi tutti di una parte- calciatori. Ma sanno di cosa stanno parlando? C'è davvero da fidarsi? Il celebre giornalista Vittorio Messori delinea la situazione storica in queste parole qui sotto...

Buona lettura.




TIBET
Ha provocato proteste l'assegnazione a Pechino delle Olimpia¬di 2008. Proteste giustificate, s'intende. Ma (a differenza di quanto gli stessi contestatori credono) non perché la Cina sia un Paese ufficialmente ancora comunista; bensì, al contrario, perché è divenuto il maggiore Paese fascista della storia. Non è una battuta, ma è il risultato concreto della solita «eterogenesi dei fini». In effetti, in quell'immensa nazione, l'economia è stata affidata al più duro dei capitalismi, con implacabile sfruttamento dei lavoratori, in nome del profitto. Ad Hong Kong, operai e impiegati rimpiangono i tempi delle garanzie sindacali dell'epoca inglese. Ed è al lavoro minorile di massa che la Cina affida molte delle chances delle sue esportazioni a basso prezzo. Sul piano politico, invece, il potere è tenuto in mano, con brutalità poliziesca, da un regime basato non sul marxismo, per quanto annacquato, ma su un Partito unico che ha come ideologia portante un nazionalismo e un autarchismo di stampo chiaramente fascisti.
Tra le proteste per il «regalo» delle Olimpiadi c'è anche la questione del Tibet, invaso e annesso dal 1950 alla grande Repubblica sedicente Popolare. Protesta, pure questa, che naturalmente non si può non condividere. Purché, però, si ricordino alcune cose.
In effetti, è ben visto, in Occidente, lo schierarsi dalla parte del Dalai Lama costretto all'esilio, mentre non lo è il dedicare almeno un pensiero al martirio cristiano che continua nella Cina e che ha vi¬sto — e vede — persecuzioni degne di un Diocleziano. È poi singolare constatare come il recente fascino di massa del buddhismo presso europei e americani porti a dimenticare una realtà: il Tibet era una chiusa, dura teocrazia dove il capo religioso — il Dalai Lama, appunto — era anche il capo di Stato. Un capo assoluto, senza neanche una parvenza di democrazia.
Strano davvero: mentre si è sempre pronti ad alzare la voce contro presunti rigurgiti di clericalismo cattolico, mentre si ricorda — tra orrore e ironia — il tempo lontano del « Papa-Re », dello « Stato
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dei preti», nessuno riflette sul fatto che quella tibetana era la più soffocante delle «dittature monastiche». All'arrivo dei cinesi invasori, i monasteri sul grande altipiano himalayano erano oltre quattromila, ciascuno con migliaia di monaci (alcuni ne avevano sino a diecimila).
Se capo assoluto era il Dalai Lama (che significa « Oceano di Saggezza»), i Lama, cioè gli equivalenti dei nostri abati medievali, a capo dei monasteri più importanti erano i feudatari che possedevano tutte le terre e che erano padroni non solo del lavoro, ma pure della vita e della morte dei contadini. Ai Lama faceva capo anche tutto il rudimentale sistema finanziario: le sole «banche» erano i monasteri, perché erano essi a possedere ogni ricchezza. Ricchezza che era ben lungi dall'essere utilizzata, anche solo in parte, per ope¬re di carità.
Per secoli, poi, lo Stato-Chiesa impose che ogni famiglia inviasse almeno un figlio a un monastero al compimento degli otto anni. Del resto, la condizione monastica era la più desiderabile, vi¬sto che i « laici » non solo erano a servizio degli onnipotenti religiosi, ma erano considerati come tibetani inferiori in questa vita e destinati poi, nell'altra, a proseguire nel ciclo disperante delle reincarnazioni.
In effetti, a che « servivano » quelle centinaia di migliaia di monaci? Servivano, in fondo, per uno scopo essenzialmente egoistico. Ciascuno, cioè, attraverso preghiere e tecniche ascetiche, si sforza¬va di raggiungere la pace imperturbabile, quel Nirvana che evitasse la rinascita e facesse del monaco un anagamin, cioè «uno che non ritorna più».
Anche su questo punto occorrerebbe riflettere. Quando si pensa che monachesimo cristiano e buddhista siano, in fondo, confrontabili si ignora (o si evita di dire) che, in realtà, la differenza è radicale. Mentre, in effetti, il monaco buddhista lavora alla sua salvezza, e a quella soltanto, quello cristiano mette se stesso a disposizione della salvezza del mondo intero. È la grande, consolante dottrina della « comunione dei santi »: l'ascesi, il sacrificio, la preghiera di colui che « ha scelto la via migliore », di colui che è stato chiamato allo « stato di perfezione », ricadono a vantaggio di tutti e di ciascuno.
Da qui la «funzione sociale» (sconosciuta all'Estremo Oriente) della vocazione religiosa cristiana: pregare anche per chi non prega,

amare anche per chi non ama, farsi tramiti e intercessori tra la Terra e il Cielo. Oltre — ma come scopo secondario rispetto alla prospettiva spirituale, come sappiamo — all'esercizio della carità «materiale», a servizio dei bisognosi nel corpo.
Protestiamo, dunque, per il Tibet, se così ci par bene. E denunciamo il fascismo «rosso» e l'imperialismo della Cina. Sapendo però, di che cosa si parla."

Vittorio Messori da "Emporio Cattolico, uno sguardo diverso su storia ed attualità" Sugarco edizioni .