Da alcuni mesi oramai si sta levando alto il grido di denuncia della tirannia cinese sul Tibet, occupato oramai da troppo tempo dalla repubblica popolare. I soliti noti soprattutto, attori e attrici famosi, maitre a penser, politici-quasi tutti di una parte- calciatori. Ma sanno di cosa stanno parlando? C'è davvero da fidarsi? Il celebre giornalista Vittorio Messori delinea la situazione storica in queste parole qui sotto...
Buona lettura.
TIBET
Ha provocato proteste l'assegnazione a Pechino delle Olimpia¬di 2008. Proteste giustificate, s'intende. Ma (a differenza di quanto gli stessi contestatori credono) non perché la Cina sia un Paese ufficialmente ancora comunista; bensì, al contrario, perché è divenuto il maggiore Paese fascista della storia. Non è una battuta, ma è il risultato concreto della solita «eterogenesi dei fini». In effetti, in quell'immensa nazione, l'economia è stata affidata al più duro dei capitalismi, con implacabile sfruttamento dei lavoratori, in nome del profitto. Ad Hong Kong, operai e impiegati rimpiangono i tempi delle garanzie sindacali dell'epoca inglese. Ed è al lavoro minorile di massa che la Cina affida molte delle chances delle sue esportazioni a basso prezzo. Sul piano politico, invece, il potere è tenuto in mano, con brutalità poliziesca, da un regime basato non sul marxismo, per quanto annacquato, ma su un Partito unico che ha come ideologia portante un nazionalismo e un autarchismo di stampo chiaramente fascisti.
Tra le proteste per il «regalo» delle Olimpiadi c'è anche la questione del Tibet, invaso e annesso dal 1950 alla grande Repubblica sedicente Popolare. Protesta, pure questa, che naturalmente non si può non condividere. Purché, però, si ricordino alcune cose.
In effetti, è ben visto, in Occidente, lo schierarsi dalla parte del Dalai Lama costretto all'esilio, mentre non lo è il dedicare almeno un pensiero al martirio cristiano che continua nella Cina e che ha vi¬sto — e vede — persecuzioni degne di un Diocleziano. È poi singolare constatare come il recente fascino di massa del buddhismo presso europei e americani porti a dimenticare una realtà: il Tibet era una chiusa, dura teocrazia dove il capo religioso — il Dalai Lama, appunto — era anche il capo di Stato. Un capo assoluto, senza neanche una parvenza di democrazia.
Strano davvero: mentre si è sempre pronti ad alzare la voce contro presunti rigurgiti di clericalismo cattolico, mentre si ricorda — tra orrore e ironia — il tempo lontano del « Papa-Re », dello « Stato
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dei preti», nessuno riflette sul fatto che quella tibetana era la più soffocante delle «dittature monastiche». All'arrivo dei cinesi invasori, i monasteri sul grande altipiano himalayano erano oltre quattromila, ciascuno con migliaia di monaci (alcuni ne avevano sino a diecimila).
Se capo assoluto era il Dalai Lama (che significa « Oceano di Saggezza»), i Lama, cioè gli equivalenti dei nostri abati medievali, a capo dei monasteri più importanti erano i feudatari che possedevano tutte le terre e che erano padroni non solo del lavoro, ma pure della vita e della morte dei contadini. Ai Lama faceva capo anche tutto il rudimentale sistema finanziario: le sole «banche» erano i monasteri, perché erano essi a possedere ogni ricchezza. Ricchezza che era ben lungi dall'essere utilizzata, anche solo in parte, per ope¬re di carità.
Per secoli, poi, lo Stato-Chiesa impose che ogni famiglia inviasse almeno un figlio a un monastero al compimento degli otto anni. Del resto, la condizione monastica era la più desiderabile, vi¬sto che i « laici » non solo erano a servizio degli onnipotenti religiosi, ma erano considerati come tibetani inferiori in questa vita e destinati poi, nell'altra, a proseguire nel ciclo disperante delle reincarnazioni.
In effetti, a che « servivano » quelle centinaia di migliaia di monaci? Servivano, in fondo, per uno scopo essenzialmente egoistico. Ciascuno, cioè, attraverso preghiere e tecniche ascetiche, si sforza¬va di raggiungere la pace imperturbabile, quel Nirvana che evitasse la rinascita e facesse del monaco un anagamin, cioè «uno che non ritorna più».
Anche su questo punto occorrerebbe riflettere. Quando si pensa che monachesimo cristiano e buddhista siano, in fondo, confrontabili si ignora (o si evita di dire) che, in realtà, la differenza è radicale. Mentre, in effetti, il monaco buddhista lavora alla sua salvezza, e a quella soltanto, quello cristiano mette se stesso a disposizione della salvezza del mondo intero. È la grande, consolante dottrina della « comunione dei santi »: l'ascesi, il sacrificio, la preghiera di colui che « ha scelto la via migliore », di colui che è stato chiamato allo « stato di perfezione », ricadono a vantaggio di tutti e di ciascuno.
Da qui la «funzione sociale» (sconosciuta all'Estremo Oriente) della vocazione religiosa cristiana: pregare anche per chi non prega,
amare anche per chi non ama, farsi tramiti e intercessori tra la Terra e il Cielo. Oltre — ma come scopo secondario rispetto alla prospettiva spirituale, come sappiamo — all'esercizio della carità «materiale», a servizio dei bisognosi nel corpo.
Protestiamo, dunque, per il Tibet, se così ci par bene. E denunciamo il fascismo «rosso» e l'imperialismo della Cina. Sapendo però, di che cosa si parla."
Vittorio Messori da "Emporio Cattolico, uno sguardo diverso su storia ed attualità" Sugarco edizioni .
sabato 5 luglio 2008
mercoledì 7 maggio 2008
L'italia ha di nuovo un governo. Speriamo sia la volta buona.
Anni fa, credo ancora durante la penultima esperienza governativa, Silvio Berlusconi ebbe a dire, a proposito della litigiosità della sua coalizione, litigiosità spesso provocata ed acuita da un partito che non è più-finalmente- in una maggioranza di governo, che se i cittadini italiani avessero dato a lui il 50% più uno dei consensi, il problema sarebbe stato risolto. Delirio di onnipotenza, avrà detto qualcuno. Poco tempo fa il popolo lo ha accontentato. Speriamo non ci deluda.
Da qualche ora c'è un governo, composto da BEN 21 ministri, come narra nella sua versione online il quotidiano di Antonio Gramsci tanto caro ai compagni trasformisti. Il defunto- per fortuna- governo Prodi ne contava solo quattro in più. Berlusconi vien già meno alle sue promesse, da gran contaballe qual'è. Ecco cosa potrebbe celarsi dietro quell'avverbio- BEN-
Effettivamente un dubbio viene: che non sia cambiato nulla ancora prima di iniziare?
Ecco la lista dei ministri del governo Prodi II:
Ministri senza portafoglio
Affari Regionali e Autonomie Locali
Ministro: Linda Lanzillotta
Attuazione del programma di Governo
Ministro: Giulio Santagata
Riforme e Innovazioni nella pubblica amministrazione
Ministro: Luigi Nicolais
Diritti e pari opportunità
Ministro: Barbara Pollastrini
Politiche europee
Ministro: Emma Bonino
Rapporti con il Parlamento e Riforme istituzionali
Ministro: Vannino Chiti
Politiche per la famiglia
Ministro: Rosy Bindi
Politiche Giovanili e Attività sportive
Ministro: Giovanna Melandri
Totale Ministri SENZA PORTAFOGLIO (Che non ha autonomia di spesa): 8-OTTO-
I ministri con portafoglio del governo Prodi II:
Affari Esteri
Ministro: Massimo D'Alema
Interno
Ministro: Giuliano Amato
Giustizia
Ministro: Luigi Scotti (dal 07/02/2008; Romano Prodi ad interim dal 17/01/2008 al 07/02/2008; Clemente Mastella dal 17/05/2006 al 17/01/2008)
Economia e Finanze
Ministro: Tommaso Padoa Schioppa
Sviluppo economico
Ministro: Pierluigi Bersani
Università e Ricerca
Ministro: Fabio Mussi
Istruzione
Ministro: Beppe Fioroni
Commercio internazionale
Ministro: Emma Bonino
Lavoro e Previdenza sociale
Ministro: Cesare Damiano
Solidarietà sociale
Ministro: Paolo Ferrero
Difesa
Ministro: Arturo Parisi
Politiche Agricole, Alimentari e Forestali
Ministro: Paolo De Castro
Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare
Ministro: Alfonso Pecoraro Scanio
Infrastrutture
Ministro: Antonio Di Pietro
Trasporti
Ministro: Alessandro Bianchi
Salute
Ministro: Livia Turco
Beni e Attività Culturali
Ministro: Francesco Rutelli
Comunicazioni
Ministro: Paolo Gentiloni
Totale Ministri con portafoglio(quelli che hanno l'autonomia di bilancio e quindi di spesa): 18- DICIOTTO-
Ecco ora la lista dei Ministri del quarto governo Berlusconi:
Ministri senza portafoglio:
Riforme: Umberto Bossi;
Semplificazione: Roberto Calderoli;
Attuazione Programma: Gianfranco Rotondi;
Politiche Comunitarie: Andrea Ronchi;
Pari Opportunità: Mara Carfagna;
Affari regionali: Raffaele Fitto;
Politiche giovanili: Giorgia Meloni;
Rapporti con parlamento: Elio Vito;
Innovazione: Renato Brunetta.
Totale Ministri senza portafoglio governo Berlusconi IV: 9 -NOVE-
Ministri con portafoglio:
Esteri: Franco Frattini;
Interno: Roberto Maroni;
Giustizia: Angelino Alfano;
Economia: Giulio Tremonti;
Difesa: Ignazio La Russa;
Sviluppo economico: Claudio Scajola;
Pubblica istruzione: Maria Stella Gelmini;
Politiche agricole: Luca Zaia;
Ambiente: Stefania Prestigiacomo;
Infrastrutture: Altero Matteoli;
Welfare: Maurizio Sacconi;
Beni culturali: Sandro Bondi.
Totale Ministri con Portafoglio governo Berlusconi IV: 12 -DODICI-
Dunque, ricapitolando:
il governo Berlusconi vince il duello col precedente per quanto riguarda il numero dei ministri che non possono spendere 9-NOVE-a 8- OTTO.
Lo stesso governo perde il confronto con l'esecutivo Prodi per quanto riguarda i ministeri che possono spendere denaro Pubblico: "Mortadella" ne aveva 18-DICIOTTO- il Cavaliere 12 -DODICI-
Siamo sicuri che l'avverbio BEN
sia stato usato correttamente in questo contesto, cari giornalisti dell'unità? Forza e coraggio, non perdetevi d'animo cari compagni. Magari mi smentirete domani dopo la distribuzione delle poltrone viceministeriali e di sottosegretario. E ci direte che l'avevate previsto, che avevate avvertito il popolo che la democrazia era in pericolo. E che ora lo è più che mai. Per il momento vi siete messi in evidenza, ancora, per aver distorto la realtà dei fatti.
E vi chiedete perché la gente vi ha voltato le spalle???
Da qualche ora c'è un governo, composto da BEN 21 ministri, come narra nella sua versione online il quotidiano di Antonio Gramsci tanto caro ai compagni trasformisti. Il defunto- per fortuna- governo Prodi ne contava solo quattro in più. Berlusconi vien già meno alle sue promesse, da gran contaballe qual'è. Ecco cosa potrebbe celarsi dietro quell'avverbio- BEN-
Effettivamente un dubbio viene: che non sia cambiato nulla ancora prima di iniziare?
Ecco la lista dei ministri del governo Prodi II:
Ministri senza portafoglio
Affari Regionali e Autonomie Locali
Ministro: Linda Lanzillotta
Attuazione del programma di Governo
Ministro: Giulio Santagata
Riforme e Innovazioni nella pubblica amministrazione
Ministro: Luigi Nicolais
Diritti e pari opportunità
Ministro: Barbara Pollastrini
Politiche europee
Ministro: Emma Bonino
Rapporti con il Parlamento e Riforme istituzionali
Ministro: Vannino Chiti
Politiche per la famiglia
Ministro: Rosy Bindi
Politiche Giovanili e Attività sportive
Ministro: Giovanna Melandri
Totale Ministri SENZA PORTAFOGLIO (Che non ha autonomia di spesa): 8-OTTO-
I ministri con portafoglio del governo Prodi II:
Affari Esteri
Ministro: Massimo D'Alema
Interno
Ministro: Giuliano Amato
Giustizia
Ministro: Luigi Scotti (dal 07/02/2008; Romano Prodi ad interim dal 17/01/2008 al 07/02/2008; Clemente Mastella dal 17/05/2006 al 17/01/2008)
Economia e Finanze
Ministro: Tommaso Padoa Schioppa
Sviluppo economico
Ministro: Pierluigi Bersani
Università e Ricerca
Ministro: Fabio Mussi
Istruzione
Ministro: Beppe Fioroni
Commercio internazionale
Ministro: Emma Bonino
Lavoro e Previdenza sociale
Ministro: Cesare Damiano
Solidarietà sociale
Ministro: Paolo Ferrero
Difesa
Ministro: Arturo Parisi
Politiche Agricole, Alimentari e Forestali
Ministro: Paolo De Castro
Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare
Ministro: Alfonso Pecoraro Scanio
Infrastrutture
Ministro: Antonio Di Pietro
Trasporti
Ministro: Alessandro Bianchi
Salute
Ministro: Livia Turco
Beni e Attività Culturali
Ministro: Francesco Rutelli
Comunicazioni
Ministro: Paolo Gentiloni
Totale Ministri con portafoglio(quelli che hanno l'autonomia di bilancio e quindi di spesa): 18- DICIOTTO-
Ecco ora la lista dei Ministri del quarto governo Berlusconi:
Ministri senza portafoglio:
Riforme: Umberto Bossi;
Semplificazione: Roberto Calderoli;
Attuazione Programma: Gianfranco Rotondi;
Politiche Comunitarie: Andrea Ronchi;
Pari Opportunità: Mara Carfagna;
Affari regionali: Raffaele Fitto;
Politiche giovanili: Giorgia Meloni;
Rapporti con parlamento: Elio Vito;
Innovazione: Renato Brunetta.
Totale Ministri senza portafoglio governo Berlusconi IV: 9 -NOVE-
Ministri con portafoglio:
Esteri: Franco Frattini;
Interno: Roberto Maroni;
Giustizia: Angelino Alfano;
Economia: Giulio Tremonti;
Difesa: Ignazio La Russa;
Sviluppo economico: Claudio Scajola;
Pubblica istruzione: Maria Stella Gelmini;
Politiche agricole: Luca Zaia;
Ambiente: Stefania Prestigiacomo;
Infrastrutture: Altero Matteoli;
Welfare: Maurizio Sacconi;
Beni culturali: Sandro Bondi.
Totale Ministri con Portafoglio governo Berlusconi IV: 12 -DODICI-
Dunque, ricapitolando:
il governo Berlusconi vince il duello col precedente per quanto riguarda il numero dei ministri che non possono spendere 9-NOVE-a 8- OTTO.
Lo stesso governo perde il confronto con l'esecutivo Prodi per quanto riguarda i ministeri che possono spendere denaro Pubblico: "Mortadella" ne aveva 18-DICIOTTO- il Cavaliere 12 -DODICI-
Siamo sicuri che l'avverbio BEN
sia stato usato correttamente in questo contesto, cari giornalisti dell'unità? Forza e coraggio, non perdetevi d'animo cari compagni. Magari mi smentirete domani dopo la distribuzione delle poltrone viceministeriali e di sottosegretario. E ci direte che l'avevate previsto, che avevate avvertito il popolo che la democrazia era in pericolo. E che ora lo è più che mai. Per il momento vi siete messi in evidenza, ancora, per aver distorto la realtà dei fatti.
E vi chiedete perché la gente vi ha voltato le spalle???
lunedì 5 maggio 2008
Oggi 5 maggio: una ricorrenza grande.

Seguendo un costume ben diffuso, gli umani ricordano sovente eventi inutili omettendo ricorrenze grandi. Evocando il cinque maggio, alcuni rammentano manzoni e napoleone buonaparte, la massa lo scudetto perso dall'inter nel 2002 a vantaggio della Juve, pochi la morte di un uomo che lo Spirito Santo ha posto sul soglio di Pietro, per difenderci dall'islam.
Oggi ricordiamo la memoria di Antonio Michele Ghislieri, San Pio V, il Papa di Lepanto, il Pontefice che codificò la vera Messa secondo il concilio di Trento.
Che ne è oggi dei suoi insegnamenti?
SAN PIO V, PAPA E CONFESSORE
Lotta contro l'eresia.
Tutta la vita di Pio V è stata una lotta. Nei tempi agitati in cui ebbe a reggere la Chiesa, l'errore aveva invaso una grande porzione della cristianità e ne minacciava il resto. Astuto e accomodante nei luoghi ove non poteva sviluppare la sua audacia, esso agognava all'Italia; la sua ambizione sacrilega era di rovesciare la cattedra apostolica, e di trascinare senza scampo tutto il mondo cristiano nelle tenebre dell'eresia. Pio difese tutta la penisola minacciata con una dedizione inviolabile. Anche prima di essere innalzato agli onori del supremo Pontificato, espose spesso la sua vita per strappare le città alla seduzione. Imitatore fedele di Pietro Martire, non lo si vide mai indietreggiare di fronte al pericolo; e gli emissari dell'eresia ovunque fuggirono al suo avvicinarsi.
Elevato alla cattedra di san Pietro, seppe infondere nei novatori un terrore salutare, risollevò il coraggio dei sovrani dell'Italia e, con moderato rigore, riuscì a rigettare al di là delle Alpi il flagello che avrebbe trascinato l'Europa alla distruzione del cristianesimo, se gli Stati del Mezzogiorno non vi avessero opposto una barriera invincibile. L'eresia si arrestò. Da allora il protestantesimo, ridotto a logorar se stesso, dette spettacolo di quella anarchia di dottrine che avrebbe portato alla desolazione il mondo intero, senza la vigilanza del Pastore che, sostenendo con indomabile zelo i difensori della verità in tutti gli stati ove essa regnava ancora, si oppose, come una parete di bronzo, al dilagarsi dell'errore nelle contrade ove comandava da padrone.
... contro l'Islam.
Un altro nemico, approfittando delle divisioni religiose dell'Occidente, minaccia l'Europa in quei medesimi giorni; e l'Italia era destinata ad essere la prima preda. Uscita dal Bosforo, la flotta ottomana, si dirige contro la cristianità; sarebbe la fine, se l'energico Pontefice non vegliasse sulla salvezza di tutti. Getta l'allarme, chiama alle armi i prìncipi cristiani. L'Impero e la Francia, lacerate dalle fazioni che l'eresia vi ha generato, odono l'appello, ma restano immobili; la Spagna sola, con Venezia e la piccola flotta papale, rispondono alle istanze del Pontefice, e, ben presto la Croce e la mezzaluna si trovano di fronte nel golfo di Lepanto. La preghiera di Pio decide la vittoria in favore dei cristiani, le cui forze sono di molto inferiori a quelle dei Turchi. Noi ritroviamo questa felice memoria in ottobre, per la festa della Madonna del Rosario. Ma oggi bisogna ricordare la rivelazione fatta dal Santo Pontefice, la sera della grande giornata del 7 ottobre 1571. Dalle sei del mattino, fino all'approssimarsi della notte, la battaglia si svolse tra la flotta cristiana e quella musulmana. Improvvisamente, il Pontefice, spinto da un divino impulso, guarda fisso il cielo, resta in silenzio qualche istante, poi, volgendosi verso le persone presenti, dice loro: "Ringraziamo Iddio: la vittoria è dei cristiani". Ben presto la notizia giunse a Roma, ed in tutta la cristianità non si tardò a conoscere che ancora una volta il Papa aveva salvato l'Europa. La disfatta di Lepanto portò alla potenza ottomana un terribile colpo, dal quale non si risollevò mai più: l'era della sua decadenza data da quel giorno famoso.
Il riformatore.
L'opera di san Pio V per la rigenerazione del costume cristiano, per fissare la disciplina del concilio di Trento, per la pubblicazione del Breviario e del Messale sottoposti a riforma, ha fatto del suo pontificato, durato sei anni, una delle epoche maggiormente feconde della storia della Chiesa. Più d'una volta i protestanti si sono inchinati con ammirazione di fronte a questo avversario della loro pretesa riforma. "Mi meraviglio, diceva Bacone, che la Chiesa Romana non abbia ancora canonizzato quest'uomo illustre". Ed effettivamente Pio V non fu annoverato nel numero dei Santi che circa centotrent'anni dopo la sua morte, ciò che dimostra quanto sia grande l'imparzialità della Chiesa Romana nel rendere gli onori dell'apoteosi anche quando si tratta dei suoi capi maggiormente venerati.
I miracoli.
La gloria dei miracoli incoronò fin da questo mondo il santo Pontefice; ricorderemo qui due dei suoi prodigi più popolari. Un giorno, traversando insieme all'ambasciatore di Polonia la piazza del Vaticano, che si estende su quell'area dove una volta fu il circo di Nerone, si sente preso di entusiasmo per la gloria ed il coraggio dei martiri che ebbero a soffrire in quello stesso luogo, durante la prima persecuzione. Egli allora si china e raccoglie un pugno di polvere da quel campo di tormenti, calpestato da tante generazioni di fedeli, dopo la pace di Costantino. Versa quella polvere in una bianca tela che gli presenta l'ambasciatore; ma quando questo, rientrato a casa sua, fa per aprirlo, lo trova impregnato di un sangue vermiglio, che si sarebbe detto essere stato versato in quello stesso istante: la polvere era sparita. La fede del Pontefice aveva evocato il sangue dei martiri, e questo riappariva al suo richiamo per attestare, di fronte all'eresia, che la Chiesa Romana, nel XVI secolo, era sempre la stessa, per la quale quegli eroi, al tempo di Nerone, avevano dato la loro vita.
La perfidia degli eretici tentò più di una volta di metter fine ad una vita che lasciava senza speranza di successo i loro progetti per la conquista dell'Italia. Con uno stratagemma, tanto vile quanto sacrilego, assecondati da un odioso tradimento, essi impregnarono di un sottile veleno i piedi del Crocifisso che il santo Pontefice aveva nel suo oratorio, e sul quale spesso poggiava le sue labbra. Pio V, nel fervore della preghiera, si apprestava a dare questo segno di amore, per mezzo della sua sacra immagine, al Salvatore degli uomini; ma d'un tratto, o prodigio! i piedi del Crocifisso si staccarono dalla croce e sembravano sfuggire ai rispettosi baci del vegliardo. Pio V comprese, allora, che la malvagità dei nemici aveva voluto trasformare per lui in strumento di morte anche quel legno che ci aveva reso la vita.
Un ultimo avvenimento incoraggiò i fedeli, secondo l'esempio del grande Pontefice, a coltivare la santa Liturgia durante il tempo dell'anno in cui siamo. Sul letto di morte, gettando un estremo sguardo verso la Chiesa della terra, che abbandonava per quella del cielo, e volendo implorare ancora, per l'ultima volta, la bontà divina in favore di quel gregge che lasciava esposto a tanti pericoli, recitò con voce quasi spenta, questa strofa degli inni del tempo pasquale: "Creatore degli uomini, degnatevi in questi giorni colmi delle gioie della Pasqua, preservare il vostro popolo dagli assalti della morte". Terminate queste parole, si addormentò placidamente.
VITA. - Michele Ghislieri nacque nel 1504, nella diocesi di Tortona. Entrato a 14 anni nell'Ordine dei Predicatori, fu mandato all'Università di Bologna per studiarvi la Teologia, che dopo insegnò per sedici anni. Poi fu nominato Inquisitore e Commissario generale del Santo Uffizio, nel 1551: mansione che gli valse molte persecuzioni, ma gli permise anche di ricondurre numerosi eretici alla verità cattolica. Le sue virtù lo designarono pure presso Paolo IV, che lo scelse per la sede episcopale di Nepi e di Sutri, poi per il Cardinalato. Tali onori non modificarono in nulla l'austerità della sua vita, ed il 7 gennaio 1566 divenne Papa, prendendo il nome di Pio V. Egli doveva illustrare la cattedra di san Pietro per il suo zelo nella propagazione della fede, il ristabilimento della disciplina ecclesiastica e la bellezza del culto divino, come per la sua devozione alla Madonna e la carità verso i poveri. Contro i Turchi allestì la flotta, che riportò la vittoria di Lepanto; stava preparando una nuova spedizione, quando morì nel 1572. Il suo corpo fu sepolto a S. Maria Maggiore.
Lode.
Pontefice del Dio vivo, tu sei stato sulla terra "il muro di bronzo, la colonna di ferro" (Ger 1,18) di cui parla il Profeta; e la tua indomabile costanza ha preservato dalla violenza e dalle insidie dei suoi numerosi nemici il gregge che ti era stato affidato. Ben lungi dal disperare, alla vista dei pericoli il tuo coraggio s'innalzava come una diga che si costruisce sempre più alta a misura che le acque dell'inondazione arrivano più minacciose. Per mezzo tuo gl'invadenti flutti dell'eresia si sono arrestati, l'invasione musulmana è stata respinta, e abbassato l'orgoglio della Mezzaluna. Il Signore ti fece l'onore di sceglierti per rivendicare la sua gloria ed essere il liberatore del popolo cristiano; ricevi, insieme al nostro atto di riconoscenza, l'omaggio delle nostre umili felicitazioni. Pure per tuo mezzo la Chiesa, che usciva da una terribile crisi, ritrovò la sua bellezza. La vera riforma, quella che si compie attraverso l'autorità, fu applicata senza debolezze dalle tue mani, altrettanto ferme che pure. Il culto divino, rinnovato dalla pubblicazione di libri Liturgici, ti deve il suo progresso, e la sua restaurazione; e nei sei anni del tuo breve ma laborioso pontificato, molte opere assai feconde furono compiute.
Preghiera.
Adesso, Pontefice santo, ascolta i voti della Chiesa militante, i cui destini furono, per qualche tempo, affidati alle tue mani. Anche morendo, implorasti per lei, in nome del Salvatore risuscitato, la protezione contro i pericoli, ai quali era ancora esposta. Vedi come ai nostri giorni in quale stato ha ridotto quasi l'intera cristianità il dilagare dell'errore. Per far fronte a tutti i nemici che l'assediano, la Chiesa non ha più che le promesse del suo divin fondatore; gli appoggi visibili le mancano tutti assieme; non le restano più che i meriti della sofferenza e le risorse della preghiera. Unisci le tue suppliche alle sue, dimostrandoci, così, che sèguiti sempre ad amare il gregge del Maestro. Proteggi a Roma la cattedra del tuo successore, esposta agli attacchi più violenti ed astuti. Prìncipi e popoli cospirano contro il Signore e contro il suo Cristo. Allontana i flagelli che minacciano l'Europa, così ingrata verso la Madre sua, così indifferente agli attentati commessi contro colei a cui tutto deve. Illumina i ciechi, confondi i perversi; ottieni che la fede illumini finalmente tante intelligenze smarrite, che scambiano l'errore per la verità, le tenebre per la luce.
In mezzo a questa notte così buia e così minacciosa, i nostri sguardi, o santo Pontefice, discernono le pecorelle fedeli: benedicile, sostienile e ne accresci il loro numero. Uniscile al tronco dell'albero che non può perire, affinché esse non siano disperse dalla tempesta. Rendile sempre più fedeli verso la fede e le tradizioni della santa Chiesa che è la loro unica forza, in mezzo a questo dilagare dell'errore che minaccia di tutto asportare. Conserva alla Chiesa il sacro Ordine nel quale tu fosti elevato a così alti destini; moltiplica nel suo seno quelle generazioni di uomini potenti in opere e parole, pieni di zelo per la fede e per la santificazione delle anime, quali noi ammiriamo nei suoi Annali, quali noi veneriamo sugli altari. Finalmente ricordati, o Pio, che sei stato il Padre del popolo cristiano, e seguita ad esercitare ancora questa prerogativa sulla terra, per mezzo della tua potente intercessione, fino a che sia completo il numero degli eletti.
venerdì 25 aprile 2008
Oggi, venerdì 25 aprile, la Chiesa festeggia uno dei suoi Santi più importanti: San Marco Evangelista. Io faccio altrettanto, anche se, senza acccorgermene, oggi ho mangiato carne.
Da dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 564-570
25 APRILE
SAN MARCO, EVANGELISTA
Il Leone evangelico, che vigila avanti al trono di Dio, insieme all'Uomo, al Bue, e all'Aquila, viene oggi festeggiato dalla santa Chiesa. È il giorno che vide Marco salire dalla terra al cielo, con la fronte cinta dalla duplice aureola dell'Evangelista e del Martire.
L'evangelista.
Come i quattro profeti maggiori - Isaia, Geramia, Ezechiele e Daniele - riassumono in sé il ministero profetico in Israele, così Dio voleva che la nuova alleanza riposasse su quattro testi degni di venerazione, destinati a rivelare al mondo la vita e la dottrina del suo Figliolo incarnato. Marco è discepolo di Pietro. Il suo Vangelo è stato scritto a Roma, sotto l'ispirazione del Principe degli Apostoli. Quello di Matteo era già in uso nella Chiesa; ma i fedeli di Roma desideravano che vi fosse aggiunta la narrazione personale dell'Apostolo. Pietro non intese scriverlo di proprio pugno, ma ordinò al suo discepolo di prendere la penna; e lo Spirito Santo condusse la mano del nuovo Evangelista. Marco si attiene alla narrazione di Matteo; l'abbrevia e, nello stesso tempo, la completa. Una parola, un cenno che ne sviluppi i fatti, attestano, ad ogni pagina, che Pietro, testimone e uditore di tutto, ispirò il lavoro del discepolo. Ma il nuovo Evangelista passerà sotto silenzio, o cercherà di attenuare la colpa del suo Maestro? Ben lungi da ciò, il Vangelo di Marco sarà più duro di quelle di Matteo nel raccontare il rinnegamento dì Pietro. Vi si sente che le amare lacrime, provocate dallo sguardo di Gesù nella casa di Caifa, non avevano cessato di sgorgare. Quando il lavoro di Marco fu compiuto, Pietro lo riconobbe giusto e l'approvò, le Chiese accolsero con gioia questa seconda narrazione dei misteri svoltisi per la salvezza del mondo ed il nome di Marco divenne celebre per tutta la terra [1].
Matteo, che comincia il suo Vangelo con la genealogia umana del Figlio di Dio, aveva realizzato il tipo celestiale dell'Uomo; Marco compie quello del Leone, poiché inizia con la predicazione di Giovanni Battista, ricordando che la missione del Precursore del Messia era stata annunciata da Isaia, quando aveva parlato della voce di colui che grida nel deserto; voce del leone che scuote le solitudini col suo ruggito.
Il Missionario.
La missione apostolica cominciò per Marco dopo la stesura del suo Vangelo. Il momento era giunto in cui l'Egitto, fonte di tutti gli errori, doveva ricevere la verità; la superba Alessandria avrebbe visto sorgere, tra le sue mura, la seconda Chiesa della cristianità, la seconda cattedra di Pietro. Marco era stato destinato, dal suo maestro a compiere questa grande opera. Per mezzo della sua predicazione, la dottrina salvifica germogliò, fiorì, producendo il buon seme in questa terra infedele; e da allora l'autorità di Pietro si delineò, anche se in gradi diversi, nelle tre grandi città dell'Impero: Roma, Alessandria e Antiochia.
Il Martire.
Ma la gloria di Marco sarebbe restata incompleta se l'aureola del martirio non fosse venuta a incoronarla [2]. I successi della predicazione del santo Evangelista sollevarono contro di lui i furori dell'antica superstizione egiziana. Durante una festa a Serapide, Marco venne maltrattato dagli idolatri e gettato in una prigione. Fu lì che il risorto Signore, di cui aveva raccontato la vita e le opere, gli apparve una notte, e gli disse quelle celebri parole, che sono poi state il motto della città di Venezia "La pace sia con te, Marco, Evangelista mio"! Al che il discepolo, preso dall'emozione, non potè rispondere che: "Signore!" non trovando altre parole per esprimere la gioia e l'amore; come fece la Maddalena nel mattino di Pasqua, quando restò in silenzio, dopo avere esclamato: "Maestro"! L'indomani Marco fu immolato dai Pagani; aveva compiuta la sua missione, il ciclo si apriva a colui che avrebbe occupato ai piedi del trono dell'Antico dei giorni il posto d'onore ove il profeta di Patmos lo contemplò nella sua sublime visione (Ap 4,6-11). Nel IX secolo, la Chiesa Occidentale si arricchì delle spoglie mortali di Marco. I suoi sacri resti, fino ad allora venerati in Alessandria, furono trasportati a Venezia, che, sotto i suoi auspici, cominciò quel glorioso destino che durò mille anni. La fede in un così grande patrono, operò meraviglie in quegli isolotti ed in quelle lagune, che videro innalzarsi presto una città, altrettanto potente che magnifica. L'arte bizantina costruì l'imponente e sontuosa Chiesa che fu il palladio della regina dei mari; e la nuova repubblica incise sulle sue monete l'effige del Leone di san Marco; sarebbe stata fortunata se, più filiale verso Roma e più severa nei suoi costumi, non avesse degenerato nella dignità della condotta e nella fede dei suoi secoli di gloria!
Preghiera.
Tu sei, o Marco, il Leone misterioso attaccato, insieme con l'Uomo, col Bue e con l'Aquila, al carro sul quale il Re dei re avanza alla conquista del mondo. Fin dall'antica Alleanza, Ezechiele ti vide nel cielo, e Giovanni, il profeta della nuova Legge, ti riconobbe presso il trono di Dio. Quale gloria è la tua! Storico del Verbo fatto carne, narrasti a tutte le generazioni ciò che gli da diritto all'amore e all'adorazione degli uomini; la Chiesa s'inchina di fronte ai tuoi scritti e li dichiara ispirati dallo Spirito Santo.
Nello stesso giorno di Pasqua ti abbiamo ascoltato nel racconto che ci fai della Risurrezione del nostro Salvatore; ottienici, o Santo Evangelista, che questo mistero produca in noi tutti i suoi frutti; che il nostro cuore, come il tuo, si stringa a Gesù risorto, affinché lo seguiamo ovunque in questa nuova vita che ci ha aperto, risuscitando per primo.
Domandagli che si degni di concederci la sua pace, come la dette ai suoi Apostoli, quando apparve nel Cenacolo; come la dette anche a te, nella prigione.
Tu fosti il discepolo di Pietro; Roma si onora di averti ospitato tra le sue mura; prega adesso per il successore del tuo Maestro, per la Chiesa Romana, sbattuta dalla tempesta. Leone evangelico, implora il Leone della tribù di Giuda in favore del suo popolo; risveglialo dal suo sonno; pregalo di levarsi con la sua forza: mediante il suo solo aspetto, dissiperà tutti i nemici.
O Apostolo dell'Egitto! cosa è divenuta la tua Chiesa di Alessandria, seconda cattedra di Pietro, arrossata dal tuo sangue? Le stesse rovine sono perite. Il vento infuocato dell'eresia portò la desolazione in Egitto, e Dio, nella sua collera, tredici secoli fa, scatenò su di esso il torrente dell'islamismo. Quelle contrade, dovranno dunque rinunziare per sempre a veder brillare di nuovo la fiamma della fede, fino alla venuta del Giudice dei vivi e dei morti? L'ignoriamo; ma, in mezzo agli avvenimenti che si succedono, osiamo pregarti, o Marco, d'intercedere per quelle regioni che evangelizzasti, e dove le anime sono altrettanto devastate quanto il suolo.
Ricordati anche di Venezia, o Marco! il suo scettro è caduto, forse per sempre; ma essa è ancora abitata da quel popolo, i cui antenati si consacrarono a te. Conserva in esso la fede; accordagli la prosperità, fa' che si risollevi dalle prove avute e renda gloria a Dio.
LA PROCESSIONE DI SAN MARCO
Storia.
La giornata odierna ha un particolare interesse nei fasti della Liturgia per la celebre processione, detta di san Marco. L'appellativo, di per sé, non è esatto, perché la processione era già fissata al 25 Aprile prima dell'istituzione della festa del santo Evangelista, che, nel VI secolo, non ne aveva ancora una memoria fissa nella Chiesa romana. Il vero nome di questa Processione è di Litania Maggiore.
La parola Litania significa supplica, e si riferisce ad una processione religiosa durante la quale si eseguono alcuni canti che hanno per scopo di placare il cielo. Indica pure il grido che vi si ripete: "Signore, abbiate pietà!" che ha il medesimo significato delle due parole greche Kyrie, eleison. Più tardi fu applicato il nome di Litanie a tutto l'insieme d'invocazioni aggiunte al seguito delle due parole greche, in maniera da formare un corpo di preghiera liturgica che la Chiesa impiega in alcune circostanze importanti.
La Litania maggiore è chiamata così per distinguerla dalle Litanie minori, o processioni delle Rogazioni, istituite nella Gallia nel V secolo. Da uno scritto di san Gregorio Magno, vediamo che l'uso della Chiesa Romana era di celebrare, ogni anno, una Litania maggiore alla quale prendevano parte tutto il clero e tutto il popolo; uso già molto antico. Il santo Pontefice non fece dunque che fissare questa processione al 25 Aprile, e indicare per luogo stazionale la Basilica di S. Pietro.
Molti liturgisti hanno confuso, con la detta istituzione, le Processioni che ordinò varie volte san Gregorio durante le pubbliche calamità: sono ben distinte da quella di oggi, che era in uso già antecedentemente, ma senza data fissa. È dunque a questo giorno che è in relazione la sua determinazione fissa, e non alla solennità di san Marco, stabilita più tardi.
Se capita che il 25 Aprile cada nella settimana di Pasqua, la processione ha luogo nel giorno stesso, almeno che non sia proprio il. giorno della Risurrezione: la festa dell'Evangelista è invece rimandata dopo l'Ottava.
Si potrebbe domandare perché si scelse il 25 Aprile per indicare una Processione ed una Stazione, tutta improntata a compunzione e penitenza, in un tempo dell'anno in cui la Chiesa è immersa nelle gioie della Risurrezione del Signore.
Presso gli antichi Romani, il 25 Aprile si celebrava la festa dei Robigalia, festa che consisteva soprattutto in una processione molto popolare, che andava dalla via Flaminia al Tempio del dio Robigo. Qui si offrivano preghiere e sacrifici alla divinità affinché preservasse il grano dalla ruggine nell'epoca in cui si era, ossia quella dei geli tardivi della luna d'aprile. La Chiesa, una volta di più, sostituì l'uso pagano con una cerimonia cristiana.
Non si può fare a meno di costatare il contrasto evidente che esistette fin d'allora tra l'allegrezza dell'attuale periodo e i sentimenti di penitenza che dovevano accompagnare la Processione e la Stazione della Litania maggiore, istituite entrambe con lo scopo d'implorare la misericordia divina. Non ci lamentiamo, dunque, se, pur ricolmati da ogni specie di grazie elargiteci in questo sacro Tempo, inondati dalle gioie Pasquali, la Chiesa senta la necessità d'imporci di rientrare per qualche ora nei sentimenti di compunzione che convengono a peccatori, quali siamo. Si tratta di allontanare i flagelli che le iniquità della terra hanno meritato, di ottenere, umiliandoci e invocando l'aiuto della Madre di Dio e dei Santi, la cessazione delle malattie, la conservazione delle messi; di presentare infine alla divina giustizia un compenso per l'orgoglio, la mollezza e le ribellioni dell'uomo.
Facciamo nostri questi sentimenti, e riconosciamo umilmente la parte che hanno i nostri peccati nei motivi che causarono il divino sdegno. E le nostre deboli suppliche, unite a quelle della Chiesa otterranno grazia per i colpevoli, e per noi che siamo nel numero di essi.
Questo giorno, consacrato alla riparazione della gloria divina, non poteva passare senza la salutare espiazione con la quale il cristiano deve accompagnare l'offerta del suo cuore pentito. Fino alla recente riforma del diritto ecclesiastico, che ne ha data dispensa, l'astinenza dalla carne era obbligatoria a Roma in questo giorno; e quando la Liturgia Romana fu adottata in Francia da Pipino e Carlo Magno, vi fu promulgato lo stesso precetto d'astinenza, mentre era già in uso la grande Litania del 25 Aprile. Il concilio di Aix-la-Chapelle nell'836 vi aggiunse l'obbligo della sospensione delle opere servili, disposizione che troviamo pure nei Capitolari di Carlo il Calvo. In quanto al digiuno propriamente detto, che il tempo pasquale non ammetteva, sembra non essere stato osservato, almeno in modo generale. Amalario, nel IX secolo, attesta che al tempo suo non veniva praticato neppure a Roma.
Durante il corso della Processione si cantano le Litanie dei Santi, seguite dai numerosi versetti ed orazioni che le completano. La Messa della Stazione viene celebrata secondo il rito quaresimale, senza Gloria in excelsis e adoperando il colore viola.
Ci sia qui permesso di protestare contro una gran quantità di cristiani, anche di persone più o meno dedite alla pietà, che non si vedono mai assistere alla Processione di san Marco, né a quelle delle Rogazioni.
Il rilassamento su questo punto è giunto al colmo, soprattutto nelle città. Infatti questi cristiani sono rimasti soddisfatti dell'abolizione dell'astinenza che, prima limitata ad alcune diocesi, ai tempi nostri è stata estesa a tutti i fedeli. Sembrerebbe che questa indulgenza dovesse renderli più zelanti a prender parte all'opera di preghiera, visto che quella della penitenza è stata alleviata dalla dispensa. La presenza del popolo fedele alle Litanie forma una parte essenziale di questo rito riconciliatore; Dio non è tenuto a prendere in considerazione preghiere alle quali non si uniscono quelli che sono chiamati ad offrirle. E questo è uno dei molti punti sui quali una pretesa devozione privata ha gettato nell'illusione molte persone. San Carlo Borromeo, arrivando nella città di Milano, trovò che quel popolo lasciava compiere la Processione del 25 Aprile dal solo clero. Egli s'impose l'obbligo di assistervi in persona; vi andava camminando a piedi nudi; e il popolo, allora, non tardò a seguire le orme del suo pastore.
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NOTE
[1] San Marco riporta nel suo Vangelo i ricordi di san Pietro. Secondo san Papia e sant'Ireneo, l'avrebbe scritto dopo la morte dell'Apostolo. Ai nostri giorni il Padre Lagrange ammette due date possibili per la composizione del Vangelo: o nel 42-43. oppure tra il martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo, nell'anno 70. Dopo avere scritto il Vangelo, Marco si sarebbe recato in Alessandria a predicare la fede.
[2] Nessuno dei Padri ci dice che san Marco fu martirizzato, ma tale è la tradizione della Chiesa e non si può seriamente dubitare che l'Evangelista abbia subito li martirio, anche se gli Atti, che ce ne riportano i dettagli, non sono assolutamente autentici.
martedì 22 aprile 2008
Italia: altra maglia nera: suo il peggiore tunnel d' Europa. Ma questa volta sono triste anche io...
Quarto anno consecutivo, stesso tunnel, stesso stato, stesso risultato. L'italia, specializzata in simili vittorie, anche nella gestione delle gallerie dà il meglio di se. Lo ha scritto l'ANSA
Maglia nera quindi peggior tunnel d'Europa quello di Cernobbio, sul lago di Como, che anche nel 2008 si è distinto per la mancanza di un centro direzionale e della maggior parte dei servizi di sicurezza essenziali.
Un lavoro, un'infrastruttura, per definirla in politichese, che dimostra ampiamente i suoi venticinque anni di vita.
Il tunnel venne concepito per migliorare la viabilità sulla sponda occidentale del lago di Como. Allo stesso tempo, grazie ad esso, Cernobbio sarebbe sta alleggerita dalla grande quantità di traffico da e verso l'alto lago. I cernobbiesi all'inizio ringraziarono: le auto, finalmente non intasavano più le vie del paese. Sarebbero tornati a respirare aria pulita. I lavori ebbero inizio nel 1977, e si conclusero nel 1983. Da Como, in località Tavernola, una breve sopraelevata si fissava alla montagna sopra via Trieste a Cernobbio. A fianco della casa della famiglia Cappelletti e non solo, iniziarono i lavori che portarono alla realizzazione della "galleria di Cernobbio". In paese c'era pure un campeggio,in via Matteotti, che cedette il passo al progresso. Il tunnel avrebbe aperto una nuova era per le grandi opere. Erano i fantastici anni ottanta, soldi a palate e sorrisi per tutti. Vennero in tanti alla cerimonia di inaugurazione-vedi foto- Da Roma venne l'allora Ministro dei lavori pubblici, il socialista Franco Nicolazzi, che tagliò il nastro, affiancato dal sindaco di Cernobbio Enrico Lironi, dal suo omologo comasco Spallino, dal vigile cernobbiese Polacchini, da mio fratello e da uno dei miei migliori amici: Franco Velardita.
E in quell'anno, grazie alla avanzata tecnologia applicata, la galleria risultò premiata alla rassegna "EUROTUNNEL 83" tenutasi a Basilea. Fu un meritato primo premio, sventolato su tutti i giornali. Nel tubo, lungo 2,4 Km, trovavano luogo ben DUE piazzole di sosta per emergenze, segnaletica illuminata, pompe d'acqua ed estintori piazzati a breve distanza fra loro. Pochi mesi dopo, gli estintori, seguendo una consuetudine tipicamente italiana, erano spariti dalle loro sedi naturali. Probabilmente ornarono i garages di molte brave persone. Perché gli incidenti qui succedono sempre agli altri.Stessa sorte per la segnaletica: i cartelli vennero fracassati e le lampade interne distrutte. Ignoti, come sempre gli autori di questi civili gesti. Da allora è cambiato poco. Solo gli autoveicoli si sono differenziati. Sono migliorati tecnologicamente, e sono pure aumentati, creando notevoli difficoltà di circolazione. Ogni tanto succede qualcosa, a volte un incidente. A volte qualcuno si fa male poco. A volte, invece, ci si fa male sul serio. Ricordo di aver percorso, da bambino e assieme a molti miei amici, buona parte di quei quasi due chilometri e mezzo sotto la montagna, prima dell'apertura ufficiale. A piedi, a luci accese, ammirammo stupiti un'opera che allora ci appariva gigantesca. Poi arrivarono i Carabinieri e ci fecero uscire spaventandoci un pochino.
Mi fa male sentir parlar male di Cernobbio, e mi fa male sentir parlare così della "mia" galleria. Perché a Cernobbio sono nato e cresciuto assieme a tantissimi miei amici.
Alitalia: un parere distante, e forse vero.


La radio è sempre un'ottima compagnia. E' più difficile ascoltarla che "farla", ora lo posso dire e scrivere, perché tenendo compagnia alle persone, si presenta come mezzo passivo all'ascolto. Fai le frittelle, leggi il giornale, dai da mangiare al gatto; ed intanto ascolti la radio. E così facendo, qualcosa può anche sfuggirti.
Ascoltandola in auto, quest'oggi, in giro per Como, sono capitato sulle frequenze della rete uno, primo canale della radio Svizzera di lingua italiana. Il programma in onda,dal titolo "dodici dodici", si stava occupando della crisi di Alitalia. Non ho prestato molta attenzione ai contenuti, fino a quando ho sentito evocare dal conduttore il nome di un importante giornalista confederato di nome Sepp Moser, un esperto di aviazione civile, già noto per l'esame delle vicende che quasi dieci anni fa portarono al fallimento di Swissair.Disastro che qualcuno definisce possibilmente simile in divenire a quel che accadrà al vettore italiano. Alle domande sono seguite risposte degne di nota, che meritano di essere qui riportate per l'impressionante quantità di giudizi composti di parole pesanti come macigni. Ecco che cosa ha risposto l'esperto alle domande rivoltegli:
Domanda: Alitalia come Swissair anni fa?
Sepp Moser:
Sì, ci sono alcune analogie. Anche se nel crollo di Swissair hanno avuto un certo ruolo gli attentati dell'11 settembre. Però anche la situazione di Swissair era gravemente compromessa da almeno un anno: era una specie di cadavere ambulante già dall'estate del 2000. E adesso Alitalia si trova in una situazione analoga.
Domanda:
Infatti le casse del vettore italiano sono quasi vuote; 15 giorni fa la liquidità era di 170 milioni di euro….
Sepp Moser:
Ogni compagnia aerea, ogni azienda, ha dei creditori : e se questi creditori cominciano a sentirsi insicuri, temono che le loro fatture non verranno onorate, allora chiederanno di essere pagati. In quel caso i soldi in cassa possono esaurirsi molto rapidamente. Non si può dire abbiamo tot milioni, possiamo continuare ancora per tot giorni: perché è impossibile sapere quando i creditori si spazientiranno e verranno a chiedere la restituzione dei loro soldi. Da lì al crollo è veramente questione di poco tempo.
Domanda:Quanto è probabile il fallimento- grounding- di Alitalia?
Sepp Moser:
Se si applicassero dei criteri prettamente economici, Alitalia sarebbe fallita già tanto tempo fa. L'azienda é profondamente dissestata: non è in grado di reggersi sulle proprie gambe, ha una struttura inefficiente, molto personale in esubero. Il secondo hub a Malpensa non rende, perché l'equipaggio per i voli di lunga distanza deve essere trasportato da Roma. La qualità del servizio è scadente e la flotta aerea é vetusta. Dunque è da anni che la compagnia é in agonia. Se finora non è ancora crollata, è solo perché la politica la sta tenendo a galla. Per questo, è possibile che possa continuare a sopravvivere ancora per un po'. Una sola cosa è certa: non vi possono essere degli aiuti statali, poiché nei paesi dell'unione europea questo è proibito.
Domanda: sarà ancora possibile salvare Alitalia?
Sepp Moser:
Se ci atteniamo ai fatti non ha alcuna chance di essere salvata. Non penso che un'azienda possa avere interesse ad acquistarla perché Alitalia non solo non ha nessun valore ma, se si osservano i suoi bilanci, il suo valore é perfino negativo. Lo stato italiano dovrebbe ancora dare dei soldi a chi rileva la compagnia aerea. E non penso che questo accadrà.
Oggi abbiamo saputo di un potenziale interesse all' acquisto della compagnia italiana da parte di British Airways. Subito però dalla "perfida albione" la secca smentita: "Al momento non c'e' alcuna intenzione di avviare trattative o discussioni con il governo italiano e con Alitalia. Da parte nostra non esiste un focus sulla compagnia italiana". Di Aeroflot non si sa nulla, e AirFrance KLM ha recesso. Come dargli torto? Solo i sindacati e i politici di centro sinistra guardano ad Alitalia come ad un gioiello invidiatoci da tutta la galassia. D'altronde si sa: quelli vivono davvero su un altro pianeta.
martedì 15 aprile 2008
Quando la fantasia supera di gran lunga la realtà
L'incubo è finito. Fatte salve le ultime formalità burocratiche, per le quali un governo resta in carica amministrativamente fino a che il prossimo non si sarà insediato, da oggi, Romano Prodi, Tommaso Padoa Schioppa- quello che ci ha spiegato che le tasse sono bellissime e che quelli della mia età sono bamboccioni- Vincenzo Visco,Pierluigi Bersani, Clemente Mastella,Anna Finocchiaro- quanto vale lo abbiamo visto anche al suo paese- Rosy Bindi, Barbara Pollastrini, Antonio Di Pietro e grigia compagnia cantante, da oggi , saranno soltanto un triste ricordo. Ma, si sa, ognuno di noi tende a rimuovere dalla propria vita, gli eventi negativi. Menzione speciale per Bertinotti, Diliberto, Pecoraro Scanio e Boselli: per la sinistra comunista un risultato storico, nemmeno presenti in parlamento. Falce & martello, da essi agitati, ma poco usati nella vita di tutti i giorni, dopo essere stati condannati dalla storia globale, vanno in soffitta anche qui,con qualche decennio di ritardo. Questo quanto detto da tutti, nelle varie tribune politiche di rito, terminate ieri con parecchio anticipo, a testimonianza della quasi esattezza degli exit poll. Soprattutto quelli di Ipsos. Quelli di consortium un pò meno. Speriamo che non passi inosservato questo fatto. Ne abbiamo sentite di tutti i colori in questa campagna elettorale. Veltroni, esperto noto di cinema, ha spiegato, a più riprese, di rappresentare il nuovo in politica, un nuovo pagato, a cinquantadue anni, circa cinquemila duecento euro al mese, prelevati forzosamente dalle tasche del cittadino contribuente. Una pensione elargita quando l'ex vicepremier, più volte parlamentare ed attuale sindaco di Roma- il nuovo che avanza- di anni ne aveva già quarantacinque. Già, Veltroni. Sembrava provenisse da Marte, e pareva pure paventare un successo conseguito nell'opera di ammodernamento di lassù. E da lassù è venuto fin quaggiù con i suoi volti nuovi- la maggior parte degli attuali esponenti del governo uscente, quelli che ci hanno caricato di tasse -, le sue idee innovative- mille euro al mese ad ogni precario ad esempio- la sua politica avveniristica, che qui, su questo povero pianeta terra, distrutto dai fumi del petrolio, dalla forsennata ricerca del profitto non avevamo visto mai. Era la politica del "si può fare", del "ma anche". Mille euro a tutti? Lavoro per tutti? Si può fare? I cattolici in lista? Si , ma anche gli abortisti e quelli della droga libera. Gli operai? Si ma anche i padroni. La tav? Si ma anche i camion. La Juve? Si ma anche la Roma di Totti e anche L'Inter, che l'amico Moratti tanto bene mi vuole.
Una soluzione per ogni problema, una cuerta par tucc i pignatt, si dice al mio paese. Non poteva funzionare, e non ha funzionato.
Ed il centro destra ha vinto, anzi, ha stra vinto, ha stracciato i suoi avversari. Lo hanno voluto gli italiani, che col voto hanno mandato a casa quelli che in un anno e mezzo hanno aumentato la pressione fiscale di quattro punti, hanno svuotato le carceri, hanno impedito al Papa di Parlare all'università, hanno manifestato contro se stessi contro le basi americane, ci hanno regalato l'euro e l'unione europea ed altre bellezze ancora. I dati sono chiari: centosettantuno senatori al PDL con la Lega Nord, centotrenta all'ex PCI sommato alla sinistra DC. Solo e soltanto Silvio Berlusconi aveva dato numeri simili: da sempre, in campagna elettorale, al Senato, il leadser del popolo delle Libertà aveva assicurato un margine di vantaggio al Senato da parte sua di almeno venti deputati. Si è sbagliato, sono più di trenta. La realtà ha superato di gran lunga la fantasia. Era una priorità cambiare la legge elettorale, perché così avremmo avuto un paese instabile, impossibile da votare. Probabilmente a sinistra, avevano un'idea diversa sul da farsi. Davanti a questi numeri, si può solo pensare, a bocce ferme, che avrebbero voluto una legge in grado di moltiplicare per tre ogni preferenza data a loro. Un'altra menzione a Pier Ferdinando Casini e al suo UDC. Complimenti per il risultato conseguito, il partito dei valori -quali?- che non sono in vendita. Chissà se qualcuno ricorda ancora la sobria soddisfazione espressa da Pierferdy al momento della sua elezione a presidente della camera. Per cinque anni lui e Follini hanno rappresentato un ostacolo a volte invalicabile per la realizzazione del programma dell'allora casa delle libertà. Oggi, anche loro non ci sono più, o meglio, non sono più decisivi per il corso dell'azione di governo. Chissà che faranno per cinque anni fuori dalla stanza dei bottoni. E menzione speciale anche alla Lega e ad Umberto Bossi: la malattia grave lo ha reso più umano, più vicino alla gente. Le sue idee sono ancora fondamentali e fortemente innovative. Stato federale e federalismo fiscale sono carte ottime da calare sul tavolo da gioco. Idee su cui parrebbero d'accordo anche Berlusconi e Fini. Non c'è molto in più da fare nel campo costituzionale: basta ripartire da quanto fatto due legislature fa, bocciato per scelta ideologica, dall'accozzaglia di governo frantumatasi dopo un anno e mezzo di potere. Un occasione storica per Berlusconi Bossi e Fini: finire sui libri di storia per aver cambiato, in meglio questo stato sgangherato, che ancora non è Paese. E senza Casini politici. Per quelli fisici , ahimè, dovremo aspettarci sorprese non piacevoli a venire. Chi non si rassegna alla sconfitta democratica, le tenta tutte per imporsi. Buon lavoro presidente Berlusconi. Non la invidio, come credo non la invidino le persone normali. Governare gli italiani non è impossibile; è inutile. Ma a lei piacciono le imprese impossibili. E questa è la madre di tutte le difficoltà.
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