lunedì 2 marzo 2009

Bene pubblico ai privati: parliamone....

E’ l’obbiettivo dichiarato di ogni politico: far funzionare meglio la Pubblica Amministrazione. Dal livello più alto, quello centrale, al comune più periferico, tutti hanno dichiarato di voler “snellire, ammodernare”, svecchiare il settore pubblico. “Sburocratizzare la burocrazia”. All’insegna di questo slogan per “burocratizzare” il problema, a danno del cittadino, secondo una prassi tipicamente italiana. Cambiare tutto per non cambiare nulla insegna il Gattopardo è il motto del principale ufficio pubblico italiano , l’ UCCI, l’ufficio complicazione cose inutili. Un preambolo dovuto, che ci porta ad analizzare uno dei sistemi principali al quale eminenti pensatori di partito hanno fatto ricorso: la privatizzazione di molti servizi pubblici. Aprire la strada al privato, che avrebbe portato efficienza nella gestione dei servizi al cittadino. Celerità, efficacia dell’azione di lavoro, uno o più capi ai quali rispondere per le proprie azioni. Questi i concetti che hanno ammaliato, negli anni novanta, la classe dirigente e molti cittadini, stufi di sentirsi sudditi dello Stato, che invece era e resta alla bisogna della collettività.
Sono così state privatizzate le autostrade, i servizi di acqua e gas, sono state cedute ai privati le multe erogate dalle istituzioni, sono stati dati in gestione i parcheggi a società non pubbliche. E se il buon Dio trae il bene dal male, quaggiù ai piani bassi accade esattamente il contrario. Da ottimi teoremi si traggono conclusioni persecutorie nei confronti del cittadino. In molti comuni è stata drasticamente ridotta la quota di parcheggi liberi, aree di sosta né a tempo ,ne a pagamento. Oggi , nei centri di paese o di città, lasciare in sosta un autoveicolo è diventata un’ardua impresa, costosa per il borsellino, e snervante per il tempo impiegato alla ricerca di un posto libero. E, dulcis in fundo, nervi e portafoglio sono costantemente sottotiro dagli addetti, a volte riconoscibili e a volte no, ben nascosti per cogliere l’automobilista in fallo. Tempo di sosta scaduto, da poco, o biglietto non pagato. Un giro disperato in un ufficio, in edicola, dal salumiere, potrebbe costare molto caro. E’ giusto dare in gestione un bene pubblico ad un privato? E’ normale permettere ad un privato, i cui capisaldi esistenziali sono ricerca del profitto e minimizzazione dei costi, di amministrare un bene pubblico impossibilitato ad essere messo in concorrenza? Mi spiego meglio. Se tutti i parcheggi di una città vengono gestiti da una sola società, ogni automobilista deve obbligatoriamente sostare su quelle piazzole per fermarsi, ed altrettanto obbligatoriamente pagare un ticket, pena incorrere nelle grinfie del “vopos”, occulto e pronto ad entrare in azione. Ogni giorno marcato dal calendario. Natale, Pasqua o Ferragosto: voi siete in vacanza, l’addetto al parcheggio no. E’ li, sempre, per produrre un reddito. E’ la sua natura ad imporglielo. E qui casca l’asino. Solitamente i privati agiscono in condizione di libero mercato, e, in quella grande arena, vince il più forte, colui che riesce ad offrire beni di qualità ad un prezzo migliore. Insomma trionfa colui che riesce ad intuire le richieste del consumatore, superando la concorrenza. Ed è proprio qui che si crea l’ingiustizia. Non avendo concorrenza con cui confrontarsi, gestendo un bene pubblico, il privato viene a trovarsi in una situazione monopolistica assoluta, perché non ci sono alternative, in questo caso di parcheggio. Si è raggiunto così un obbiettivo duplice: far arricchire un privato e fare altamente arrabbiare il cittadino, al quale nulla è perdonato, nemmeno un ritardo di cinque minuti.

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