giovedì 26 febbraio 2009
incentivi auto: quali vantaggi per il cittadino che li paga?
Uolter adieu!
Svizzera: sulle decisioni importanti il popolo dov'è?
sabato 6 dicembre 2008
Il risott de milan, come lo cucina una vera Milanesa!
Bello navigare su Feisbuk. Ogni tanto si fanno cordiali ed impensabili incontri. Oggi mi sono imbattuto in un'energica donna milanese, Gianna Battaini, che alla mia richiesta di darmi la ricetta del vero risotto alla milanese ha così risposto:
"Uff ... la vera ricetta la faceva mia nonna, lessando il biancostato e aggiungendo il midollo dell'osso buco ... io lo preferisco con il dado, però (lo so, mi direte le parolacce ora) ma lo trovo meno unto ...
Io lo faccio così: in un pentolotto separato faccio il brodo;
Nell'alto pentolotto metto un po di burro e un filino d'olio, faccio dorare la... Visualizza altro cipolla, poi aggiungo 2 pugni di riso per ogni persona + altri 2 per la pentola ... giro il riso con il cucchiaio di legno e ci spruzzo sopra o vino rosso, o aceto di vino rosso - continuando a girare con fuoco "alegher" per l'evaporazione (questo per mantenere al dente il riso e per dare un sapore particolare) poi, sai come diciamo noi: il riso nasce nell'acqua e muore nel vino;
Attenzione a non bruciare ... poi aggiungo subito 2 mestoli di brodo caldo prendendolo dall'altro pentolo ... giro giro e assaggio per il sapore - magari aggiungo il dado di carne a tocchellini piccolissimi - vai avanti con la cottura, gira spesso sempre ... sempre in senso orario, aggiungi il brodo non appena comincia a desificare il tutto, poi dopo circa 15 minuti assaggia il riso per sentire la durezza, aggiungi lo zafferano e brodo, mescola bene, non appena non è più duro nel centro è praticamente ora di spegnere, aggiungi una bel pezzetto di burro - UN TUCHELL - gira gira, assaggia e servi, possibilmente in fondina calda (il parmigiano se lo mette chi vuole)"
Buon appetito. Alla prossima, Gianna!!!
lunedì 24 novembre 2008
"Perché Credo". Un'altra perla firmata Vittorio Messori

“Dottore venga subito , mio figlio sta male. Che gli succede signora? Credo abbia un esaurimento nervoso. Va a messa di nascosto”. Si presenta così Vittorio Messori al pubblico milanese,sabato pomeriggio, citando un aneddoto di tanto tempo fa, quando la madre lo scoprì intento a “maneggiare cose sacre”, sconosciute alla sua famiglia, per evidenziare il terreno su cui è stata edificata la sua vita di giornalista cattolico, che lo ha portato a essere citato,quale fonte di approfondimento, nientemeno che da papa Benedetto XVI nel suo ultimo libro dedicato alla vita di Nostro Signore Gesù Cristo. L'unico italiano vivente, ci tiene a dire lo scrittore emiliano trapiantato a Torino, citato dal Papa. Un appuntamento importante, quello milanese, che Vittorio Messori, scrittore, editorialista del Corriere della Sera, ma soprattutto cronista della Fede, non ha voluto mancare, per presentare ai suoi lettori “Perché credo, una vita per rendere ragione della Fede”, libro scritto a quattro mani con Andrea Tornielli, esperto di Stanze Vaticane”de il Giornale. Un altro strumento a disposizione dei cattolici per contrastare il continuo diluvio di calunnie contro il cattolicesimo. E' il trionfo dell'apologetica, senza dire a chi non crede e a chi combatte chi crede, che apologetica non è. Obbiettivo dell'insolito binomio giornalistico, manco a dirlo, il matematico Piergiorgio Odifreddi ed i suoi emuli, che sulla base di un passato da ex seminarista, quasi ordinato sacerdote, ha fatto del suo agnosticismo, una vera ragione di vita. In due ore di chiacchierata Messori ha ripercorso i temi ed i tempi della sua vita da scrittore cattolico, ripercorrendo i momenti giovanili in cui Dio non lo interessava, e ricordando quanto casuale è stata la sua caduta “nella botola della Fede”, grazie ad un libricino svenduto dalle bancarelle del mercato di Torino scritto da uno sconosciuto sacerdote Ticinese, don Giocondo Storni, che lo folgorò. Motivo che gli ha permesso di ricordare quanto la Fede sia un vero dono di Dio. E non ha mancato di ricordare che i suoi lettori sono il suo unico “datore di lavoro, perché con lo strepitoso successo di vendite del multiristampato “Ipotesi su Gesù” ha potuto raggiungere quell'autonomia finanziaria che per tantissimi giornalisti rappresenta il sommo desiderio di una vita lavorativa. E la Fede è si dono, e si manifesta con la legge del Chiaroscuro”. Un principio del Dio Cristiano, che da all'uomo abbastanza luce per credere e altrettanto scuro per non credere. Un Dio che non si impone, ma che si fa cercare, e che Messori trovò entrando dalle porte della Chiesa,spalancate dal concilio vaticano II. Mentre moltissimi sacerdoti andavano incontro alle “meraviglie”del mondo moderno, lui che quei pensieri “laici” già conosceva, abbracciava il “Depositum Fidei”, troppo presto abbandonato dal nuovo clero. Insomma, “Perché credo “ è un'altra straordinaria gemma di Vittorio Messori, apologeta per vocazione, che agisce solo e soltanto secondo l'ispirazione del Dio Cristiano. E in questi tempi di burrasca, un po' di luce su Cristo ed il suo volere certamente non manca.
VITTORIO MESSORI con ANDREA TORNIELLI
“PERCHE' CREDO
Una vita per rendere ragione della Fede”.
PIEMME EDITORE EURO 20
sabato 22 novembre 2008
La riforma della scuola? In Svizzera c'è già da tanto tempo!
Mostriamo al consigliere la grande cifra, circa 42 miliardi di euro l’anno messi a disposizione dell’istruzione nel nostro Paese. Gli illustriamo anche la percentuale di quella immensa torta destinata al pagamento degli stipendi di insegnanti, bidelli e dirigenti scolastici, il 97 per cento. Gendotti non fa una piega ma, cordialmente ci dice che, una percentuale simile il proprio dipartimento non se la potrebbe proprio permettere. All’incirca, ci spiega, agli stipendi, in Ticino è indirizzato il 66 per cento del budget pro istruzione. Il resto viene ripartito per il miglioramento delle infrastrutture, le attività scolastiche correlate per mettere nelle condizioni migliori lo studente all’interno del percorso formativo. E la scuola Svizzera , secondo rapporti specializzati, ha davvero raggiunto standard di qualità, riconosciuti da tutti, soprattutto dagli esperti dell’Ocse. Da qui iniziamo il nostro colloquio, sottoponendo all’onorevole Gendotti i punti fondamentali, quelli che infiammano oramai da settimane la vita politica italiana. Partiamo dal voto decimale, prima novità di restaurazione scolastica nel Belpaese, ma vincolo consolidato nella realtà elvetica e ticinese. Il ministro ci spiega che loro sono soliti adottare un sistema misto, in cui un giudizio sull’operato dell’allievo viene formulato dai docenti al termine di ogni semestre, accompagnato però da un voto numerico, che rappresenta il metodo unico ed insindacabile di giudizio, da sempre. E così anche per la condotta, importante nella corretta valutazione del ragazzo, fondamentale e formidabile strumento per l’individuazione dei soggetti più turbolenti. A tale proposito, il consigliere ci illustra un progetto speciale, da poco partito in tre istituti del cantone, in cui ad un educatore particolare, vengono affidati i soggetti più turbolenti, inserendoli in speciali “zone cuscinetto”, per correggere i loro atteggiamenti, nell’attesa di re inserirli con la parte sana degli studenti. Chissà come chiamerebbe l’opposizione di casa nostra simili comportamenti. Stalag? Gulag? Campi di correzione? E non finisce qui.
Veniamo a sapere che per affrontare e risolvere il problema del bullismo - più pulsante il sabato e la domenica, quando le scuole sono chiuse, chiosa amaramente Gendotti- è nato in Ticino un gruppo di lavoro presieduto da un magistrato, anche se, pragmaticamente parlando, qui si preferisce appoggiarsi alla famiglia, primo nucleo educativo per i ragazzi. Perché il compito primo della scuola è istruire, comunicare le nozioni, ma anche educare, formare nuovi cittadini, integrando e preparando le future generazioni ad affrontare le sfide nuove della società.
Gendotti ci affascina con la sua naturalezza, con la sua spontaneità, e con il candore con cui ci spiega che la scuola non può permettersi di perdere troppi ragazzi per strada. Perché cadendo nella rete della tossicodipendenza, nella marginalità, aggiungerebbero ulteriori costi economici in sussidi, spese sanitarie aggiuntive, ammortizzatori sociali straordinari che distrarrebbero ineluttabilmente risorse economiche da altri settori fondamentali come la giustizia, la sanità e la sicurezza. Ci accorgiamo, piano piano, che la ministra Gelmini, forse, è fin troppo morbida, rispetto al collega confederato. Ma non è tutto, perché cadiamo inevitabilmente sull’argomento stranieri, che in Svizzera assumono una dimensione numerica sempre più grande. Ci viene spiegato che qui quelli che sono appena arrivati vengono messi in corsi speciali, in cui possono apprendere nel più breve tempo possibile le lingue nazionali e partecipare, ceteris paribus, alle lezioni con i coetanei indigeni. Cogliamo in Ticino un atteggiamento pragmatico, una volontà particolare di affrontare i problemi e di risolverli, sentendo i pareri dell’opinione pubblica, dei docenti e degli studenti, ma lasciando la decisone finale sul da farsi agli organi competenti, in primis il Dipartimento dell’Educazione, della cultura e dello sport diretto da Gabriele Gendotti. Chiediamo lumi sulla figura “nuova” del maestro unico introdotto alle scuole elementari. La risposta che riceviamo è un freddo “si, ce l’abbiamo da sempre, e come da sempre c’è il tempo pieno”, che smonta ogni nostra velleità. E pure nella gestione gli istituti debbono dimostrarsi capaci: con cifre a disposizione mirate, ogni direzione deve amministrare oculatamente le risorse, perché, in caso di segno negativo, il cantone difficilmente ripianerebbe. Federalismo anche qui. E gli studenti che vogliono intraprendere la carriera di docente? Per loro, prima di cimentarsi con gli studi, è pronto un test attitudinale, perché, con le parole del politico ticinese, non è detto che si sia “tagliati” per la professione di docente. Vogliamo parlarne signora Gelmini?
Non abbiamo trovato altre domande per il ministro ticinese Siamo stupiti. Abbiamo ricevuto risposte colme di ovvietà, da parte di chi ce le ha fornite. E’ come chiedere ad un muratore perché costruisce le case dalle fondamenta. Cosa pensi che ti risponda?
giovedì 20 novembre 2008
Quante stragi di Erba potenziali si celano nei nostri condomini e nelle nostre case?
Ho provato orrore e spavento dopo le azioni di Rosa Bazzi e Olindo Romano. Li ho trovati crudeli, mostruosi, bestiali, raccapriccianti. Non trovo giustificazione alcuna alle loro azioni. Non ho nulla da aggiungere alla cronaca quotidiana. Nulla e nessuno li può difendere e giustificare. Nessun dubbio su tutto ciò. I fatti li abbiamo già ampiamente raccontati. Il loro “modus operandi” criminale è già stato esaustivamente illustrato. E da persona normale, chiuso nelle quattro mura di casa tua, sorseggiando un brandy, accarezzando il gatto mentre guardi il lago e la luna specchiarsi in esso, ti domandi com’è possibile che tutto ciò sia accaduto. Com’è possibile che la storia non insegni nulla a nessuno, e come sia concepibile l’ignobile pensiero che “ fatti di questo genere possano accadere solo agli altri?” Si, nella quiete della notte, quando tutto va più piano, c’è spazio per le riflessioni, soprattutto quando poco l’insonnia concede al riposo. Com’è possibile? Com’è possibile? Com’è possibile?Una famiglia sterminata per liti di condominio? Com’è possibile che la mente umana generi simili comportamenti? Il cielo, di notte, manda segnali strani. La luna piena, un tempo, si diceva trasformasse certi uomini in lupi. I cosiddetti “licantropi”. Oggi, qualcos’altro li trasforma in spietati, lucidi e feroci assassini. E non solo gli uomini, anche le donne. Perché? Già, i media di tutta l’Italia ci hanno spiegato il come. Nessuno azzarda un’analisi sul “perché” di tutto ciò. Un litigio, una banalità, un diverbio stradale. Banali episodi di vita quotidiana, si trasformano in tragedie. E’ l’effetto “tartaro” direbbe un dentista. Un male che agisce di nascosto, che scava senza farsi notare. Che non da segni, non avverte in corso d’opera del suo malvagio lavoro. Ma che quando fa male ha creato il danno irreparabile, e tu perdi il dente. In questo caso perdi gli affetti più cari. Quanti Romano e Castagna/Marzuk vivono nei nostri condomìni? Quante situazioni si sono incancrenite col trascorrere inesorabile del tempo? Quanti bambini schiamazzanti, quante automobili male parcheggiate in cortile, quanti odori nauseabondi che giungono dal piano di sotto di sopra e di fianco, quante radio e quanti televisori accesi a tutto volume di notte e non solo, sono causa di liti insanabili? Quanti vicini di casa intasano la vita della giustizia ordinaria per “la siepe della discordia? Quanti altri casi Romano vs Castagna/Marzouk ha in serbo la vita per noi? Come scovarli? Come metterli in condizione di non “avere luogo”? Qualcuno pensa alla parola “perché”? Qualcuno studia le cause di questa mancanza di sopportazione, che affligge le persone del giorno d’oggi? Quello che fa la magistratura è sotto i nostri occhi, soprattutto oggi. La sua azione, magari spinta dall’emotività popolare, o forse da un ragionevole senso umano di giustizia è ben presente. Quello che fanno la politica e la cultura no. Il vuoto più grande forse sta li. Perché dalla politica devono venire analisi, conclusioni e provvedimenti per gestire, dettare la rotta, o, almeno contenere, la società. O , quantomeno, contenerne le derive. Alla cultura invece tocca captare i malumori, studiarli e descriverli, senza etichettarli, magari con il marchio del razzismo, sempre buono per ogni argomento, un “cueerch per tucch i pignatt”, un coperchio per ogni pentola, come si dice dalle nostre parti. Penso all’immigrazione, che mai come in questi ultimi quarant’anni ha stravolto, anche in modo traumatico, la nostra società. Un’ trasbordo umano voluto, dettato dai ritmi della politica, che a sua volta danzava ad un tempo imposto dalla finanza dei grandi industriali. Persone disperate, sradicate dalle loro terre, irretiti dalla possibilità di farsi una vita lontano da casa, ma portando con se abitudini usi e consumi. Un tempo dal meridione d’Italia. Oggi dal meridione del mondo. Città dilatate a dismisura, per accogliere in qualsiasi modo , i nuovi cittadini, le nuove braccia, e creare tensioni con i residenti, non abituati alle consuetudini dei nuovi arrivati. La nuova forza lavoro. Che parlava un’altra lingua, che seminava l’orto nella vasca da bagno, che piantava i pomodori nel bidet. Perché a casa loro si faceva così. Si pensi a Torino, che passò, improvvisamente da 250 mila abitanti a quasi un milione negli anni 60. Si pensi, inevitabilmente alla FIAT. Un’immigrazione, interna, che oggi possiamo, in qualche modo considerare assorbita. Anche in modo duro, traumatico. Senza entrare nel dettaglio. Ma senza uscire dalla stanza dei ricordi. Soprattutto per chi qui è nato e cresciuto. Da sempre. Poi la seconda botta, che continua, ancora oggi, ad immettere nelle nostre città, nei nostri paesi, sempre più persone venute da lontano. Dall’Africa, dal Sud America, dall’est dell’Europa, dalla Cina, dall’India e da chissà dove con tutto il loro bagaglio culturale. Tanta brava gente, venuta qui a cercar fortuna, che non può essere calunniata, insultata, per pochi che sbagliano. Ce li possiamo permettere? Possiamo dar spazio a tutti? Che ne sarà di noi? Penso alla mia casa, alla mia famiglia. Aggiungere, per spirito filantropico, un amico fra le mie mura domestiche, aumenterebbe soltanto spazio occupato e cibo ed acqua consumata. La mia famiglia non sarebbe in pericolo, e lui si adatterebbe, giocoforza, alle regole vigenti. Nel caso gli ospiti fossero in egual numero dei residenti, le regole del gioco, potrebbero cambiare, o, almeno venire ridiscusse. E non è detto che ne uscirei vincitore. Allargate queste considerazioni a livello di città, di regione, e di Paese, e traetene le vostre conclusioni. E’ facile dare giudizi sulla base dei propri desideri. Non comporta sforzo intellettivo alcuno. E’ semplice accusare il prossimo che si lamenta di egoismo, di discriminazione, per sedare ogni tentativo di lamentela. Soprattutto è facile sputar sentenze chiusi nelle proprie regge, circondate da parchi e siepi, e scendere in città per andare a prendere il giornale. Perché il problema diventa tale solo quando ci tocca personalmente. E in quel momento deve attirare l’attenzione di tutti. Un altro malcostume italiano. Al posto dei consueti fiumi d’inchiostro, del profluvio ovvio di parole, del caravanserraglio buono per ogni occasione simile, non sarebbe il caso di pensare a soluzioni più pragmatiche, affinché tragedie mostruose come quella di Erba non possano più capitare? Dalla politica ci attendiamo questo genere di risposte. Tutto il resto è inutile. O forse il problema è più grande degli uomini che compongono quella strana galassia? Bene, le dita si sono alleggerite. Ora sono le spalle che destano dolore. In attesa di esser percosse dal moralista di turno. Mentre il “tartaro” imperterrito, non conosce scioperi sindacalizzati ed ideologizzati, e scava le gengive della nostra società.
