giovedì 26 febbraio 2009

incentivi auto: quali vantaggi per il cittadino che li paga?

Gli incentivi al settore automobilistico: in italia valgono circa due miliardi di euro, negli Stati Uniti diciassette miliardi di dollari sono già stati erogati a GM e Chrysler che altri ne richiedono, nell’ambito dei 780 miliardi di dollari messi a disposizione dall’amministrazione Obama per fronteggiare la grave crisi economica. Aiuti nazionali ha destinato a PSA Peugeot Citroen e Renault ad tasso di interesse del 6% il presidente francese Nicholas Sarkozy, chiedendo in cambio di minimizzare la politica delle produzioni delocalizzate. Feroci le proteste dall’ UE: dare soldi alle proprie aziende è aiuto di stato, e chiedere loro di de localizzare nella quantità minima ed indispensabile è marchio d’infamia. E’ protezionismo. Sull’altra sponda dell’oceano Atlantico si può invocare il “Buy american”, comprate americano. Obama è il nuovo corso, è il “politically correct”. A Bruxelles queste parole non piacciono. Si distanziano troppo dal sistema globalizzante che sta mandando in rovina le nostre vite e che, non dimentichiamolo, ha provocato questa crisi. Torniamo in Italia: sostegno a chi rottama un auto euro 1 o euro 2, sostegno maggiorato a chi fa lo stesso e passa ad un auto ecologica. Sostegni di vario tipo, per una branca dell’economia che, soprattutto nel nostro Paese, ha sempre pesato considerevolmente sulla politica nazionale. Qui auto è sinonimo di FIAT e, come un tempo disse Vittorio Valletta, “ciò che è bene per la FIAT è bene per l’Italia”. “FIAT volutas tua”, ad essere blasfemi. Contingentamento sulle auto straniere- poi caduto con l’ingresso dell’Italia nella CEE, almeno una cosa buona- acquisizione di Alfa Romeo a condizioni non proprio di mercato nella seconda metà degli anni ottanta, compartecipazione nel godimento della scandalosa distribuzione degli incentivi all’auto del governo Prodi I nel 1996, quando, se cambiavi l’auto, lo stato ti dava quattro milioni di vecchie lire in omaggio. Altri tempi, altre cifre, costo della vita molto più basso, tredici anni fa. Chi non ricorda, prima di Prodi, il presidente del Consiglio Dini mostrato al TG1 delle 20 mentre sale sui nuovi modelli Brava e Bravo della casa torinese? Non è tutto, altro vi sarebbe da ricordare a proposito della “Fabbrica Italiana Automobili Torino”, ma non è l’obbiettivo di queste riflessioni. In Germania, una FIAT Panda nuova costa poco meno di 5mila euro. Una grande Punto circa 6 mila e cinquecento. Perché le nostre auto altrove costano meno? Lungi da noi entrare a mettere in discussione dogmatiche politiche aziendali ma dalla politica una risposta diversa ce l’aspettavamo e crediamo ancora di meritarcela. Visto che le semivuote casse pubbliche saranno private di risorse fondamentali che lo Stato, non dimentichiamolo, amministra per conto del cittadino, era lecito attendersi dai politici, la richiesta di un impegno scritto da parte dei beneficiari di tali aiuti affinché riducessero i prezzi dei loro beni in maniera tangibile e sensibile, visto che vengono aiutati con soldi che i cittadini sono obbligati a versare all’erario. Vero è che incassare il 20 percento d’IVA su un’automezzo è più consistente che incassarlo in seguito alla vendita di una camicia- che se è cinese di produzione ma non di marchio resta anch’essa troppo cara-. Altrettanto veritiero che oggi, un esempio a caso, una Toyota Auris 1400 diesel costa circa 17 mila euro. Quasi 34 milioni del conio che fu. Che si poteva scegliere, dieci anni fa, avendo a disposizione tale somma? E’ vero, i costi sono aumentati rispetto ad allora. Solo le buste paghe sono rimaste uguali. I costruttori ricordano tanto, oggi, i giocatori incalliti da casinò, quelli che dilapidano in preda al demone del tavolo verde ogni loro avere. E quando non ne hanno più ti chiedono a prestito somme disparate giurando che quella sarà l’ultima volta. Che ne faranno del prestito che gli hai appena elargito, in nome di una fraterna amicizia?

Uolter adieu!

Un’analisi lucida e fredda, lontana da commenti di parte sulle dimissioni di Walter Veltroni è doverosa. Certo, allo stato attuale delle cose, è tanto facile discuterne e condannarne l’opera tanto quanto sparare sulla Croce Rossa. Più importante è fare un’analisi politica di quel che è stato il partito democratico, della sua genesi, della sua crescita nel tempo. Perché tutti gli eventi hanno un’origine. Correva l’anno 2008, era il mese di gennaio quando il “complicato ed eterogeneo “ governo PRODI due viveva la fase più acuta del proprio “coma vegetativo”. Sostenuto al Senato da una maggioranza risicata, soccorso il più delle volte dai Senatori a vita, l’esecutivo di “centro-sinistra” aveva le ore contate. Mastella e l’UDEUR preparavano l’esecuzione politica che poi, a Palazzo Madama avrebbero eseguito. Intanto i sondaggi tra la gente mostravano il malumore nel Paese verso una coalizione,quella che sosteneva il professore bolognese, che in meno di 24 mesi aveva compiuto più danni di quanto si osasse pensare. Aumento del carico fiscale su chi produce il reddito sbandierato anche via manifesti – memorabili gli inquietanti cartelloni in cui campeggiava lo slogan “anche i ricchi piangano”- dibattiti incredibili ed interminabili sui “DICO” assunti a vero e proprio nodo centrale del programma di governo , l’omofobia, l’ingerenza della Chiesa, l’impedimento al Papa di parlare all’Università “La sapienza”, la base americana di Vicenza Dal Molin, e tanto altro ancora. Una coalizione che aveva vinto, grazie alla vituperata legge elettorale, sul filo di lana a livello normativo, ma non a livello popolare. Troppo sbilanciati a sinistra, a volte ostaggi. Non poteva durare, e non durò. Occorreva voltare pagina. In pieno uragano, appariva Uolter, con l’idea mutuata dall’ America, di importare il partito democratico. Unire la sinistra DC della Margherita e Democratici di Sinistra che un tempo si chiamavano Partito Democratico della Sinistra e prima ancora Partito Comunista Italiano tagliando i ponti con gli estremi, da Rifondazione in giù. Un progetto ambizioso, da riprendere in futuro, ma fuori luogo, oggi come un anno fa. Era partito male Veltroni ed è finito peggio. Si presentava come un alieno, catapultato sulla terra, come se quel che stava accadendo quaggiù non l’avesse mai riguardato. Predicava ricette nuove per trascinare l’Italia fuori dalle secche, approcci politici nuovi, si presentava come il soggetto nuovo, lindo ed estraneo, dimenticando di esser già stato vice premier nel governo Prodi I , deputato, nonché sindaco di Roma famoso per le notti bianche e nulla più. Una soluzione obbligata. Presentandosi al voto in compagnia della sinistra estrema, la vittoria del popolo delle libertà sarebbe stata ancora più ampia. Nello sfacelo, qualcuno a sinistra aveva visto giusto. E’ andata così. Si sarebbero sfaldati nel 2006. Quella risicata vittoria ha solo rimandato la morte di un progetto “contro” e mai “pro”. Tutto bene finché si tratta di combattere contro l’odiato nemico Berlusconi, tutto un guaio quando si deve governare. In prospettiva futura potrà funzionare un “Partito democratico”. Necessario sarà introdurre nuove generazioni, lontane dall’ideologia comunista, depurate dall’ingombrante passato. Sia tra i dirigenti, sia tra l’elettorato. Oggi ciò non è possibile, per quello che è un partito lontano dalle richieste della gente comune. A Roma, dove fusioni bancarie, atti amministrativi contro la tutela della vita- Eluana Englaro ricorda- hanno destato più interesse, come a Cernobbio, dove nella vicenda che vede il Sindaco Saladini imputato per aver liberato i cittadini dalla vessazione di un consorzio, ancora stanno dalla parte della norma. E contro il cittadino. Coraggio Walter, c’è sempre un’Africa che ti aspetta.

Svizzera: sulle decisioni importanti il popolo dov'è?

La Svizzera mantiene gli impegni presi e conferma gli accordi stipulati con l’Unione Europea. Si a Schengen, si all’allargamento dello stesso agli ultimi arrivati a Bruxelles, Romania e Bulgaria. La libera circolazione su suolo elvetico varrà anche per loro. Una conferma che, come sempre arriva per via popolare, e domenica scorsa i cittadini lo hanno ribadito recandosi alle urne. E’ il bello della democrazia diretta, peculiarità Svizzera. Il referendum che non è solo abrogativo può essere impugnato dal popolo per combattere una legge adottata dal parlamento. E’ il referendum facoltativo. Coloro che decidono di farne uso dispongono di 100 giorni per raccogliere le 50'000 firme necessarie. Dall’altra parte il governo centrale, il Consiglio Federale, che da sempre spiega alla nazione le proprie posizioni, invitando il cittadino a votare in un modo o in un altro. Così è andata anche domenica,, per l’ottava volta nel corso della storia, dal lontano dicembre del 1972, quando agli Svizzeri venne chiesto di approvare o bocciare l’accordo di libero scambio con l’allora Comunità economica euro¬pea (CEE). Vinsero i si, con il 72% dei consensi degli aventi diritto e con legittima soddisfazione del Consiglio Federale che nelle successive votazioni, fino a quattro giorni fa è sempre o quasi stato vincente. Otto votazioni negli ultimi 37 anni. Sette vittorie del governo ed una del popolo. La più clamorosa, forse perché la più esplicita. Era l’anno 1992, in ballo l’adesione della Svizzera allo spazio economico europeo. Sembrò reale Il pericolo avvertito. Per i cittadini, votare si sarebbe significato aderire alla genesi dell’ UE, ed in un serrato testa a testa, vinsero i no con il 50,3% delle preferenze. Altissima fu la partecipazione alla consultazione. Mai un dato simile: alle urne si recò il 78,73% della popolazione votante. Un risultato non più ripetuto fino ad oggi. Nelle votazioni pro Schengen e Dublino del 2005 e 2006, si è espresso, nel migliore dei casi, poco più della metà del corpo elettorale. Decisioni così importanti per il paese, sentite solo dal 44,98% dei cittadini maggiorenni. Se ne discute più al bar, al grottino, o in casa di vacanza che al seggio. Anche domenica è andata così. La scheda è stata consegnata dal 50,85 % dei votanti. Uno su due è rimasto a casa. Un po’ “meno peggio in Ticino” dove la percentuale si è alzata al 56,30. Ticino preoccupato dall’allargamento a Bulgaria e Romania. Ticino che perde posti di lavoro e competitività delle proprie aziende, che vede i propri cittadini perdere l’occupazione perché i frontalieri italiani costano meno, e per un meccanismo perverso vengono pagati più in Svizzera che a casa loro. Ticino che guarda le televisioni italiane e vede allibito, i continui sbarchi di immigrati a Lampedusa e le azioni criminose ed omicide spesso impunite , di rumeni ed altri extracomunitari nel nostro paese, e che teme si ripetano in casa propria. Un no isolato quello del cantone italofono, che avrà ripercussioni sia a Berna, sia sui rapporti transfrontalieri con la Lombardia e le sue province confinanti. Il Ticino, visto da sud, è l’opportunità di guadagnare qualche soldo in più a fine mese, con condizioni di lavoro più sicure. Per le nostre imprese trasferite la il primo confronto inesorabile avviene con l’iva, posta al 7,6% in territorio elvetico. Un risparmio certo del 12,4%, oltre ad una libertà “sindacale” inimmaginabile nella Penisola. Ogni mattina un serpentone di automobili carico di infermieri , muratori, operai, bancari, commessi ed altro ancora comaschi, varesini e valtellinesi varcano il confine e prestano la loro opera in Canton Ticino. Sono circa 40mila, in un territorio abitato da quasi 350 mila persone. Un dato preoccupante, soprattutto a nord della “ramina”. Ecco, forse spiegato il no dei Ticinesi a Schengen ed al suo allargamento a Bulgaria e Romania.

sabato 6 dicembre 2008

Il risott de milan, come lo cucina una vera Milanesa!


 

Bello navigare su Feisbuk. Ogni tanto si fanno cordiali ed impensabili incontri. Oggi mi sono imbattuto in un'energica donna milanese, Gianna Battaini, che alla mia richiesta di darmi la ricetta del vero risotto alla milanese ha così risposto:

"Uff ... la vera ricetta la faceva mia nonna, lessando il biancostato e aggiungendo il midollo dell'osso buco ... io lo preferisco con il dado, però (lo so, mi direte le parolacce ora) ma lo trovo meno unto ...
Io lo faccio così: in un pentolotto separato faccio il brodo;
Nell'alto pentolotto metto un po di burro e un filino d'olio, faccio dorare la...  Visualizza altro cipolla, poi aggiungo 2 pugni di riso per ogni persona + altri 2 per la pentola ... giro il riso con il cucchiaio di legno e ci spruzzo sopra o vino rosso, o aceto di vino rosso - continuando a girare con fuoco "alegher" per l'evaporazione (questo per mantenere al dente il riso e per dare un sapore particolare) poi, sai come diciamo noi: il riso nasce nell'acqua e muore nel vino;
Attenzione a non bruciare ... poi aggiungo subito 2 mestoli di brodo caldo prendendolo dall'altro pentolo ... giro giro e assaggio per il sapore - magari aggiungo il dado di carne a tocchellini piccolissimi - vai avanti con la cottura, gira spesso sempre ... sempre in senso orario, aggiungi il brodo non appena comincia a desificare il tutto, poi dopo circa 15 minuti assaggia il riso per sentire la durezza, aggiungi lo zafferano e brodo, mescola bene, non appena non è più duro nel centro è praticamente ora di spegnere, aggiungi una bel pezzetto di burro - UN TUCHELL - gira gira, assaggia e servi, possibilmente in fondina calda (il parmigiano se lo mette chi vuole)"


 

Buon appetito. Alla prossima, Gianna!!!

lunedì 24 novembre 2008

"Perché Credo". Un'altra perla firmata Vittorio Messori


“Dottore venga subito , mio figlio sta male. Che gli succede signora? Credo abbia un esaurimento nervoso. Va a messa di nascosto”. Si presenta così Vittorio Messori al pubblico milanese,sabato pomeriggio, citando un aneddoto di tanto tempo fa, quando la madre lo scoprì intento a “maneggiare cose sacre”, sconosciute alla sua famiglia, per evidenziare il terreno su cui è stata edificata la sua vita di giornalista cattolico, che lo ha portato a essere citato,quale fonte di approfondimento, nientemeno che da papa Benedetto XVI nel suo ultimo libro dedicato alla vita di Nostro Signore Gesù Cristo. L'unico italiano vivente, ci tiene a dire lo scrittore emiliano trapiantato a Torino, citato dal Papa. Un appuntamento importante, quello milanese, che Vittorio Messori, scrittore, editorialista del Corriere della Sera, ma soprattutto cronista della Fede, non ha voluto mancare, per presentare ai suoi lettori “Perché credo, una vita per rendere ragione della Fede”, libro scritto a quattro mani con Andrea Tornielli, esperto di Stanze Vaticane”de il Giornale. Un altro strumento a disposizione dei cattolici per contrastare il continuo diluvio di calunnie contro il cattolicesimo. E' il trionfo dell'apologetica, senza dire a chi non crede e a chi combatte chi crede, che apologetica non è. Obbiettivo dell'insolito binomio giornalistico, manco a dirlo, il matematico Piergiorgio Odifreddi ed i suoi emuli, che sulla base di un passato da ex seminarista, quasi ordinato sacerdote, ha fatto del suo agnosticismo, una vera ragione di vita. In due ore di chiacchierata Messori ha ripercorso i temi ed i tempi della sua vita da scrittore cattolico, ripercorrendo i momenti giovanili in cui Dio non lo interessava, e ricordando quanto casuale è stata la sua caduta “nella botola della Fede”, grazie ad un libricino svenduto dalle bancarelle del mercato di Torino scritto da uno sconosciuto sacerdote Ticinese, don Giocondo Storni, che lo folgorò. Motivo che gli ha permesso di ricordare quanto la Fede sia un vero dono di Dio. E non ha mancato di ricordare che i suoi lettori sono il suo unico “datore di lavoro, perché con lo strepitoso successo di vendite del multiristampato “Ipotesi su Gesù” ha potuto raggiungere quell'autonomia finanziaria che per tantissimi giornalisti rappresenta il sommo desiderio di una vita lavorativa. E la Fede è si dono, e si manifesta con la legge del Chiaroscuro”. Un principio del Dio Cristiano, che da all'uomo abbastanza luce per credere e altrettanto scuro per non credere. Un Dio che non si impone, ma che si fa cercare, e che Messori trovò entrando dalle porte della Chiesa,spalancate dal concilio vaticano II. Mentre moltissimi sacerdoti andavano incontro alle “meraviglie”del mondo moderno, lui che quei pensieri “laici” già conosceva, abbracciava il “Depositum Fidei”, troppo presto abbandonato dal nuovo clero. Insomma, “Perché credo “ è un'altra straordinaria gemma di Vittorio Messori, apologeta per vocazione, che agisce solo e soltanto secondo l'ispirazione del Dio Cristiano. E in questi tempi di burrasca, un po' di luce su Cristo ed il suo volere certamente non manca.

VITTORIO MESSORI con ANDREA TORNIELLI

“PERCHE' CREDO

Una vita per rendere ragione della Fede”.

PIEMME EDITORE EURO 20

sabato 22 novembre 2008

La riforma della scuola? In Svizzera c'è già da tanto tempo!

Il maestro unico? C’è. Ritorno al voto decimale? Mai abbandonato. Il voto in condotta? Un cardine della valutazione dello studente. E la civica? Si studia da sempre. E non è tutto. Ciò che in Italia il Decreto legge 1° settembre 2008, n. 137, meglio noto come il famigerato decreto Gelmini, sta provocando , in Svizzera è quotidianità, è assolutamente la pietra angolare su cui poggia il sistema dell’istruzione. Ce lo ha spiegato il “ministro dell’istruzione” ticinese, Gabriele Gendotti, sceso in governo nove anni fa, al posto del defunto Giuseppe Buffi dalla Val Leventina, terra di mezzo e di raccordo tra il nord ed il sud dell’Europa, uomo concreto pragmatico e gentile, come solo chi viene dalla montagna sa essere. L’abbiamo incontrato mercoledì, a Bellinzona, nel suo ufficio , nel palazzo del Governo, mentre a Roma studenti o pseudo tali se le davano di santa ragione, per dire no, a modo loro alla “restaurazione italiana dell’istruzione”. E l’occasione è stata davvero particolare. Non ci sono tornelli a palazzo del Governo, e nonostante le pessime condizioni meteorologiche, le luci nei corridoi vuoti sono spente. Per risparmiare, ci verrà detto, e conoscendo il rigore della tutela della cosa pubblica da parte degli Svizzeri, ci crediamo senza fiatare.
Mostriamo al consigliere la grande cifra, circa 42 miliardi di euro l’anno messi a disposizione dell’istruzione nel nostro Paese. Gli illustriamo anche la percentuale di quella immensa torta destinata al pagamento degli stipendi di insegnanti, bidelli e dirigenti scolastici, il 97 per cento. Gendotti non fa una piega ma, cordialmente ci dice che, una percentuale simile il proprio dipartimento non se la potrebbe proprio permettere. All’incirca, ci spiega, agli stipendi, in Ticino è indirizzato il 66 per cento del budget pro istruzione. Il resto viene ripartito per il miglioramento delle infrastrutture, le attività scolastiche correlate per mettere nelle condizioni migliori lo studente all’interno del percorso formativo. E la scuola Svizzera , secondo rapporti specializzati, ha davvero raggiunto standard di qualità, riconosciuti da tutti, soprattutto dagli esperti dell’Ocse. Da qui iniziamo il nostro colloquio, sottoponendo all’onorevole Gendotti i punti fondamentali, quelli che infiammano oramai da settimane la vita politica italiana. Partiamo dal voto decimale, prima novità di restaurazione scolastica nel Belpaese, ma vincolo consolidato nella realtà elvetica e ticinese. Il ministro ci spiega che loro sono soliti adottare un sistema misto, in cui un giudizio sull’operato dell’allievo viene formulato dai docenti al termine di ogni semestre, accompagnato però da un voto numerico, che rappresenta il metodo unico ed insindacabile di giudizio, da sempre. E così anche per la condotta, importante nella corretta valutazione del ragazzo, fondamentale e formidabile strumento per l’individuazione dei soggetti più turbolenti. A tale proposito, il consigliere ci illustra un progetto speciale, da poco partito in tre istituti del cantone, in cui ad un educatore particolare, vengono affidati i soggetti più turbolenti, inserendoli in speciali “zone cuscinetto”, per correggere i loro atteggiamenti, nell’attesa di re inserirli con la parte sana degli studenti. Chissà come chiamerebbe l’opposizione di casa nostra simili comportamenti. Stalag? Gulag? Campi di correzione? E non finisce qui.
Veniamo a sapere che per affrontare e risolvere il problema del bullismo - più pulsante il sabato e la domenica, quando le scuole sono chiuse, chiosa amaramente Gendotti- è nato in Ticino un gruppo di lavoro presieduto da un magistrato, anche se, pragmaticamente parlando, qui si preferisce appoggiarsi alla famiglia, primo nucleo educativo per i ragazzi. Perché il compito primo della scuola è istruire, comunicare le nozioni, ma anche educare, formare nuovi cittadini, integrando e preparando le future generazioni ad affrontare le sfide nuove della società.
Gendotti ci affascina con la sua naturalezza, con la sua spontaneità, e con il candore con cui ci spiega che la scuola non può permettersi di perdere troppi ragazzi per strada. Perché cadendo nella rete della tossicodipendenza, nella marginalità, aggiungerebbero ulteriori costi economici in sussidi, spese sanitarie aggiuntive, ammortizzatori sociali straordinari che distrarrebbero ineluttabilmente risorse economiche da altri settori fondamentali come la giustizia, la sanità e la sicurezza. Ci accorgiamo, piano piano, che la ministra Gelmini, forse, è fin troppo morbida, rispetto al collega confederato. Ma non è tutto, perché cadiamo inevitabilmente sull’argomento stranieri, che in Svizzera assumono una dimensione numerica sempre più grande. Ci viene spiegato che qui quelli che sono appena arrivati vengono messi in corsi speciali, in cui possono apprendere nel più breve tempo possibile le lingue nazionali e partecipare, ceteris paribus, alle lezioni con i coetanei indigeni. Cogliamo in Ticino un atteggiamento pragmatico, una volontà particolare di affrontare i problemi e di risolverli, sentendo i pareri dell’opinione pubblica, dei docenti e degli studenti, ma lasciando la decisone finale sul da farsi agli organi competenti, in primis il Dipartimento dell’Educazione, della cultura e dello sport diretto da Gabriele Gendotti. Chiediamo lumi sulla figura “nuova” del maestro unico introdotto alle scuole elementari. La risposta che riceviamo è un freddo “si, ce l’abbiamo da sempre, e come da sempre c’è il tempo pieno”, che smonta ogni nostra velleità. E pure nella gestione gli istituti debbono dimostrarsi capaci: con cifre a disposizione mirate, ogni direzione deve amministrare oculatamente le risorse, perché, in caso di segno negativo, il cantone difficilmente ripianerebbe. Federalismo anche qui. E gli studenti che vogliono intraprendere la carriera di docente? Per loro, prima di cimentarsi con gli studi, è pronto un test attitudinale, perché, con le parole del politico ticinese, non è detto che si sia “tagliati” per la professione di docente. Vogliamo parlarne signora Gelmini?
Non abbiamo trovato altre domande per il ministro ticinese Siamo stupiti. Abbiamo ricevuto risposte colme di ovvietà, da parte di chi ce le ha fornite. E’ come chiedere ad un muratore perché costruisce le case dalle fondamenta. Cosa pensi che ti risponda?

giovedì 20 novembre 2008

Quante stragi di Erba potenziali si celano nei nostri condomini e nelle nostre case?

Ci sono momenti, per un giornalista, in cui svolgere il proprio lavoro diventa difficile. Ci sono momenti in cui, le dita si fanno pesanti, e sembra non vogliano saperne di percuotere i bottoni della tastiera. Un’ auto difesa dell’individuo forse. L’ altra faccia di quell’essere umano che ,a volte è tale, oltre che diffusore di informazioni.
Ho provato orrore e spavento dopo le azioni di Rosa Bazzi e Olindo Romano. Li ho trovati crudeli, mostruosi, bestiali, raccapriccianti. Non trovo giustificazione alcuna alle loro azioni. Non ho nulla da aggiungere alla cronaca quotidiana. Nulla e nessuno li può difendere e giustificare. Nessun dubbio su tutto ciò. I fatti li abbiamo già ampiamente raccontati. Il loro “modus operandi” criminale è già stato esaustivamente illustrato. E da persona normale, chiuso nelle quattro mura di casa tua, sorseggiando un brandy, accarezzando il gatto mentre guardi il lago e la luna specchiarsi in esso, ti domandi com’è possibile che tutto ciò sia accaduto. Com’è possibile che la storia non insegni nulla a nessuno, e come sia concepibile l’ignobile pensiero che “ fatti di questo genere possano accadere solo agli altri?” Si, nella quiete della notte, quando tutto va più piano, c’è spazio per le riflessioni, soprattutto quando poco l’insonnia concede al riposo. Com’è possibile? Com’è possibile? Com’è possibile?Una famiglia sterminata per liti di condominio? Com’è possibile che la mente umana generi simili comportamenti? Il cielo, di notte, manda segnali strani. La luna piena, un tempo, si diceva trasformasse certi uomini in lupi. I cosiddetti “licantropi”. Oggi, qualcos’altro li trasforma in spietati, lucidi e feroci assassini. E non solo gli uomini, anche le donne. Perché? Già, i media di tutta l’Italia ci hanno spiegato il come. Nessuno azzarda un’analisi sul “perché” di tutto ciò. Un litigio, una banalità, un diverbio stradale. Banali episodi di vita quotidiana, si trasformano in tragedie. E’ l’effetto “tartaro” direbbe un dentista. Un male che agisce di nascosto, che scava senza farsi notare. Che non da segni, non avverte in corso d’opera del suo malvagio lavoro. Ma che quando fa male ha creato il danno irreparabile, e tu perdi il dente. In questo caso perdi gli affetti più cari. Quanti Romano e Castagna/Marzuk vivono nei nostri condomìni? Quante situazioni si sono incancrenite col trascorrere inesorabile del tempo? Quanti bambini schiamazzanti, quante automobili male parcheggiate in cortile, quanti odori nauseabondi che giungono dal piano di sotto di sopra e di fianco, quante radio e quanti televisori accesi a tutto volume di notte e non solo, sono causa di liti insanabili? Quanti vicini di casa intasano la vita della giustizia ordinaria per “la siepe della discordia? Quanti altri casi Romano vs Castagna/Marzouk ha in serbo la vita per noi? Come scovarli? Come metterli in condizione di non “avere luogo”? Qualcuno pensa alla parola “perché”? Qualcuno studia le cause di questa mancanza di sopportazione, che affligge le persone del giorno d’oggi? Quello che fa la magistratura è sotto i nostri occhi, soprattutto oggi. La sua azione, magari spinta dall’emotività popolare, o forse da un ragionevole senso umano di giustizia è ben presente. Quello che fanno la politica e la cultura no. Il vuoto più grande forse sta li. Perché dalla politica devono venire analisi, conclusioni e provvedimenti per gestire, dettare la rotta, o, almeno contenere, la società. O , quantomeno, contenerne le derive. Alla cultura invece tocca captare i malumori, studiarli e descriverli, senza etichettarli, magari con il marchio del razzismo, sempre buono per ogni argomento, un “cueerch per tucch i pignatt”, un coperchio per ogni pentola, come si dice dalle nostre parti. Penso all’immigrazione, che mai come in questi ultimi quarant’anni ha stravolto, anche in modo traumatico, la nostra società. Un’ trasbordo umano voluto, dettato dai ritmi della politica, che a sua volta danzava ad un tempo imposto dalla finanza dei grandi industriali. Persone disperate, sradicate dalle loro terre, irretiti dalla possibilità di farsi una vita lontano da casa, ma portando con se abitudini usi e consumi. Un tempo dal meridione d’Italia. Oggi dal meridione del mondo. Città dilatate a dismisura, per accogliere in qualsiasi modo , i nuovi cittadini, le nuove braccia, e creare tensioni con i residenti, non abituati alle consuetudini dei nuovi arrivati. La nuova forza lavoro. Che parlava un’altra lingua, che seminava l’orto nella vasca da bagno, che piantava i pomodori nel bidet. Perché a casa loro si faceva così. Si pensi a Torino, che passò, improvvisamente da 250 mila abitanti a quasi un milione negli anni 60. Si pensi, inevitabilmente alla FIAT. Un’immigrazione, interna, che oggi possiamo, in qualche modo considerare assorbita. Anche in modo duro, traumatico. Senza entrare nel dettaglio. Ma senza uscire dalla stanza dei ricordi. Soprattutto per chi qui è nato e cresciuto. Da sempre. Poi la seconda botta, che continua, ancora oggi, ad immettere nelle nostre città, nei nostri paesi, sempre più persone venute da lontano. Dall’Africa, dal Sud America, dall’est dell’Europa, dalla Cina, dall’India e da chissà dove con tutto il loro bagaglio culturale. Tanta brava gente, venuta qui a cercar fortuna, che non può essere calunniata, insultata, per pochi che sbagliano. Ce li possiamo permettere? Possiamo dar spazio a tutti? Che ne sarà di noi? Penso alla mia casa, alla mia famiglia. Aggiungere, per spirito filantropico, un amico fra le mie mura domestiche, aumenterebbe soltanto spazio occupato e cibo ed acqua consumata. La mia famiglia non sarebbe in pericolo, e lui si adatterebbe, giocoforza, alle regole vigenti. Nel caso gli ospiti fossero in egual numero dei residenti, le regole del gioco, potrebbero cambiare, o, almeno venire ridiscusse. E non è detto che ne uscirei vincitore. Allargate queste considerazioni a livello di città, di regione, e di Paese, e traetene le vostre conclusioni. E’ facile dare giudizi sulla base dei propri desideri. Non comporta sforzo intellettivo alcuno. E’ semplice accusare il prossimo che si lamenta di egoismo, di discriminazione, per sedare ogni tentativo di lamentela. Soprattutto è facile sputar sentenze chiusi nelle proprie regge, circondate da parchi e siepi, e scendere in città per andare a prendere il giornale. Perché il problema diventa tale solo quando ci tocca personalmente. E in quel momento deve attirare l’attenzione di tutti. Un altro malcostume italiano. Al posto dei consueti fiumi d’inchiostro, del profluvio ovvio di parole, del caravanserraglio buono per ogni occasione simile, non sarebbe il caso di pensare a soluzioni più pragmatiche, affinché tragedie mostruose come quella di Erba non possano più capitare? Dalla politica ci attendiamo questo genere di risposte. Tutto il resto è inutile. O forse il problema è più grande degli uomini che compongono quella strana galassia? Bene, le dita si sono alleggerite. Ora sono le spalle che destano dolore. In attesa di esser percosse dal moralista di turno. Mentre il “tartaro” imperterrito, non conosce scioperi sindacalizzati ed ideologizzati, e scava le gengive della nostra società.